La Bellezza di Ravenna in 5 Tappe

Dostoevskij sosteneva che l’esperienza del bello può influenzare le nostre emozioni, dunque i nostri pensieri, intenzioni e persino le nostre azioni verso l’altro. La bellezza dà speranza, avvicina ed eleva, e più siamo capaci di apprezzarla, più innalziamo il nostro livello di benessere. Insomma: la bellezza fa bene!

Ma cosa vuol dire Bellezza? Esiste una Bellezza universale, un bello che vale per tutti? Un fiore, un sorriso, un’opera d’arte famosa sono belli per forza? Difficile dirlo. Più probabilmente esiste il concetto di Bellezza, che ognuno può incontrare dove vuole, trovare le sue bellezze, quelle che lo ispirano e lo rendono migliore.

E se è vero che una certa predisposizione a fare esperienza della bellezza è innata, è altrettanto vero che l’occhio da esteta può essere esercitato. Proviamo dunque a proporre un allenamento in cinque tappe, attraverso le bellezze di Ravenna. Ce ne sono ovunque. A volte le diamo per scontate. Riscopriamole, come il sentiero verso una nuova ispirazione.


Il bel Guidarello

La rigidità dell’armatura, scolpita nel marmo, contrasta con la morbida espressività del volto di Guidarello Guidarelli, cavaliere ravennate al soldo dei Borgia nel ‘500, la cui ultima immagine dimora al MAR – Museo d’Arte di Ravenna.
Partiamo da qui, dal contrasto tra un esterno aspro ma funzionale e un interno delicato, che quasi straborda, nell’unico punto vulnerabile della corazza, il punto più vero: il volto. Cerca dolcezza, cerca luce, cerca vita al di là e al di fuori del suo abito d’acciaio, oltre la battaglia, oltre il sacrificio. La sua leggenda, non a caso, è legata a un bacio.
Un gesto di speranza, un gesto di bellezza, dove non ci si aspetterebbe di trovare né l’una, né l’altra. Attorno alla sua figura si irradia la pinacoteca, che già nel nome si presenta come uno “scrigno” di bellezze, da assaporare, con occhi nuovi, con lentezza e delizia.

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli, Museo MAR di Ravenna (1525 d.C.)

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli, Museo MAR di Ravenna (1525 d.C.) | Foto © Archivio Comune di Ravenna


La Biblioteca delle Biblioteche

Sulla porta dell’antica biblioteca del monastero camaldolese, oggi Aula Magna della Biblioteca Classense (momentaneamente in restauro), troneggia il monito: “In Studium, non in Spectaculum.”
È uno stucco dorato, in cima a due scalinate convergenti, che conducono a un massiccio portone in legno. Come a dire: da qualunque parte tu giunga, ti è concesso entrare, ma rifletti con attenzione. Ciò che è importante, ciò che è vero e che è degno (in una parola, il Bello), non sta nello spettacolo, nello sfoggiare (o in un’altra accezione del termine latino, nell’essere mero spettatore), ma nello studio e nella contemplazione. I libri non sono oggetti di arredo, vanno aperti e letti e vissuti.

La biblioteca Classense (Ravenna)

La biblioteca Classense (Ravenna) | Foto © Maratona Fotografica arRAngiati

Una volta oltrepassata la soglia si può rimanere in soggezione per lo splendore antico del luogo e per la mole di conoscenza che conserva. E quella è solo la prima di una serie di stanze molto simili, che si susseguono (ma non si vedono). Poi sovviene il monito sul portale. Non stare solo a guardare, esplora e cogli ciò che puoi. E quando uscirai di qui, ricordati di questo modo di cercare la Bellezza.

A volte, poi, la Storia crea dettagli così densi che si decide di non cancellarli, anche quando si potrebbe. La parete dell’ex refettorio del monastero, dal 1921 “Sala Dantesca” adibita a conferenze e cerimonie, è stato riaperto nel 2017 dopo anni di restauro.
I lavori hanno ripristinato, tra le altre cose, anche il dipinto “Le Nozze di Cana” del pittore Luca Longhi, situato sulla parete settentrionale. Nella parte in basso il dipinto appare più chiaro, quasi sbiadito. Il gesto è voluto, secondo le teorie del restauro moderno, per segnalare una parte mancante, frutto di un’alluvione che nel Seicento penetrò in quelle stanze e lambì i piedi dei convitati alle nozze, conferendo una seconda storia all’opera, oltre a quella della sua fattura. Oggi possiamo vedere il segno delle sue traversie, che sono poi quelle del complesso che la ospita e di tutta la città.

La Bellezza a volte può giacere nell’imperfetto, nel danneggiato, nell’irrimediabilmente compromesso. Ci ricorda che nulla è intoccabile ma anche che non ci sono errori, solo occasioni.

Le nozze di Cana di Luca Longhi (Biblioteca Classense, Ravenna)

Le nozze di Cana di Luca Longhi (Biblioteca Classense) | Ph. © Nitto1, via Wikimedia


Le Valli di Ravenna

Chiamare “valle” una distesa d’acqua lagunare compresa tra due sponde sabbiose ricoperte di canne è forse una delle massime espressioni poetiche della toponomastica romagnola. Ravenna è circondata da “valli” dove è possibile navigare, camminare, e osservare una natura sorprendente, così vicina alla città e alle opere dell’uomo.

Appena oltre la sponda nord del fiume Lamone si erge solitaria, quasi medievale, una torre di avvistamento. Salendo in cima e dando le spalle alla strada ci si ritrova in un paesaggio selvaggio e protetto, che resiste tra mare e campagna. Per qualche ora, la bellezza la cerchiamo in ciò che già esiste, ciò che non è stato toccato o modificato, per dargli un senso o uno scopo. La Natura è così, senza filtri o metafore. È bella per il suo equilibrio, a volte tremendo, ma puro e perfetto. Dall’alto della torre ci ricorda da dove proveniamo e ci chiede di non andarcene più.

Valli di Marina Romea | Foto © Archivio Fotografico Comune di Ravenna

Valli di Marina Romea | Foto © Archivio Fotografico Comune di Ravenna


Sulle spiagge di Ravenna

I ponti levatoi possono alimentare una sensazione di grandiosità via d’accesso a un luogo e un’epoca mitici, rievocano trombe d’ottone e zoccoli scalpitanti. La stessa impressione di preludio alla grandezza si può avere mettendo il primo piede nudo sulle passerelle che da alcuni anni introducono alle spiagge di Ravenna, solcando con grazie la pineta.

Inducono al silenzio, al rispetto, alla contemplazione. Si passa adagio un confine fisico, ma anche simbolico. Perché la spiaggia è un altro mondo, invisibile dalla strada, un mondo con i suoi tempi, i suoi odori, il suo orizzonte così diverso dalla città. Una città “terragna” come Ravenna, ma sorella del mare, che la attende poco distante, in ogni stagione, appena possibile. E allora godiamoci la passeggiata, un volo radente, anche per preservare questo habitat oramai ridotto, per entrare in punta di piedi verso l’incontro tra terra e acqua.


Il mausoleo di Galla Placidia

Facciamo un gioco. Non subito, ma tra poco. Ci siamo. Eccoci giunti al patrimonio dell’Umanità (non che il resto, fin qui declamato, non lo fosse!). Ne abbiamo scelto uno, tra gli otto, per concludere il nostro percorso di “educazione”, nell’accezione di “conduzione” ma anche di “estrazione” di bellezza. E ancora una volta restiamo sui dettagli e le ispirazioni inconsuete. Stiamo per entrare nel Mausoleo di Galla Placidia.

Attraversiamo il prato e ci dirigiamo verso un edificio minuto, quieto, come un cofanetto senza etichette. L’ingresso è stretto e buio e si entra pochi alla volta. Il gioco inizia adesso. Poggiamo la mano sulla parete e chiudiamo gli occhi. Entriamo adagio, in silenzio. Troviamo un posto sicuro, più o meno al centro della stanza. Respiriamo per qualche istante i quindici secoli che ci hanno condotto lì dentro. Poi alziamo la testa e apriamo lentamente gli occhi. Godiamoci i riflessi dell’oro, nel blu profondo. Vediamo il cielo, ma al chiuso. Lo spoglio cofanetto diviene uno scrigno di preziosi. Piccolo e meraviglioso.

E infine entrammo a riveder le stelle.

Mausoleo di Galla Placidia | © bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it

Mausoleo di Galla Placidia | Foto © bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it

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