La Chiesa di San Carlino, un gioiello barocco nel cuore di Ravenna

L’esistenza della Chiesa di San Carlino, in origine dedicata agli apostoli Simone e Giuda e ai martiri Fabiano e Sebastiano, è attestata dai documenti a partire dall’anno Mille.

La struttura fu voluta da Oddone dall’Ova che la consacrò nel 1062. I primi proprietari furono dunque i Tombesi dall’Ova, una famiglia di grandi condottieri, che gestirono l’edificio fino agli inizi del 1500. Il loro stemma araldico era un leone rampante con una banda laterale. 

Ai dall’Ova, trucidati dai Rasponi in un drammatico fatto di sangue, seguirono i Dal Corno che nel 1700 restaurano pressoché totalmente il piccolo oratorio, riportandolo al suo aspetto attuale. Si servirono dell’architetto Domenico Barbiani che eseguì anche le decorazioni pittoriche, e del decoratore Giuliano Garavini che realizzò gli eleganti stucchi. Ancora oggi lo stemma dei Dal Corno (un corno con tre stelle) si può rinvenire ovunque al suo interno e persino sulla maniglia della porta d’ingresso.

Alla fine ‘700 la famiglia dei Dal Corno si estinse e l’edificio passò a quella dei Lovatelli. È infatti presente all’interno della piccola chiesa una lapide in cui è tracciata la pianta di un loro antico fondo donato per il mantenimento di questa piccolo complesso.

Chiesa di San Carlino (Ravenna)

Chiesa di San Carlino (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli

Nei primi anni del ‘600, l’edificio divenne sede di una confraternita legata alla figura di San Carlo, composta da laici e religiosi. L’intitolazione a San Carlo Borromeo, detto volgarmente San Carlino dai ravennati per le dimensioni ridotte dell’edificio, è quindi puramente affettiva.

Il culto di San Carlo si affermò nei primi anni del 1600 e la devozione si diffuse subito anche a Ravenna dove il Borromeo aveva ricoperto la carica di cardinale legato tra il 1560 e il 1563 e dove era ritornato nel 1583, un anno prima della sua morte. 

Carlo Borromeo, per la sua vicenda personale, incarnerà il modello del perfetto pastore. Nipote del papa Pio IV (il papa che aveva concluso i lavori del Concilio di Trento), nonostante le sue nobili origini aveva rinunciato alla carriera ecclesiastica che lo avrebbe sicuramente portato a Roma, per seguire le pecorelle della sua diocesi milanese. Ciò, ovviamente, aveva suscitato enorme scalpore e ammirazione tanto che quando tornò a Ravenna nel 1583 la devozione nei suoi confronti era fortissima. 

Secondo gli storici a Ravenna si conservavano ben due reliquie del Borromeo, oggi disperse. Innanzitutto l’honestina, ovvero la salvietta di lino che il cardinale aveva usato durante un pranzo con i canonici di Santa Maria in Porto. Quest’ultima, dopo la beatificazione avvenuta nel 1610, sarebbe addirittura stata esposta quale vera reliquia il 4 novembre, festa liturgica del Santo.

Nell’oratorio, inoltre, veniva conservata, secondo il Pasolini, una spugna impregnata del sangue del Santo. Anche di quest’ultima, purtroppo, si sono perdute le tracce.

Chiesa di San Carlino (Ravenna)

Chiesa di San Carlino (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli

Il massimo periodo di espansione delle confraternite fu negli anni immediatamente successivi al Concilio di Trento (1545-1565). Questo giustifica la nascita a Ravenna di ben due confraternite legate al culto del Borromeo, un vero e proprio campione della Controriforma: una (detta in urbe) aveva sede proprio qui, l’altra in borgo San Rocco (detta in suburbe essendo fuori le mura).

Le confraternite erano enti laici ad ispirazione religiosa che nacquero in età medievale. Tra le più antiche esistenti a Ravenna vi erano: quella del Rosario, collegata alla chiesa di San Domenico, chiesa attestata già dal 1260 col nome di Santa Maria in Gallopes; quella del SS. Sacramento, che aveva sede nella chiesa di Sant’Agata; la confraternita portuense dei Figli di Maria, collegata alla devozione della Madonna Greca, e infine la confraternita dei Flagellanti con sede in Sant’Apollinare Nuovo.

Lo scopo principale delle confraternite era quello di “condividere la fede”, ovvero di diffondere l’ortodossia, di contrastare l’eresia e di fare da apripista all’affermazione delle parrocchie nelle città.
Seguivano una liturgia ben precisa e rigorosa. Sfilavano in città durante le festività solenni e in periodo di Quaresima e Avvento recitavano il Rosario. Anzi la lettura del Rosario era il principale strumento di lotta contro l’eresia.
Questi enti svolgevano anche un’importante azione sociale: innanzitutto la lettura del Rosario avveniva in volgare e non in latino, e questo era importantissimo ai fini dell’alfabetizzazione, poi recavano soccorso sia spirituale sia materiale alle persone, infine fungevano da primo centro di orientamento a chi arrivava per la prima volta in città. 

Gli interni della chiesa di San Carlino

All’interno dell’oratorio si trova la Pala d’Altare che raffigura San Carlo Borromeo tra i quattro santi titolari. La pala, eseguita nel 1628, è di Giovanni Barbiani, capostipite di una famiglia di artisti che lavorerà a Ravenna tra ‘600 e ‘700.

La fisionomia di Carlo si fissa subito nell’iconografia, quindi quello che qui vediamo ritratto è il vero volto del Borromeo: volto scavato, naso robusto, con indosso l’abituale abito cardinalizio.

Sulla destra, San Sebastiano martire è facilmente riconoscibile perché è legato a una colonna con inflitte nel corpo le frecce del martirio. Dalla parte opposta, cioè primo a sinistra, riconosciamo San Fabiano martire perché indossa la mitria, infatti fu papa di Roma nel III secolo. Di fianco a San Carlo, i due apostoli titolari dell’oratorio, Simone Zelota e Giuda Taddeo che sono qui associati perché molte leggende agiografiche li vogliono martiri insieme.

Chiesa di San Carlino (Ravenna)

Chiesa di San Carlino (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli

Sulla parete sinistra dell’oratorio, troviamo il Tabernacolo, un’opera di fine ‘400 proveniente dall’antica Ursiana. Secondo Corrado Ricci l’autore del Tabernacolo marmoreo fu uno scultore lombardo. La volta prospettica eccezionale ricorda, infatti, la prospettiva di San Satiro a Milano. Il committente fu, invece, l’arcivescovo Roverella per l’antica cappella dell’Ursiana del SS. Sacramento.

Nell’antica Cattedrale, il Tabernacolo rimase in uso fino agli inizi del ‘600, quando il cardinale Pietro Aldobrandini decise di realizzare una nuova cappella monumentale dedicata al tema dell’Eucarestia affidando i lavori a Carlo Maderno e la decorazione a Guido Reni.
Il Tabernacolo marmoreo non si sposava con il nuovo ambiente e quindi venne inizialmente spostato nella cappella della Madonna del Sudore dove rimase fino al 1759, quando anche in quella cappella furono eseguiti degli importanti lavori di rinnovamento.
In questa occasione, il Tabernacolo fu smontato e acquistato dalla famiglia Dal Corno che lo collocò in San Carlino inserendo un piccolo bassorilievo della Vergine a ricordo della devozione dei ravennati nei confronti di questa immagine. 

Le pitture della cupola sono state realizzate da Domenico Barbiani verso la metà del ‘700 quando l’edificio venne totalmente ristrutturato. I cieli sono aperti a conferma dell’unione tra cielo e terra e della comunione dei Santi. I medaglioni presentano i 4 Santi titolari dell’oratorio.
Essi vengono qui ribaditi a testimoniare l’indirizzo dato dalla Controriforma. Dato che la Riforma Protestante aveva abolito moltissimi Santi, la Chiesa cattolica riempì le sue chiese di figure di santità. Sono poi rappresentate le 4 Virtù Cardinali a ribadire uno degli scopi principali della confraternita cioè condurre una vita virtuosa: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza.

Dal 1792 l’oratorio fu prima ridotto a cantina, poi chiuso al pubblico, ed infine donato all’Orfanotrofio adiacente nel 1808.

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