La mia Maratona di Ravenna

Hai voglia di raccontare cosa vuol dire correre la Maratona in una città come Ravenna?

Una domanda apparentemente facile, in considerazione soprattutto del fatto che la corsa è lo sport che amo, la mia passione e che ho corso negli ultimi anni tutte le distanze di questa magnifica gara, dai 10km alla distanza regina, i mitici 42,195 km. Ma soprattutto perché per lavoro collaboro con l’organizzazione e ho il privilegio di poter capire un po’ come gira tutta quella macchina organizzativa che ai più resta, ovviamente, nascosta.
Inoltre sono romagnolo, uno di quei romagnoli innamorati di questa terra e Ravenna è una città che, per chi è nato e cresciuto in questo fazzoletto di terra accarezzato dalle colline e baciato dal mare, emana sempre un fascino carico di storia, di arte e di cultura, valorizzato dalla splendida gente che la Romagna sa così abbondantemente partorire.

Quindi paradossalmente parlare delle proprie passioni e di una cosa così intima come la corsa, per come la concepisco io almeno, risulta decisamente complesso, anche a un chiacchierone di professione come me.

Allora, come sempre accade parto da alcune immagini, che hanno il potere, come le foto, di congelare in eterno un istante tutte le emozioni che quel momento racchiude, per poi restituircele quando abbiamo voglia di riassaporarle.


La partenza

La prima immagine: sono in griglia di partenza. Pressato da altri centinaia di runner. Qualcuno si scalda, un ragazzo guarda nervosamente la punta delle sue scarpette, forse alla ricerca della concentrazione, forse in preda alla tensione per un obiettivo che si è fissato nella sua mente e che ora deve andare a prendere.
Sono immerso in quel mondo parallelo dei partecipanti alla gara, di quelle persone che tra pochi minuti invaderanno le vie di Ravenna, mischiandosi alla città, ma restando sempre però immersi nella loro bolla di concentrazione, presenti ma non del tutto, protagonisti ma indistinti, felici ma tesi e stanchi.

Fuori, oltre le transenne ci sono i curiosi, quelli che vengono a vederti come si guardano gli animali esotici allo zoo, con un misto di ammirazione e di pacato timore. Si chiedono cosa ci spinga a portare il nostro corpo al limite, a correre per ore e ore per arrivare magari millesimi, ma comunque con le braccia al cielo come se avessimo vinto e fatto il record del mondo.


La Fatica

Beh questo è difficile spiegarlo. Anzitutto per me. Almeno senza sembrare un folle ai più. Perché per me il punto di forza di questo sport, la sua scintilla di magia, è tutta racchiusa proprio nella caratteristica che scoraggia chi si approccia per la prima volta. Parlo della Fatica.
Scritto volutamente con la maiuscola, perché dopo tanti chilometri la Fatica diventa un’entità presente, tangibile, quasi fisica e sta sempre lì con te, passo dopo passo. Allora tu puoi semplicemente accettarla, farla tua e tirarne fuori il meglio, perché di pregi ne ha se si sa scavare oltre la superficie.

La fatica ti porta a selezionare le priorità, ad acuire le percezioni a costringerti a guardare ogni cosa con occhio umile e godere di piccoli traguardi intermedi raggiunti che sai già che tutti uniti, alla fine, ti porteranno a tagliare il traguardo più importante. Soprattutto mentre corri devi togliere la tua mente dall’atto tecnico e a relegare l’aspetto meccanico a un automatismo che il tuo corpo può svolgere in autonomia, perché a questo lo hai addestrato nei lunghi mesi di allenamento.

Il mio arrivo - Maratona di Ravenna Città d'Arte

Il mio arrivo – Maratona di Ravenna Città d’Arte

Allora alzi la testa, ti immergi nel luogo dove sei e assapori ogni cosa diversamente. I luoghi e le strade in cui sei passato distrattamente mille volte assumono un altro contorno, un’aurea tutta loro, si illuminano. I ciottoli delle antiche strade del centro non sono una semplice via, ma un insieme di pietre ognuna con una sua fisionomia che ti trasmette sensazioni diverse.

I grandi monumenti ti trasmettono un senso di trasporto, quasi ti sussurrano di proseguire, perché loro ne hanno visti passare tanti e ti dicono che arrendersi non è una scelta praticabile. Sai che stai facendo quello che ami passando proprio davanti alla tomba del Sommo Poeta, sfiorando le chiese che hanno reso l’arte bizantina un faro di cultura, accarezzando l’imponenza del mausoleo di Teodorico che dorme placido nel verde non perdendo nulla della sua maestosità.

Allora ti senti che forse non sei davvero un folle che fa uno sport incomprensibile ma, anzi, ti senti quasi un privilegiato, perché godere di una città in questo modo vuol dire assaporarla e soprattutto significa che da ora in poi non potrai più guardarla nello stesso modo. Ogni via, ogni sua pietra ti ricorderà, da oggi, un’emozione, un momento particolare, una piccola difficoltà, il sorriso di una persona che correva di fianco a te.

Poi arriva il momento che amo di più, quando dalle larghe vie ti immetti nei dedali di stradine, dove, in modo quasi inaspettato, le urla ti distolgono dai tuoi pensieri. Ti rendi conto di nuovo che stai facendo fatica, che tanti chilometri hai già fatto e tanti te ne mancano e ti assale il solito dubbio: ce la farò?
Ma quelle urla, che ti strappano al tuo mondo sono il carburante che in realtà ti serve. E hanno il volto di centinaia di bimbi che ti guardano come un campione, che si sporgono in strada per darti un cinque e tu sprechi qualche passo in più per raggiungerli, perché quel battito delle mani è una scossa che ti spinge. Sono i visi di persone che hanno scelto di stare qualche ora in piedi al bordo della strada per applaudire un contabile, un avvocato, uno studente che per un giorno è semplicemente uno sportivo, uno che ha deciso di mettersi in gioco e di portare la sua storia in giro per le vie della città.


Gli ultimi metri

La seconda immagine che mi è subito venuta in mente all’inizio di questo piccolo racconto è invece quella diametralmente opposta. La diapositiva chiara dei pochi metri che ti separano dall’arrivo. Quando, voltata l’ultima curva, vedi in lontananza il gonfiabile dell’arrivo. Il momento in cui non esiste più fatica e tutto si scioglie in un sorriso. In cui la gente si accalca dietro le transenne e ti spinge letteralmente in quegli ultimi passi urlando e battendo le mani, scandendo il tuo nome che legge sul pettorale e facendoti capire come tu stia davvero partecipando non a un’esperienza riservata, ma a una festa di tutta la città. Quella città che oggi si è messa davvero il vestito bello delle ricorrenze e che ha capito che quelle migliaia di folli che corrono e invadono le sue vie sono un privilegio, un’occasione per mostrare a una fetta di Italia e di mondo le cose splendide che questa città ha da mostrare.

Prima di alzare le braccia al cielo e festeggiare la mia medaglia da finisher, mi assale sempre una marea di pensieri.
In primis mi ricordo perché lo faccio, perché tolgo tempo a tante cose per allenarmi. Per sentire proprio quella gente che ti spinge, che tifa per te anche se non ti conosce e si dimenticherà di te dopo un minuto. Mi viene in mente che sono uno fortunato anzi, quasi un privilegiato. Perché ancora una volta ho finito quella che per me non è una semplice gara. È una delle poche occasioni che ho di coniugare lavoro e passione, di portare i miei sogni dentro un mondo che amo, di poter mettere la mia competenza al servizio dell’ottima riuscita di un evento a cui sono affezionato. Ringrazio perché ho potuto guardare, dal mio piccolo angolino, la fatica e gli sforzi di Stefano, Benedetta, Sabrina e di tutti coloro che si impegnano perché per noi runner questo sia semplicemente un giorno di sport, coccolandoci con un’organizzazione puntuale. Di poter conoscere quelli che per molti sono soltanto nomi e che per me sono diventati invece compagni di viaggio e di condivisione.

La medaglia 2018 della Maratona di Ravenna Città d'Arte | © maratonadiravenna.com

La medaglia 2018 della Maratona di Ravenna Città d’Arte | © maratonadiravenna.com

E mentre ringrazio e mi chiedo se potrò essere ancora così fortunato alzo automaticamente le braccia al cielo e passo sotto al gonfiabile.

Una sorridente ragazza mi mette la più bella medaglia del mondo, tutta in mosaico, al collo e come nello spezzarsi un incantesimo Ravenna torna a riaddormentarsi e ridiventa la città di sempre. Ma io so che l’ho vissuta nella sua essenza e che potrò sempre trovarla lì, splendidamente allestita a festa, nella mia mente. Poi rispondo a uno dei mille messaggi che mi sono arrivati e che mi chiede se anche quest’anno ne è valsa la pena. E semplicemente e d’istinto rispondo ancora una volta che si, vale sempre la pena di correre a Ravenna, perché torni a casa ogni volta senza un piccolo prezzo di cuore lasciato in quelle strade, come succede sempre nei grandi amori.

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