La morte di Anita Garibaldi, eroina dei due mondi

La morte di Anita Garibaldi, avvenuta a Mandriole, a pochi chilometri da Ravenna, è uno di quegli episodi che fanno grande ed eroica la storia del Risorgimento italiano. La bella rivoluzionaria brasiliana non era meno coraggiosa e determinata del marito Giuseppe Garibaldi, e il racconto di come si spensero i suoi giorni lo dimostra inequivocabilmente.

Fin da quando era bambina, sembrava che ad Ana Maria (questo il suo nome di battesimo) scorresse sangue rivoluzionario nelle vene: a quattordici anni rimase profondamente colpita dalla rivolta degli straccioni e dai riottosi, che guardava con ammirazione. Conobbe l’eroe dei due mondi nel 1839: Giuseppe Garibaldi si trovava in Brasile perché, in seguito al fallimento dell’insurrezione mazziniana del 1834, aveva riparato in Sud America.

Fu subito un colpo di fulmine. Nei suoi diari, Garibaldi ricorda di come, appena conosciutala, le disse, in italiano: «tu devi essere mia». Lei abbandonò il vecchio marito che era stata costretta a sposare da ragazzina, e si mise al seguito del rivoluzionario italiano. Pare che fu Anita, praticamente un’amazzone, ad insegnare a Garibaldi a cavalcare, mentre lui le insegnò i rudimenti dell’arte militare: condividevano gli ideali repubblicani e tornarono in Italia insieme per fare la rivoluzione.

La sua vita fu costellata di avventure: basti pensare a quando, partorito il primo figlio Menotti da appena dodici giorni, fu costretta ad una rocambolesca fuga per salvarsi dai soldati imperiali che la stavano cercando. Calatasi dalla finestra della casa dove si era nascosta, salì a cavallo con il neonato in braccio e cavalcò fino al cuore di un bosco, dove trovò rifugio. Rimase diversi giorni sola con il bambino, senza viveri, finché finalmente non riuscì a ricongiungersi con Garibaldi e i rivoluzionari.

Anita Garibaldi | © ravennatoday.it

Anita Garibaldi in fuga con il figlio | © ravennatoday.it

Anche alla sua morte si trovava in fuga. Il 4 luglio 1849, dopo il fallimento della Repubblica Romana, i repubblicani dichiararono la resa. Garibaldi decise di spostarsi con chi ancora credeva nella causa verso Venezia, che ancora resisteva agli austriaci. Anita era incinta di quattro mesi ma, ovviamente, non aveva abbandonato il fianco del suo amato. Quando però arrivarono nei pressi di San Marino, la donna era febbricitante.

Decisa a non arrendersi, proseguì la rotta verso Venezia. A Cesenatico si imbarcarono diretti verso la loro meta, ma all’altezza di Punta di Goro le navi austriache gli impedirono di proseguire: sbarcati, Anita e Giuseppe cercarono di seminare i loro inseguitori. Lo stato di salute di Anita peggiorava durante il viaggio, e nelle valli di Comacchio perdette conoscenza: venne infine portata al riparo alla fattoria Guiccioli a Mandriole, vicino Ravenna. Da quelle mura non uscirà mai più: morì il 4 agosto 1849, inseguendo il suo sogno fino alla fine.

Garibaldi e il maggiore Leggero trasportano Anita morente, Pietro Bouvier | © Museo del Risorgimento di Milano

Garibaldi e il maggiore Leggero trasportano Anita morente, Pietro Bouvier | © Museo del Risorgimento di Milano

Data la situazione di allarme e l’urgenza della fuga, non ci fu la possibilità di seppellirla con gli onori che avrebbe meritato, e così fu interrata dal mugnaio della fattoria e da un garzone ad un chilometro di distanza dalla casa, in una brughiera sabbiosa.

Pochi giorni dopo, il 10 agosto, il suo cadavere fu scoperto da un gruppo di ragazzini della zona, probabilmente perché era stato parzialmente dissotterrato da animali selvatici. Si aprì un caso: il corpo sembrava aver subito delle percosse e che la giovane donna incinta fosse stata vittima di strangolamento. Anita venne riconosciuta, e queste dicerie probabilmente vennero alimentate anche per tentare di mettere in cattiva luce il marito: il rivoluzionario doveva sembrare tanto spietato da poter arrivare al punto di uccidere la moglie incinta perché non lo intralciasse nella sua missione.

Vennero accusati e interrogati anche i membri della famiglia Ravaglia, presso cui Anita era stata ospitata quando morì, ma in breve tempo fu decretato che la vera causa della morte furono le “febbri perniciose”. I segni che erano stati trovati sul corpo di Anita erano infatti dovuti al momento del trasporto del cadavere, e non ad altre cause.

Oggi la Fattoria Guiccioli a Mandriole è diventata un piccolo Museo, dedicato alla figure di Anita e alla trafila garibaldina. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della sua morte, qui si tiene una piccola commemorazione. Nel 2018, è venuta anche una delegazione dal Brasile per commemorare la rivoluzionaria, e la banda ha suonato inni in suo onore.


La storia di Ravenna è davvero ricca di donne gloriose e di guerrieri, di leggende, di grandi sogni e ospita sepolture davvero degne di nota… Ma credo che Anita faccia caso a sé, non trovate?

Il viaggio è la mia dimensione, l’amore per la scoperta una delle sue forme.

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