Come Popski salvò Sant’Apollinare in Classe dal bombardamento

Come Popski salvò Sant’Apollinare in Classe dal bombardamento

C’è una pagina della storia della Seconda Guerra Mondiale a Ravenna che sembra essere poco nota ai più, ma che è sicuramente di grande interesse. Si tratta del racconto di come, fortunatamente, la Basilica di Sant’Apollinare in Classe fu salvata dall’essere bombardata.

Protagonisti di quest’operazione sono un soldato di origini russe, la sua squadra in jeep, e un gruppo di partigiani del territorio. Ma procediamo con ordine.

Vladimir Peniakoff, detto Popski | Wikimedia

Vladimir Peniakoff, detto Popski | Foto © Wikimedia

Vladimir Peniakoff, detto Popski, nato in Belgio da genitori russi, era un uomo di mondo, dotato di grande cultura e fluente in molte lingue.
La guerra intralciò i suoi studi quando era giovanissimo: se era stato costretto ad abbandonare l’Università a causa dell’invasione tedesca del Belgio nel 1914, la decisione di lasciare gli studi a Cambridge fu invece consapevole.
La Grande Guerra imperversava, e si arruolò come volontario nelle file dell’artiglieria francese.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, visti i suoi successi militari, venne costituita una sua squadra speciale, la Popski’s Private Army (PPA). La PPA era un’unità irregolare delle forze armate britanniche che operò sia sul fronte italiano che su quello africano.

Era facile riconoscere gli uomini di Popski perché erano dotati di grandi jeep attrezzate (non a caso Popski intitolò la sua autobiografia Corsari in jeep). Erano soliti portare anche una spilla molto speciale, simbolo del gruppo, appuntata sul basco. Si trattava di un’immagine ispirata a un ex libris rappresentante un astrolabio, un simbolo adatto “per un’unità che doveva navigare osservando le stelle”.

Popski e la sua Jeep | Wikimedia

Popski e la sua Jeep | Foto © via Wikimedia

L’operazione Basilica

Popski e la PPA diventano protagonisti della storia che vogliamo raccontare nel 1944, quando si trovavano in missione a Ravenna.
L’esercito tedesco si era distaccato dal fronte: aveva preso Cervia e allagato Ravenna rompendo gli argini del Ronco e del Canale del Molino.
In estate i tedeschi occuparono la Basilica di Sant’Apollinare in Classe: il suo bel campanile era stato scelto come torre d’avvistamento in virtù della sua altezza (ben 37 metri!).
Il 18 novembre, i tedeschi decisero di minare il campanile della Basilica, per prepararsi all’attacco imminente del fronte opposto. Gli alleati, infatti, avevano intenzione di bombardare il Sant’Apollinare per sconfiggere il distaccamento nazista che lo stava occupando.

Fu il comandante Popski ad opporsi a questo piano. Conosceva il valore artistico e storico della Basilica e dei mosaici che custodiva al suo interno, non poteva permettere che andassero distrutti!
Ottenne che l’offensiva fosse rimandata di un giorno, in modo che i partigiani del Distaccamento Garavini (28ª Brigata Garibaldi “Mario Gordini”) potessero tentare un’operazione notturna per evitare di ricorrere al bombardamento dell’area.
L’agguato risultò l’arma vincente: l’azione combinata di Popski e dei partigiani salvò la Basilica, che fu liberata la mattina del 19 novembre 1944.

Questa emozionante storia, che oggi sembra essere confermata da più fonti, tuttavia è contestata da altre due versioni.
La prima vorrebbe che il merito dell’incursione notturna nella Basilica andasse al repubblicano Guerrino Ravaioli; la seconda, invece, racconta che fu un prete a salvare il campanile dal tritolo tedesco, facendo ubriacare il soldato incaricato dell’operazione.

Oggi siamo portati a credere che il motivo dell’occultamento dei meriti dei partigiani, e in particolare del compagno Règan, Ateo Minghelli, fosse di natura politica.

Con ogni probabilità, la decisione di non omaggiare i protagonisti dell’eroica impresa dei giusti onori venne presa perché, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, non si voleva far sapere che i salvatori della Basilica paleocristiana fossero stati un russo e dei comunisti.

Il campanile di Sant'Apollinare in Classe Danneggiato | © resistenzamappe.it

Il campanile di Sant’Apollinare in Classe Danneggiato | Foto © resistenzamappe.it

Purtroppo, l’azione di Popski non bastò a salvaguardare completamente l’integrità della Basilica.
Prima che i tedeschi lasciassero definitivamente Ravenna, quell’obiettivo venne preso di mira da oltre duecento granate naziste, che danneggiarono la fiancata nord, l’ingresso e alcuni mosaici, come si legge su Resistenza mAPPe.

Se volete approfondire la storia della Resistenza a Ravenna e in Emilia Romagna, ecco il link alla loro pagina!

La storia del trafugamento delle ossa dantesche

La storia del trafugamento delle ossa dantesche

La Tomba di Dante è uno dei punti di interesse più visitati di Ravenna. Moltissimi sono i turisti, italiani e stranieri, e gli studenti che amano recarsi nella Zona del Silenzio, il cuore dantesco della città, a rendere omaggio al Sommo Poeta nel luogo della sua sepoltura. Anche i ravennati, benché siano familiari al tempietto, non si scordano di onorare l’Alighieri, ogni tanto. C’è una storiella interessante che, però, non tutti conoscono, e che vale la pena di conoscere: riguarda le ossa di Dante e il trafugamento di cui furono oggetto nel Cinquecento.

Come ben saprete, Dante a Ravenna ha trovato il suo ultimo rifugio, dove riparò all’esilio da Firenze cui era stato condannato per motivi politici. Non si sa di preciso quando si installò in città definitivamente (Boccaccio indicava il 1314, ma è più probabile che fu tra il ’17 e il ’18), ma vi restò fino alla fine dei suoi giorni, nel 1321. Era ospite di Guido Novello Da Polenta, che gli fornì una casa e incoraggiò la scrittura delle sue opere. Alla sua morte, vennero celebrati i funerali solenni nella Basilica di San Francesco, luogo a cui Dante era molto affezionato. Il poeta venne sepolto inizialmente in un sarcofago collocato all’esterno della Basilica, a sinistra, accanto alle mura del convento dei Francescani.

Trascorsi quasi due secoli, i Fiorentini iniziarono a reclamare i resti del poeta perché volevano restituirlo alla città da cui aveva dovuto dolorosamente distaccarsi. Nel 1519, l’allora papa Leone X, fiorentino di nascita in quanto Medici, autorizzò le richieste dell’Accademia Medicea per trasferire le ossa di Dante. Michelangelo Buonarroti, che era tra i firmatari, prometteva di erigere una sepoltura degna del poeta. Ma quando i delegati dell’Accademia aprirono il sarcofago dantesco lo trovarono vuoto, e dovettero andarsene a mani vuote.

 

In seguito si scoprì che erano stati i frati francescani ad aver prontamente fatto sparire le ossa del Poeta, rimuovendole dal sarcofago attraverso un foro effettuato nel muro di cinta su cui poggiava il sarcofago. I frati le tennero celate all’interno del convento e nel 1677 furono collocate in una cassetta di legno per volere del priore Antonio Santi. Nel 1810, a causa delle leggi napoleoniche, i frati dovettero lasciare il convento e quindi si premurarono di nascondere la cassetta in una porta murata del Quadrarco di Braccioforte.

Le ossa di Dante furono ritrovate per caso solamente nel 1865, durante alcuni lavori fatti eseguire nella zona in vista delle celebrazioni del poeta. La piccola cassa, apparentemente anonima e degna di poco interesse, pare che stesse per essere buttata, come se fosse cosa di poco conto. Fortunatamente, un giovane studente di nome Anastasio Matteucci si accorse che su di essa vi erano scritte alcune scarne informazioni che chiarivano inequivocabilmente quanto di prezioso vi era contenuto. I resti furono finalmente sistemati nel tempietto commemorativo eretto nel 1780 dall’architetto Camillo Morigia, quello che oggi conosciamo come Tomba di Dante.

Il ritrovamento delle ossa di Dante durante i lavori al Quadrarco di Braccioforte del 1865 | © centrodantesco.it

Il ritrovamento delle ossa di Dante durante i lavori al Quadrarco di Braccioforte del 1865 | © centrodantesco.it

 

Purtroppo, le spoglie dantesche non conobbero pace nemmeno nel XX secolo. Chi ha fatto visita alla sua sepoltura probabilmente sa già a che cosa mi riferisco: tra la Tomba di Dante e il Quadrarco di Braccioforte, è infatti ancora visibile il cumulo sotto il quale la cassetta fu nascosta nel 1944 per proteggere le reliquie dai bombardamenti della seconda guerra mondiale: una lapide ne dà notizia.

 

Alla scoperta dei film girati a Ravenna

Alla scoperta dei film girati a Ravenna

I film girati a Ravenna sono davvero numerosi, e adesso c’è uno strumento che va in soccorso agli appassionati che vogliono scoprire quali sono: Cineturismo è il progetto della Cineteca di Bologna che fornisce una mappatura di tutte le location che in Emilia Romagna hanno ospitato set cinematografici.

La storia della settima arte ha toccato ogni angolo della regione, dall’inizio della via Emilia fino alle coste dell’Adriatico, e Ravenna, città di arte, storia, mare e natura non poteva che attrarre numerosi cineasti per la varietà delle location che offre.  Raccontando la storia del cavaliere Guidarello, abbiamo già parlato de La ragazza di latta, film del 1970 che ritrae la protagonista nell’atto di baciare la statua del celebre guerriero, ma questa pellicola è solo una delle tante che sono state girate in città! Volete qualche esempio?

Potremmo iniziare parlando dei due capolavori che Michelangelo Antonioni ha scelto di riprendere qui in città, ossia Il grido (1957), iscritto nella lista di 100 film italiani da salvare, e Deserto rosso (1964), Leone d’Oro al Festival del Cinema di Venezia. Il sito di Cineturismo propone un percorso dedicato che si articola tra i luoghi che hanno fatto da ambientazione alle scene dei due film. C’è la zona ANIC, sfondo di Deserto rosso, poi Porta Nuova e il Ricovero Garibaldi in Via di Roma, dove sono ambientate scene de Il grido. Lo sapete che il negozio di Giuliana (Monica Vitti) del Deserto era in via Pietro Alighieri numero 8? A questo link trovate il percorso dettagliato con note del regista e stralci di interviste.

Monica Vitti in Deserto rosso di Michelangelo Antonioni, film girato a Ravenna | © ohtenderisthenight.wordpress.com

Monica Vitti in Deserto rosso di Michelangelo Antonioni, girato a Ravenna | © ohtenderisthenight.wordpress.com

Nella zona delle valli del Parco del Delta del Po hanno avuto luogo le riprese del film Camicie Rosse – Anita Garibaldi (1952): la pellicola racconta del Risorgimento italiano e della morte di Anita, moglie di Giuseppe Garibaldi e coraggiosa rivoluzionaria. Come abbiamo raccontato in questo post infatti, l’eroina dei due mondi spirò in un capanno a Mandriole, a pochi chilometri dal centro della città.

Ravenna, città dantesca, non poteva non ospitare le riprese di Paolo e Francesca – La storia di Francesca da Rimini (1950), ossia la ricostruzione della tragedia che portò alla morte due tra le anime più note di tutta la Commedia. Tra le location di questo film (di cui qui trovate la scheda di Cineturismo) figurano anche la Rocca Brancaleone e il cosiddetto Palazzo di Teodorico.

Siete curiosi di sapere quali siano tutti i film girati a Ravenna? Il sito di Cineturismo offre online una lunga lista da poter consultare, dove potrete trovare tutte le informazioni sulle pellicole che sono state riprese in città e nel territorio. Non vi resta che recuperare i film che vi interessano, preparare i pop corn e scoprire Ravenna attraverso il racconto di grandi cineasti.

 

Ci sono dei gorilla al Palazzo di Giustizia! Le opere di Davide Rivalta a Ravenna

Ci sono dei gorilla al Palazzo di Giustizia! Le opere di Davide Rivalta a Ravenna

Veniamo quotidianamente subissati da immagini: i nostri occhi si riempono di forme, colori, luci, ma che cosa resta davvero impresso nella memoria? Ciò che sa distinguersi dal restante marasma delle cose, che sa colpire allo stomaco e restare impresso è l’arte. È arduo definire un concetto così ampio, e non si può arrivare ad una risposta assoluta e definitiva, ma io credo che un’opera d’arte, per essere ritenuta tale, non debba tanto essere bella, che non vuol dire niente, ma che piuttosto debba sapersi fare portatrice di un messaggio forte. Beh, non prendetemi alla lettera: non necessariamente e non sempre un artista vuole comunicare qualcosa. Alcune opere non vogliono “dirvi” proprio niente,  e soprattutto un artista non deve essere tenuto a spiegare o a giustificare alcunché.

Quindi, cosa intendo quando scrivo che un’opera d’arte debba saper portare un messaggio? Provo a spiegarmi meglio. Un’opera è efficace se suscita in noi l’istinto e il desiderio di instaurare con essa un dialogo: la vediamo, ci colpisce, e vorremmo che ci dicesse di più. In noi si insinua una sorta di dubbio. Cominciamo ad osservarla, nella speranza di trovare le risposte che stiamo cercando e… Ecco: questo è il forte messaggio che un’opera potente deve veicolare o generare.

Ho iniziato questo sproloquio perché ci sono delle sculture, a Ravenna, che esemplificano perfettamente quello che sto cercando di spiegare. Sto parlando delle opere di Davide Rivalta, artista bolognese che popola le città di tutto il mondo con massicci animali, collocandoli nei posti più impensati. Cosa ci fanno, infatti, i Gorilla al Palazzo di Giustizia di RavennaLa straordinaria forza di questi bronzi sta proprio nella sorpresa che coglie l’avventore quando li scopre nel cortile del Palazzo, senza aspettarselo. Il realismo delle figure, la loro stazza e l’evidenza della loro presenza contrasta con il contesto, creando un effetto straniante, a tratti ironico. I Gorilla (Occulti latices), installati nel 2002, colpiscono perché evocano l’idea della primordialità e della condizione naturale del regno animale in un luogo istituzionale, formale, piuttosto austero, anche. È la loro totale estraneità rispetto al contesto che ci porta ad interrogarci sul messaggio di cui si fanno portatori.

I Gorilla (Occulti latices) di Davide Rivalta al Palazzo di Giustizia di Ravenna | © artribune.it 

I Gorilla (Occulti latices) di Davide Rivalta al Palazzo di Giustizia di Ravenna | © artribune.it

Oltre ai Gorilla di Occulti latices, la città di Ravenna ospita permanentemente altre opere di Rivalta. Dal 2008, in una delle sale dell’Autorità Portuale campeggiano su una parete le sagome in grafite dei Rinoceronti: il tratto grafico dell’artista sa dare ai suoi disegni lo stesso senso di consistenza che hanno le sue sculture. Davanti alla Basilica di Sant’Apollinare in Classe invece, stanziano sull’erba cinque grandi bufali in bronzo che sembrano muoversi verso l’ingresso della chiesa. Nella galleria sottostante, troverete anche alcune foto dall’esposizione di Terre promesse, realizzata dall’artista in città tra il 2012 e il 2013, portando in varie sedi di Ravenna sculture raffiguranti cavalli, asini e… lupi, nel Museo Nazionale!

La presenza dei lavori di Davide Rivalta in città è uno di quei motivi che rendono grande Ravenna, che sa accogliere e valorizzare ogni forma d’arte, dal videomapping alla street art, dal mosaico alla scultura, e che, soprattutto, sa far dialogare l‘antico patrimonio artistico con l’arte contemporanea.

La morte di Anita Garibaldi, eroina dei due mondi

La morte di Anita Garibaldi, eroina dei due mondi

La morte di Anita Garibaldi, avvenuta a Mandriole, a pochi chilometri da Ravenna, è uno di quegli episodi che fanno grande ed eroica la storia del Risorgimento italiano. La bella rivoluzionaria brasiliana non era meno coraggiosa e determinata del marito Giuseppe Garibaldi, e il racconto di come si spensero i suoi giorni lo dimostra inequivocabilmente.

Fin da quando era bambina, sembrava che ad Ana Maria (questo il suo nome di battesimo) scorresse sangue rivoluzionario nelle vene: a quattordici anni rimase profondamente colpita dalla rivolta degli straccioni e dai riottosi, che guardava con ammirazione. Conobbe l’eroe dei due mondi nel 1839: Giuseppe Garibaldi si trovava in Brasile perché, in seguito al fallimento dell’insurrezione mazziniana del 1834, aveva riparato in Sud America.

Fu subito un colpo di fulmine. Nei suoi diari, Garibaldi ricorda di come, appena conosciutala, le disse, in italiano: «tu devi essere mia». Lei abbandonò il vecchio marito che era stata costretta a sposare da ragazzina, e si mise al seguito del rivoluzionario italiano. Pare che fu Anita, praticamente un’amazzone, ad insegnare a Garibaldi a cavalcare, mentre lui le insegnò i rudimenti dell’arte militare: condividevano gli ideali repubblicani e tornarono in Italia insieme per fare la rivoluzione.

La sua vita fu costellata di avventure: basti pensare a quando, partorito il primo figlio Menotti da appena dodici giorni, fu costretta ad una rocambolesca fuga per salvarsi dai soldati imperiali che la stavano cercando. Calatasi dalla finestra della casa dove si era nascosta, salì a cavallo con il neonato in braccio e cavalcò fino al cuore di un bosco, dove trovò rifugio. Rimase diversi giorni sola con il bambino, senza viveri, finché finalmente non riuscì a ricongiungersi con Garibaldi e i rivoluzionari.

Anita Garibaldi | © ravennatoday.it

Anita Garibaldi in fuga con il figlio | © ravennatoday.it

Anche alla sua morte si trovava in fuga. Il 4 luglio 1849, dopo il fallimento della Repubblica Romana, i repubblicani dichiararono la resa. Garibaldi decise di spostarsi con chi ancora credeva nella causa verso Venezia, che ancora resisteva agli austriaci. Anita era incinta di quattro mesi ma, ovviamente, non aveva abbandonato il fianco del suo amato. Quando però arrivarono nei pressi di San Marino, la donna era febbricitante.

Decisa a non arrendersi, proseguì la rotta verso Venezia. A Cesenatico si imbarcarono diretti verso la loro meta, ma all’altezza di Punta di Goro le navi austriache gli impedirono di proseguire: sbarcati, Anita e Giuseppe cercarono di seminare i loro inseguitori. Lo stato di salute di Anita peggiorava durante il viaggio, e nelle valli di Comacchio perdette conoscenza: venne infine portata al riparo alla fattoria Guiccioli a Mandriole, vicino Ravenna. Da quelle mura non uscirà mai più: morì il 4 agosto 1849, inseguendo il suo sogno fino alla fine.

Garibaldi e il maggiore Leggero trasportano Anita morente, Pietro Bouvier | © Museo del Risorgimento di Milano

Garibaldi e il maggiore Leggero trasportano Anita morente, Pietro Bouvier | © Museo del Risorgimento di Milano

Data la situazione di allarme e l’urgenza della fuga, non ci fu la possibilità di seppellirla con gli onori che avrebbe meritato, e così fu interrata dal mugnaio della fattoria e da un garzone ad un chilometro di distanza dalla casa, in una brughiera sabbiosa.

Pochi giorni dopo, il 10 agosto, il suo cadavere fu scoperto da un gruppo di ragazzini della zona, probabilmente perché era stato parzialmente dissotterrato da animali selvatici. Si aprì un caso: il corpo sembrava aver subito delle percosse e che la giovane donna incinta fosse stata vittima di strangolamento. Anita venne riconosciuta, e queste dicerie probabilmente vennero alimentate anche per tentare di mettere in cattiva luce il marito: il rivoluzionario doveva sembrare tanto spietato da poter arrivare al punto di uccidere la moglie incinta perché non lo intralciasse nella sua missione.

Vennero accusati e interrogati anche i membri della famiglia Ravaglia, presso cui Anita era stata ospitata quando morì, ma in breve tempo fu decretato che la vera causa della morte furono le “febbri perniciose”. I segni che erano stati trovati sul corpo di Anita erano infatti dovuti al momento del trasporto del cadavere, e non ad altre cause.

Oggi la Fattoria Guiccioli a Mandriole è diventata un piccolo Museo, dedicato alla figure di Anita e alla trafila garibaldina. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della sua morte, qui si tiene una piccola commemorazione. Nel 2018, è venuta anche una delegazione dal Brasile per commemorare la rivoluzionaria, e la banda ha suonato inni in suo onore.


La storia di Ravenna è davvero ricca di donne gloriose e di guerrieri, di leggende, di grandi sogni e ospita sepolture davvero degne di nota… Ma credo che Anita faccia caso a sé, non trovate?