La prima volta che ho visto la tomba di Dante

A Ravenna ci sono sempre arrivata col treno, anche stamattina. Il viaggio è già parte di quel che io ricordo della città: quando il mezzo rallenta, cerco di riconoscere i binari, e di distinguerli nella memoria da quelli di Forlì e di Ferrara che, benché mi siano meno noti, fanno attrito con la mia volontà di far ordine nello spazio – e nel tempo.

Uscita dalla stazione, eccolo: il bar all’angolo dove ho fatto colazione l’estate scorsa, prestissimo (forse, non erano neanche le 8), con Karabin, che avevo accompagnato in città per la seconda volta perché andasse in questura a finire finalmente le questioni relative il permesso di soggiorno. Quella volta, il mio straniero, dopo tanti pellegrinaggi, non correva più rischi e sapeva che ormai avrebbe ottenuto le sudate carte: doveva solo fare la fila e consegnare un paio di documenti. Non aveva senso che stessi a perdere delle ore anche io, mi diceva, già l’avevo accompagnato fin là: potevo farmi un giro mentre lui sbrigava le sue faccende, e poi mi avrebbe raggiunto.

Non così straniera alla città, anch’io avevo il mio pellegrinaggio da fare. Non era la prima volta, ma per certe cose è come se fosse sempre la prima volta: la TOMBA DI DANTE mi ha commosso ogni volta. Anche quella. Anche questa.

Tomba di Dante (Ravenna)

Interno tomba di Dante (Ravenna) | Foto © paesionline.it

Di quella mattina ricordo il sorriso appena nascosto dalla reflex di un’americana mattiniera: dolcissimo, emozionata lei nel vedere la mia emozione. Dante, da me studiatissimo, da me meditatissimo, cos’era per lei? Chissà se aveva trovato lì la vertigine e lo smarrimento che avevano colto me, e l’orgoglio e il senso di appartenenza culturale.

Girato l’angolo, un altro incontro letterario, del tutto casuale e involontario (come lo era stata per me la sua scoperta): la Biblioteca di Casa Oriani si trova a due passi dal poeta toscano. Pochi mesi prima avevo editato e riportato alla sua corretta forma No, un romanzo poco noto di Oriani, ed entrare tra quelle mura a lui dedicate fu una soddisfazione enorme, tanto che non riuscii a trattenermi dal parlarne con il bibliotecario. Siamo in pochi, mi disse, a conoscere l’autore. Mi regalò un testo di studi a lui dedicato.

Certe cose le si impara e le si conosce solo direttamente, per caso, mai sui libri. La vera scoperta è solo casuale. A me, forse, mica sarebbe rimasto così impresso il fatto che le ossa dantesche fossero a Ravenna, se non fosse stato per Paolo. Paolo è l’altro ragazzo che mi lega a questa città: è il mio migliore amico, e qui studia Archeologia. Si è laureato alla triennale due anni fa, facendomi commuovere all’ombra della basilica di San Vitale.

Sono stata io ad accompagnarlo in città la prima volta, cinque anni fa, quando doveva trovare casa. Ed è stato lui, poco dopo essersi insediato, ad avermi mandato la foto, per messaggio, del monumento della tomba dantesca: l’aveva scoperto per caso. Non l’avevamo visto di persona, passeggiando per la città. Eppure dovevamo essere passati proprio lì vicino. Che sciocchi si è, a volte: perché non ci avevo pensato, a cercarlo?

Quello che si possiede della città sta nella forza del ricordo: io, la prima volta, la tomba di Dante l’ho vista per messaggio, e che la tomba di Dante sia a Ravenna, di certo, non lo scorderò mai più.

Il viaggio è la mia dimensione, l’amore per la scoperta una delle sue forme.

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