I mosaici di Ravenna che ispirarono Dante Alighieri

I mosaici di Ravenna che ispirarono Dante Alighieri

A Ravenna si possono trovare le tracce di molte fasi importanti della cultura e della storia italiana, e sicuramente una di queste è quella che riguarda gli ultimi anni di vita di Dante Alighieri. Alla nostra città però non è sempre stata data la giusta importanza quando si tratta di riconoscere i meriti che ha avuto come fonte per la Commedia.

Il poeta toscano trovò, infatti, grande ispirazione nei molti luoghi che frequentò durante il suo soggiorno in città. Tra questi, ad esempio, è spesso ricordata la Pineta di Classe che troviamo al v. 2 del XXVIII canto del Purgatorio, dove viene descritta come “la divina foresta spessa e viva”.

Molto presenti ma mai citati sono invece i mosaici bizantini che, oggi come allora, rendono Ravenna davvero unica in tutto il mondo. A tal proposito, in passato non sono stati molti i critici danteschi che si sono accorti di questo importante legame. Negli ultimi anni, però, importanti passi avanti sono stati compiuti, a partire dall’opera di Corrado Ricci – archeologo e storico dell’arte ravennate – che fu uno tra i primi a mettere in luce questo aspetto.

La parete sinistra di Sant'Apollinare Nuovo | © Wikimedia

Il corteo delle Vergini della basilica di Sant’Apollinare Nuovo | © Wikimedia

Per comprendere al meglio come i mosaici ravennati siano stati fonte d’ispirazione per la Commedia dantesca, il nostro consiglio è di visitare la mostra La bellezza ch’io vidi, in programma fino al 6 gennaio 2019 all’interno del nuovo spazio espositivo di Sant’Apollinare Nuovo (prezzo e orari qui). A presiedere il Comitato Scientifico due Professori dell’Università di Bologna: Laura Pasquini – storica dell’Arte Medievale – che si era già dedicata alle fonti iconografiche della Commedia, e Giuseppe Ledda – professore di Letteratura Italiana – che da molti anni tiene corsi di critica e filologia dantesca.

Per noi vale davvero la pena farle una visita: le singole terzine dantesche sono accompagnate da grandi riproduzioni fotografiche dei mosaici che le hanno ispirate. Non capita spesso di poter ammirare così da vicino le immagini musive che hanno reso unica la nostra città!
Certo, vederle dal vivo ha un fascino diverso… Ma osservarle così da vicino permette sicuramente di comprenderle meglio! La mostra è consigliata a tutti: agli appassionati di letteratura, agli appassionati dei mosaici, e a chi non si vuole accontentare di vederli de lonh!

Di seguito potete trovare le fotografie di solo alcune delle raffigurazioni musive che i critici pensano abbiano influenzato l’Alighieri, quando a Ravenna era impegnato a completare il suo capolavoro in versi.


La croce nel mosaico absidale di Sant’Apollinare in Classe

Tra le raffigurazioni che più facilmente si possono riconoscere nel testo dantesco, c’è sicuramente il mosaico dell’abside di Sant’Apollinare in Classe. Un grande disco gemmato contiene un cielo trapuntato di 99 stelle d’oro e d’argento e una croce gemmata, al cui centro si trova il viso di Cristo.
Ecco i versi del canto XIV del Paradiso (97-104) dove viene descritto il passaggio al cielo di Marte: le anime fulgenti lo accolgono disponendosi a croce, e al centro lampeggia Cristo:

Come distinta da minori e maggi
lumi biancheggia tra ’ poli del mondo
Galassia sì, che fa dubbiar ben saggi;

sì costellati facean nel profondo
Marte quei raggi il venerabil segno
che fan giunture di quadranti in tondo.

Qui vince la memoria mia lo ’ngegno;
ché quella croce lampeggiava Cristo

La Croce di Sant'Apollinare in Classe Ravenna | © bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it

La Croce musica dell’abside della basilica di Sant’Apollinare in Classe | © bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it


Le cupole del battistero Neoniano e degli Ariani

Nel canto X, nel cielo del Sole, Dante incontra un gruppo di beati che circondano lui e a Beatrice, formando una corona formata di dodici anime. A questa, se ne aggiungerà una seconda nel canto XII, muovendosi coordinata alla prima.
Questa immagine potrebbe ricordare le due cupole dei famosi battisteri ravennati, il Neoniano e quello degli Ariani, dove sono raffigurati i dodici apostoli in cerchio: (Par. X, 64-66)

Io vidi più folgór vivi e vincenti
far di noi centro e di sé far corona,
più dolci in voce che in vista lucenti

Battistero degli Ariani | © bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it

Battistero degli Ariani | © bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it


Il ritratto di Giustiniano nella basilica di San Vitale

L’imperatore Giustiniano ha avuto un ruolo di spicco nel Paradiso dantesco: a lui è interamente dedicato il canto politico della terza cantica, ossia il VI. Impossibile non pensare che Dante abbia levato gli occhi spesse volte al ritratto musivo dell’Imperatore nella Basilica di San Vitale, dove si trova circondato dai suoi fedeli.

Cesare fui e son Iustinïano,
che, per voler del primo amor ch’i’ sento,
d’entro le leggi trassi il troppo e ‘l vano.

Giustiniano e il suo seguito, Basilica di San Vitale | © bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it

Giustiniano e il suo seguito, Basilica di San Vitale | © bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it


La sfilata di Vergini e Santi a Sant’Apollinare Nuovo

Nel XXIX canto del Purgatorio, Dante scrive di una grande processione che, nel Paradiso Terrestre, anticipa l’arrivo della sua amata Beatrice. Descrive ventiquattro signori vestiti di bianco, che procedono a due a due, coronati di fiordaliso. 
Che cosa può venirci in mente, se non la decorazione delle pareti di Sant’Apollinare Nuovo? Lì, infatti, si trovano dodici figure femminili a sinistra, come vergini in processione, e altrettanti uomini sulla destra, rappresentanti dei santi. Queste terzine sembrano dar loro vita:

Sotto così bel ciel com’io diviso,
ventiquattro seniori, a due a due,
coronati venien di fiordaliso.

Tutti cantavan: “Benedicta tue
ne le figlie d’Adamo, e benedette
sieno in etterno le bellezze tue!”.

Corteo dei santi (dettaglio), Sant'Apollinare in Classe | © turismo.ra.it

Corteo dei santi (dettaglio), Sant’Apollinare in Classe | © turismo.ra.it

 

Il viaggio è la mia dimensione, l’amore per la scoperta una delle sue forme.

?War is over: una mostra tra sogni e incubi

?War is over: una mostra tra sogni e incubi

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.
[…]
Non è fotogenico,
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.

Wisława Szymborska

?War is over – Arte e conflitti tra mito e contemporaneità è la mostra che quest’autunno è stata organizzata dal MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna. Inaugurata il 6 ottobre, in occasione della Notte d’Oro 2018, chiuderà i battenti il 13 gennaio 2019. L’esposizione è ricca di opere di arte contemporanea, e i riflettori sono puntati sui grandi nomi degli artisti ospitati. Per farne giusto alcuni dei più “chiacchierati”, si possono ammirare opere di Picasso e di De Chirico, della Abramović, di Jan Fabre Andy Warhol, di Christo

Questa è una mostra molto forte e piuttosto complicata. Non tanto perché sia di difficile comprensione, ma perché è molto coinvolgente dal punto di vista emotivo: il percorso di ogni visitatore sarà diverso, e trovo quindi inutile stilare una lista di “cose da non perdere”. Preferisco raccontarvi alcune delle opere che hanno colpito me, nella speranza di invogliarvi ad andare a scoprire di persona le emozioni che vi aspettano. Già il titolo della mostra è di per sé emblematico: ?War is over è una domanda che si maschera da affermazione.

Qui di seguito trovate una galleria con alcune opere che sono stata felice di aver scoperto:

  • La prima è un’opera del 2013 di Alfredo Jaar e ritrae Lucio Fontana nel 1946, al suo ritorno dall’Argentina, dove si era rifugiato durante la guerra. L’artista italiano cammina tra quelle che erano le mura del suo studio a Milano, ridotto in macerie con i bombardamenti. Jaar, fuggito dalla dittatura di Pinochet nel 1982, utilizza l’arte come strumento di riflessione e denuncia politica: anche la gigantografia in mostra vuole rappresentare il riscatto culturale di un artista che può ancora ergersi sulle rovine della guerra nonostante ciò che ha perso. Vicino alla grande stampa, in mostra c’è anche un’opera in ceramica di Fontana, intitolata Battaglia. Le ceramiche, poco note rispetto ai tagli che l’hanno reso celebre, sicuramente meritano attenzione.

 

  • L’opera Senza titolo degli italiani Perino & Vele, che lavorano spesso con la tecnica della cartapesta, colpisce innanzitutto per la sua grandezza. Un grande sacco cela al suo interno una sfera, che grazie al sottotitolo si scopre essere un Mappamondo intrappolato. Il mondo, offeso nella sua cecità, è stato colpito da una scarica di proiettili. Ho trovato significativo l’utilizzo di quotidiani nella sua realizzazione. Le testate utilizzate? “Il Mattino”, “La Gazzetta dello Sport”, “Italia Oggi”, “Il Sole 24 Ore”.

 

  • Non conoscevo Pino Pascali prima di visitare ?War is over, e la sua Bomba a mano mi ha davvero commosso. L’arma si fa Diario quando l’artista, trovando una vera bomba a mano inesplosa, decide di svuotarne il contenuto e di riempirla nuovamente con qualcosa di intimo e personale: un messaggio. Dice: “il 24-1-67 ho ricaricato la bomba con questo biglietto. | Pascali | l’ho riverniciata oggi con smalto verde di cadmio”. Pascali ha notevolmente contribuito a dare importanza internazionale al movimento dell’Arte Povera, di cui fanno parte anche altre opere in mostra.

 

  • La Fucilazione in campagna è stata datata dal suo autore Renato Guttuso al 1939, anche se forse venne dipinta l’anno precedente. Il quadro è stato composto pensando alla fucilazione del poeta Federico García Lorca ad opera dai franchisti, avvenuta nel 1936 durante la guerra civile spagnola. Per  non correre il rischio di essere censurato dai fascisti, Guttuso lasciò credere che rappresentasse un delitto di mafia. La Fucilazione è una dei primi memorabili risultati artistici del pittore e del suo “realismo lirico”.

 

  • Emilio Isgrò immagina un mondo senza più né nomi, né confini, perché le guerre non debbano più esistere: Weltanschauung, “visione del mondo”, è quasi un’utopia cartografica. L’opera consiste in dodici tavole di carte geografiche di epoca prussiana alle quali sono stati cancellati i nomi con il colore nero. Lo spazio, privato dei suoi toponimi, viene restituito alla pace. Questa tecnica ha reso celebre l’artista: Isgrò iniziò le prime opere di “cancellatura” nel 1964, quando aveva dichiarato morta la parola.

 

  • Andy Warhol non ha certo bisogno di presentazioni, ma alla ?War is over sono esposte due opere meno “pop” di quelle che si vedono di solito. Due sono le serigrafie esposte, entrambe intitolate Sedia elettricaLo strumento di morte è reso con colori saturi e vivaci, come se la foto fosse destinata ad essere usata per una pubblicità,: il risultato visivo è straniante e molto sgradevole. La spettacolarizzazione della morte qui va di pari passo con la critica alla pena capitale in America, molto viva negli anni Settanta quando le serigrafie sono state realizzate.
Marzia Migliore, Pier Paolo Pasolini | © www.theartstack.com

Marzia Migliore, Pier Paolo Pasolini | © theartstack.com

?War is over è un percorso tra sogni di libertà, desideri atavici di pace e un unico incubo ricorrente: la guerra che non finisce mai. Questa mostra non vi deluderà!

Il viaggio è la mia dimensione, l’amore per la scoperta una delle sue forme.

La leggenda di Guidarello Guidarelli

La leggenda di Guidarello Guidarelli

Non c’è da soprendersi che il Guidarello – di cui abbiamo iniziato a parlare nel precedente post – sia divenuto oggetto di una delle sezioni del video contest #myRavenna. Be inspired: come vedremo, è stato infatti fonte di ispirazione per molti artisti nel corso dei secoli, ha suggestionato innumerevoli visitatori e si dice che abbia ricevuto anche qualche milione di baci.

Sicuramente, dobbiamo ammettere che sia molto fotogenico: trovo affascinanti le fotografie che lo rappresentano perché spesso accade che l’obiettivo ne ingentilisca la bocca e l’espressione. Se si osserva bene la statua nella Loggetta Lombardesca del Museo MAR dove si trova, si può leggere nelle sue labbra una leggera smorfia, che tradisce la sofferenza che portò il cavaliere alla morte. La scultura pare sia stata creata avendo a disposizione la maschera mortuaria di Guidarello, che quindi doveva essere del tutto simile al viso marmoreo.

A proposito della bellezza della sua scultura, molti di voi sapranno già che è stato catturato anche dall’obbiettivo della macchina da presa di Marcello Aliprandi per il film La ragazza di latta. Nei titoli di testa, infatti, la protagonista interpretata da Sydne Rome si china sulla statua per baciare le sue labbra marmoree.

Guidarello Guidarelli gif | © www.youtube..com

Il Guidarello Guidarelli ne La ragazza di latta | © www.youtube.com

Il bacio cinematografico non è che uno tra i tanti: gli innumerevoli baci che il Guidarello ha ricevuto non sono merito solo del suo fascino, ma anche di una leggenda che, sicuramente, i ravennati conosceranno mentre forse è meno noto il motivo per cui nacque.

Negli anni Trenta la statua del cavaliere era stata mandata a Parigi per una mostra sull’arte rinascimentale italiana al Petit Palais e, quando fece ritorno a Ravenna, si notarono alcuni difetti che non aveva alla sua partenza. Fu rinvenuta infatti una crepa superficiale sul piede destro della scultura, che oltretutto sembrava sporca e imbrattata, come se ne avessero fatto un calco e non fosse stata ripulita a dovere.

L’Accademia di Belle Arti di Ravenna decise allora di non prestare più la Lastra tombale in occasione di mostre e non la fece partire per l’esposizione già fissata a Budapest. Ne seguirono molte polemiche e, nel tentativo di metterle a tacere, si disse che il Guidarello era tornato sporco del rossetto delle tante parigine che avevano voluto sfiorare le sue labbra.

Questa storiella, inventata dall’allora direttore dell’Accademia Vittorio Guaccimanni, fu resa più accattivante dai giornalisti di allora, che misero in circolo la diceria che sarebbero andate in sposa entro l’anno coloro che avrebbero baciato il bel Guidarello. La leggenda prese a circolare ancora di più negli anni Cinquanta e Sessanta, grazie all’enfasi romantica di articoli usciti su riviste come «Oggi», «Epoca», «Confidenze», «Il Tempo».

Per l’effetto che il Guidarello ha suscitato non si può fare a meno che pensare alla sindrome di Stendhal.
In passato, quando il Museo d’Arte era ancora Pinacoteca Comunale, si dovette addirittura provvedere a nasconderlo per qualche tempo, per evitare che le effusioni amorose delle sue ammiratrici potessero danneggiarlo: sembra che alcune donne avessero tentato di nascondersi nelle sale del museo per restarvi la notte e passarla con l’uomo d’arme.
Per qualche anno fu quindi portato nei seminterrati e momentaneamente sostituito con una copia. Ovviamente, per preservare la statua correttamente, oggi è vietatissimo avvicinarsi troppo alla Lastra e toccarla, soprattutto in seguito all’attento restauro di cui è stata oggetto!

Il Guidarello ha ispirato generazioni di visitatori già prima che la leggenda su di lui circolasse, sia italiani che stranieri. In Europa il nostro cavaliere fu conosciuto grazie alle testimonianze e ai racconti di viaggiatori o dei giovani che sostavano in Italia durante il grand tour. Ne scrisse anche Louise Colet, che fu a lungo compagna dello scrittore Gustave Flaubert, dicendo di esserne rimasta abbagliata.
Non c’è quindi da stupirsi se possiamo trovare delle copie del Guidarello in giro per il mondo tanto che oggi ospitano una riproduzione il South Kensington Museum di Londra, il Museum of Fine Arts di Boston e quello di Buenos Aires.

Guidarello, Gabriele D'Annunzio | © Wikimedia

Ravenna, Gabriele D’Annunzio | © Wikimedia

Per chiudere in bellezza questo breve percorso, riporto di seguito il testo di Ravenna, poesia scritta da Gabriele D’Annunzio in onore del nostro cavaliere:

Ravenna

Ravenna, Guidarello Guidarelli
dorme supino con le man conserte
su la spada sua grande. Al volto inerte
ferro morte dolor furon suggelli.

Chiuso nell’arme attende i dì novelli
il tuo Guerriero, attende l’albe certe
quando una voce per le vie deserte
chiamerà le Virtù fuor degli avelli.

Gravida di potenze è la tua sera,
tragica d’ombre, accesa dal fermento
dei fieni, taciturna e balenante.

Aspra ti torce il cuor la primavera;
e, sopra te che sai, passa nel vento
come polline il cenere di Dante.

 

E voi, siete già stati stregati dal Guidarello?

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Guidarello Guidarelli: storia dell’uomo di marmo

Guidarello Guidarelli: storia dell’uomo di marmo

In occasione della Notte d’Oro ho visitato la città con mia mamma, che non veniva a Ravenna da qualche anno. Mentre ci incamminavamo verso il Mar, all’inaugurazione della mostra ?War is over, si sforzava di ricordare in che anno avesse visitato Sant’Apollinare Nuovo e, arrivate davanti il Museo d’Arte della città, mi disse che non c’era ancora mai stata. Si ricordava però di una Pinacoteca che aveva visitato da ragazza, dove aveva visto la statua di un soldato che l’aveva colpita molto. Stentavo a credere a quella coincidenza: «Ma stai parlando del Guidarello Guidarelli!».

Era qualche tempo che di Guidarello sentivo parlare spesso in quanto oggetto di una delle sezioni del video contest che sarebbe stato inaugurato proprio il 6 ottobre, e sapevo che era stato valorizzato anche nella mostra in corso. Diciamo che, delle tante opere esposte al Mar, era forse quella che più bramavo di vedere.
L’aura intorno alla Lastra tombale di Guidarello Guidarelli è percepibile già prima che la scultura venga effettivamente vista. La suggestione inizia quando si scopre dell’esistenza di una leggenda che lo riguarda: se una ragazza bacia le labbra marmoree del guerriero, si sposerà entro l’anno e, se è già stata maritata, le proprietà taumaturgiche del Guidarello le faranno avere un figlio entro gli stessi dodici mesi.

Oltre alla leggenda, che ha creato un vero e proprio mito intorno alla sua bianca effigie, il Guidarello suscita l’interesse di molti anche per altri misteri che lo riguardano, due in particolare: il primo è legato all’autorialità della statua, che ha fatto sorgere molti dibattiti, mentre il secondo riguarda la storia della sua vita o, meglio, quella della sua morte.

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli | © Wikimedia

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli | © Wikimedia

Chi era, quindi, Guidarello?

Nato a Ravenna attorno alla metà del XV secolo, venne nominato cavaliere del Sacro Romano Impero nel 1468, ancora giovanissimo. Era un mercenario, di quelli contro cui Ludovico Ariosto si scagliava nell’Orlando furioso: aspetto che a noi, forse, sembrerà poco affascinante. Ai suoi tempi Ravenna era sotto l’influenza veneziana, e quindi più volte combatté nelle fila della Serenissima, per la quale faceva anche da informatore. In seguito, combatté per Papa Alessandro VI e, infine, per il figlio illegittimo Cesare Borgia.

Ve lo ricordavate che Borgia, detto il Valentino, era figlio di un papa? Io mi stupisco ogni volta che torno su questa notizia. Insomma, il nostro Guidarello combatté a lungo per il controverso Cesare Borgia, che lo nominò anche capitano. Al tempo il Valentino era impegnato nella conquista della Romagna, di cui poi il padre lo rese Duca.

Era per una di queste campagne belliche che nel 1501 Guidarello si trovava a Imola, durante il periodo del carnevale, quando trovò la morte. A lungo la sua causa restò ignota, e nacquero diverse ipotesi e leggende. Si può leggere, ad esempio, che forse venne fatto decapitare da Borgia a causa del suo ruolo di informatore per la Repubblica di Venezia, oppure che spirò a causa di un duello scoppiato per amore. Quest’ultima notizia pare oggi poco verosimile: forse venne diffusa per alimentarne il mito romantico.

La versione che oggi è più accreditata non è comunque meno curiosa di queste. Stando ad un frammento ritrovato nel 1930 da Augusto Campana in una cronaca del tempo, sembra che, in occasione di un ballo in maschera, il guerriero avesse prestato una bella camicia alla spagnola, tutta ornata d’oro, ad un certo Virgilio Romano e che questi, non volendogliela rendere, si infuriò e lo uccise. Il Duca vendicò poi l’ingiusta uccisione del Guidarello e fece uccidere Virgilio Romano. Ecco l’antico testo da cui è stata tratta la notizia:

Miser Guidarelo da Ravenna, soldato dignissimo del duca, abiando imprestato una sua camisa a la spagnola, belissima de lavori d’oro, a Virgilio Romano a Imola, per farsi mascara, e non je la volendo rendere e cruzatosi con lui, el ditto Virgilio lo tajò a pezzi e amazollo; el Duca fatollo pjare li fé tajare la testa.

Durante una lunga agonia, che si protrasse fino al 6 o al 7 di marzo, Guidarello riuscì a dare disposizioni alla moglie Benedetta Del Sale per il suo stesso rito funebre, chiedendo che una sorta di commissione composta da sei umanisti decidesse come investire una somma di 500 o 600 ducati per la costruzione della sua tomba.
Queste sono le notizie che abbiamo sull’uomo Guidarello Guidarelli. Sicuramente le circostanze della sua morte sono interessanti, ma possiamo ammettere che, se non fosse stato per la bellezza della Lastra a lui dedicata, oggi non sarebbe altrettanto noto. Molti però sono i dubbi che la riguardano: non si sa con sicurezza né chi la realizzò, né quando venne conclusa.

Lo scultore più accreditato è Tullio Lombardo, autore anche della lastra raffigurante Dante nel Monumento a lui dedicato. Nel 1525 gli vennero pagati 350 ducati per il restauro della cappella di San Liberio nella Basilica di San Francesco, dove il sepolcro ebbe collocazione fino alla metà del XVII secolo. Fu forse realizzato in quell’occasione? A molti studiosi questo dato non basta per affermarlo.

Oltre al nome di Tullio Lombardo, erano già stati fatti altri nomi in precedenza, come quello di Giacomello Baldini o del padre Pietro Lombardo, già attivo a Ravenna (suoi, ad esempio, i basamenti delle colonne di Piazza del Popolo). Probabilmente ci dovremo accontentare di rimanere nell’incertezza: oltretutto, forse materialmente forse non fu solo un “maestro” ad aver liberato il Guidarello dal marmo, perché spesso alla realizzazione di una scultura contribuivano tutti i membri della bottega di un artista.

Come se non bastasse il mistero intorno all’autore della Lastra, negli anni Novanta due storici dell’arte, Andrea Bacchi e Desideria Cavina, hanno sollevato l’ipotesi che il Guidarello possa non essere l’originale, ma una copia di epoca romantica. A sostegno di questa tesi possono essere i numerosi spostamenti che ha subito l’opera: c’è infatti chi sostiene che l’originale possa essere stato sostituito con una copia in una di queste occasioni.

Xilografia del Quadrarco di Braccioforte del 1900 | © Wikimedia

Xilografia del Quadrarco di Braccioforte del 1900 | © Wikimedia

A metà del XVII secolo la scultura fu spostata da San Francesco al Quadrarco di Braccioforte, motivo per cui a lungo infatti il cavaliere venne chiamato Braccioforte da chi faceva visita a Ravenna. Nell’Ottocento venne poi collocato all’Accademia di Belle Arti, dal quale venne rimosso e messo al riparo durante la seconda guerra mondiale in una ignota villa in campagna. Scampato il pericolo, tornò all’Accademia, dove rimase fino al 1972, quando venne collocato nella Loggetta lombardesca del Museo d’Arte della città di Ravenna, l’odierno MAR.


Il prossimo post di #myRavenna sarà dedicato al fascino auratico del Guidarello e, se intanto vi è venuta voglia di ammirare il Guidarello, perché non fare una visita al Mar?

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Perché andare a vedere l’Ultimo Dante alla Classense

Perché andare a vedere l’Ultimo Dante alla Classense

Per celebrare il nostro Dante Alighieri ogni occasione è buona, ma si sa che settembre è il mese dantesco per eccellenza. Quest’anno, nell’ambito di Ravenna per Dante (che vedrà eventi fino all’1 dicembre), alla Biblioteca Classense è stata organizzata la mostra L’ultimo Dante e il cenacolo ravennate, in collaborazione con la Società Dantesca Italiana e la curatela di Gabriella Albanese e Paolo Pòntari.

La prima lettura di Dante per me non è sicuramente stata un colpo di fulmine, ma col tempo (e con una certa dose di pazienza) l’amore è sbocciato. Ogni volta che ho la possibilità di conoscere qualcosa di nuovo sul suo conto, ne approfitto. Ma perché scrivo per consigliare una visita all’Ultimo Dante? Non è solamente una mostra sul poeta, secondo me.

Ancor più che per le notizie sull’Alighieri, infatti, il visitatore (e, in particolare, il visitatore ravennate) può sorprendersi dell’accuratezza delle ricostruzioni storiche e della varietà di fonti che illustrano il rapporto di Dante con la città di Ravenna. La-città-di-Ravenna: ossia case, persone, strade, mura, chiese.

Una presentazione digitale illustra i luoghi della città legati al poeta e alla famiglia Alighieri (in particolare ai figli Pietro e Suor Beatrice), ai da Polenta, che accolsero l’esule fiorentino, e al circolo di amici con cui trascorse gli ultimi anni, la cui ricostruzione è stata il frutto dell’analisi puntale di documenti trecenteschi. La mostra prende infatti il nome dal saggio L’ultimo rifugio di Dante, pubblicato nel 1891 da Corrado Ricci, un classico della bibliografia sul rapporto tra il poeta e la città, di cui sono esposte varie edizioni.

L’ultimo Dante alla Classense | © Cesare Pezzi

Bisogna fare uno sforzo per tentare di cogliere quale sia stata la realtà e la concretezza della quotidianità ravennate – attraverso i secoli che ci separano – dell’uomo-Dante, senza cadere nel tranello di elevare sempre la sua persona alla figura imbalsamata  e cristallizzata di Poeta Sommo. Il “cenacolo ravennate” era composto da medici, notai, letterati e filosofi, e nelle vetrine sono esposti alcuni testi scritti di loro pugno e altri documenti legati alla sfera personale degli ultimi anni del poeta. Considerato il fatto che non siamo in possesso di alcun testo autografo dell’Alighieri, questi manoscritti in mostra emanano sicuramente un certo fascino.

Tra tutte le frequentazioni romagnole, spiccano alcune figure in particolare: il dottore Fiduccio de’ Milotti e il notaio di origine fiorentina Dino Perini sono le persone celate dietro due pastori delle Egloghe latine del poeta. Il notaio Menghino Mezzani, invece, scriveva poesie in volgare e fu uno dei primissimi attenti lettori della Commedia. L’umanista Coluccio Salutati infatti, alla vigilia del XV secolo, quando la ricerca dei manoscritti danteschi cominciava a dare i primi grattacapi, faceva richiesta dei testi e degli scritti che erano stati in possesso del Mezzani, in quanto «familiaris et socius Dantis nostri».

Oltre all’attenzione riservata ai luoghi danteschi e ai suoi amici, in mostra ci sono anche esposte alcune riproduzioni di dipinti raffiguranti gli ultimi anni di Dante a Ravenna e il suo rapporto con la città. Il quadro che ho preferito è di William Bell Scott (metà XIX sec.) e fa riferimento ad un episodio avvenuto (forse) dopo la sua morte, intorno al 1350: Boccaccio fa visita alla figlia di Dante raffigura appunto l’incontro che doveva avvenire tra il letterato fiorentino e Suor Beatrice, monaca nel monastero di Santo Stefano degli Ulivi, alla quale doveva portare 10 fiorini.

William Bell Scott, Boccaccio fa visita alla figlia di Dante

William Bell Scott, Boccaccio fa visita alla figlia di Dante  | Foto © Wikimedia

Purtroppo, non si può sapere con certezza se questo episodio si verificò o meno, e la notizia resta incerta, come molte altre legate al poeta. A noi però deve piacere immaginare che l’incontro tra i due avvenne: Boccaccio, grande estimatore del predecessore fiorentino e divulgatore della sua opera, nell’andare a conoscere la figlia del suo idolo letterario deve sembrare come il visitatore contemporaneo che, nonostante i secoli, viaggia per avvicinarsi il più possibile alla persona del grande poeta Dante Alighieri.

[La mostra è gratuita ed è stata allestita tra l’aula magna e il corridoio grande. Inaugurata l’8 settembre, sarà visitabile fino al 28 ottobre 2018 e, in occasione della Notte d’Oro, sarà aperta fino alle 22.30.]

Il viaggio è la mia dimensione, l’amore per la scoperta una delle sue forme.