La Chiesa di San Carlino, un gioiello barocco nel cuore di Ravenna

La Chiesa di San Carlino, un gioiello barocco nel cuore di Ravenna

L’esistenza della Chiesa di San Carlino, in origine dedicata agli apostoli Simone e Giuda e ai martiri Fabiano e Sebastiano, è attestata dai documenti a partire dall’anno Mille.

La struttura fu voluta da Oddone dall’Ova che la consacrò nel 1062. I primi proprietari furono dunque i Tombesi dall’Ova, una famiglia di grandi condottieri, che gestirono l’edificio fino agli inizi del 1500. Il loro stemma araldico era un leone rampante con una banda laterale. 

Ai dall’Ova, trucidati dai Rasponi in un drammatico fatto di sangue, seguirono i Dal Corno che nel 1700 restaurano pressoché totalmente il piccolo oratorio, riportandolo al suo aspetto attuale. Si servirono dell’architetto Domenico Barbiani che eseguì anche le decorazioni pittoriche, e del decoratore Giuliano Garavini che realizzò gli eleganti stucchi. Ancora oggi lo stemma dei Dal Corno (un corno con tre stelle) si può rinvenire ovunque al suo interno e persino sulla maniglia della porta d’ingresso.

Alla fine ‘700 la famiglia dei Dal Corno si estinse e l’edificio passò a quella dei Lovatelli. È infatti presente all’interno della piccola chiesa una lapide in cui è tracciata la pianta di un loro antico fondo donato per il mantenimento di questa piccolo complesso.

Chiesa di San Carlino (Ravenna)

Chiesa di San Carlino (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli

Nei primi anni del ‘600, l’edificio divenne sede di una confraternita legata alla figura di San Carlo, composta da laici e religiosi. L’intitolazione a San Carlo Borromeo, detto volgarmente San Carlino dai ravennati per le dimensioni ridotte dell’edificio, è quindi puramente affettiva.

Il culto di San Carlo si affermò nei primi anni del 1600 e la devozione si diffuse subito anche a Ravenna dove il Borromeo aveva ricoperto la carica di cardinale legato tra il 1560 e il 1563 e dove era ritornato nel 1583, un anno prima della sua morte. 

Carlo Borromeo, per la sua vicenda personale, incarnerà il modello del perfetto pastore. Nipote del papa Pio IV (il papa che aveva concluso i lavori del Concilio di Trento), nonostante le sue nobili origini aveva rinunciato alla carriera ecclesiastica che lo avrebbe sicuramente portato a Roma, per seguire le pecorelle della sua diocesi milanese. Ciò, ovviamente, aveva suscitato enorme scalpore e ammirazione tanto che quando tornò a Ravenna nel 1583 la devozione nei suoi confronti era fortissima. 

Secondo gli storici a Ravenna si conservavano ben due reliquie del Borromeo, oggi disperse. Innanzitutto l’honestina, ovvero la salvietta di lino che il cardinale aveva usato durante un pranzo con i canonici di Santa Maria in Porto. Quest’ultima, dopo la beatificazione avvenuta nel 1610, sarebbe addirittura stata esposta quale vera reliquia il 4 novembre, festa liturgica del Santo.

Nell’oratorio, inoltre, veniva conservata, secondo il Pasolini, una spugna impregnata del sangue del Santo. Anche di quest’ultima, purtroppo, si sono perdute le tracce.

Chiesa di San Carlino (Ravenna)

Chiesa di San Carlino (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli

Il massimo periodo di espansione delle confraternite fu negli anni immediatamente successivi al Concilio di Trento (1545-1565). Questo giustifica la nascita a Ravenna di ben due confraternite legate al culto del Borromeo, un vero e proprio campione della Controriforma: una (detta in urbe) aveva sede proprio qui, l’altra in borgo San Rocco (detta in suburbe essendo fuori le mura).

Le confraternite erano enti laici ad ispirazione religiosa che nacquero in età medievale. Tra le più antiche esistenti a Ravenna vi erano: quella del Rosario, collegata alla chiesa di San Domenico, chiesa attestata già dal 1260 col nome di Santa Maria in Gallopes; quella del SS. Sacramento, che aveva sede nella chiesa di Sant’Agata; la confraternita portuense dei Figli di Maria, collegata alla devozione della Madonna Greca, e infine la confraternita dei Flagellanti con sede in Sant’Apollinare Nuovo.

Lo scopo principale delle confraternite era quello di “condividere la fede”, ovvero di diffondere l’ortodossia, di contrastare l’eresia e di fare da apripista all’affermazione delle parrocchie nelle città.
Seguivano una liturgia ben precisa e rigorosa. Sfilavano in città durante le festività solenni e in periodo di Quaresima e Avvento recitavano il Rosario. Anzi la lettura del Rosario era il principale strumento di lotta contro l’eresia.
Questi enti svolgevano anche un’importante azione sociale: innanzitutto la lettura del Rosario avveniva in volgare e non in latino, e questo era importantissimo ai fini dell’alfabetizzazione, poi recavano soccorso sia spirituale sia materiale alle persone, infine fungevano da primo centro di orientamento a chi arrivava per la prima volta in città. 

Gli interni della chiesa di San Carlino

All’interno dell’oratorio si trova la Pala d’Altare che raffigura San Carlo Borromeo tra i quattro santi titolari. La pala, eseguita nel 1628, è di Giovanni Barbiani, capostipite di una famiglia di artisti che lavorerà a Ravenna tra ‘600 e ‘700.

La fisionomia di Carlo si fissa subito nell’iconografia, quindi quello che qui vediamo ritratto è il vero volto del Borromeo: volto scavato, naso robusto, con indosso l’abituale abito cardinalizio.

Sulla destra, San Sebastiano martire è facilmente riconoscibile perché è legato a una colonna con inflitte nel corpo le frecce del martirio. Dalla parte opposta, cioè primo a sinistra, riconosciamo San Fabiano martire perché indossa la mitria, infatti fu papa di Roma nel III secolo. Di fianco a San Carlo, i due apostoli titolari dell’oratorio, Simone Zelota e Giuda Taddeo che sono qui associati perché molte leggende agiografiche li vogliono martiri insieme.

Chiesa di San Carlino (Ravenna)

Chiesa di San Carlino (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli

Sulla parete sinistra dell’oratorio, troviamo il Tabernacolo, un’opera di fine ‘400 proveniente dall’antica Ursiana. Secondo Corrado Ricci l’autore del Tabernacolo marmoreo fu uno scultore lombardo. La volta prospettica eccezionale ricorda, infatti, la prospettiva di San Satiro a Milano. Il committente fu, invece, l’arcivescovo Roverella per l’antica cappella dell’Ursiana del SS. Sacramento.

Nell’antica Cattedrale, il Tabernacolo rimase in uso fino agli inizi del ‘600, quando il cardinale Pietro Aldobrandini decise di realizzare una nuova cappella monumentale dedicata al tema dell’Eucarestia affidando i lavori a Carlo Maderno e la decorazione a Guido Reni.
Il Tabernacolo marmoreo non si sposava con il nuovo ambiente e quindi venne inizialmente spostato nella cappella della Madonna del Sudore dove rimase fino al 1759, quando anche in quella cappella furono eseguiti degli importanti lavori di rinnovamento.
In questa occasione, il Tabernacolo fu smontato e acquistato dalla famiglia Dal Corno che lo collocò in San Carlino inserendo un piccolo bassorilievo della Vergine a ricordo della devozione dei ravennati nei confronti di questa immagine. 

Le pitture della cupola sono state realizzate da Domenico Barbiani verso la metà del ‘700 quando l’edificio venne totalmente ristrutturato. I cieli sono aperti a conferma dell’unione tra cielo e terra e della comunione dei Santi. I medaglioni presentano i 4 Santi titolari dell’oratorio.
Essi vengono qui ribaditi a testimoniare l’indirizzo dato dalla Controriforma. Dato che la Riforma Protestante aveva abolito moltissimi Santi, la Chiesa cattolica riempì le sue chiese di figure di santità. Sono poi rappresentate le 4 Virtù Cardinali a ribadire uno degli scopi principali della confraternita cioè condurre una vita virtuosa: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza.

Dal 1792 l’oratorio fu prima ridotto a cantina, poi chiuso al pubblico, ed infine donato all’Orfanotrofio adiacente nel 1808.

L’Ars Bizantina, il ricamo “made in Ravenna”

L’Ars Bizantina, il ricamo “made in Ravenna”

Ravenna conserva con orgoglio un grande passato. Ad ogni angolo, in ogni pietra la storia rivive.
L’ORO dei suoi mosaici ci svela una gloria ineguagliabile fatta di re, imperatori, soldati, santi che sfilano in lunghe ed eleganti teorie nella cui estensione lo sguardo si perde. Il colore BLU ci ricorda che l’acqua fu compagna di Ravenna per millenni. Il Verde è il colore delle sconfinate pinete che, ancora oggi, circondano la città. Il ROSSO è il colore della passione della gente di Romagna, gente schietta, cordiale e accogliente.

Questa straordinaria gamma cromatica la ritroviamo nei ricami della BIZANTINA ARS, ovvero del ricamo bizantino, quel prezioso ricamo impiegato dalle nostre madri o nonne per realizzare tende, tovaglie o centri tavola custoditi gelosamente nei cassetti dei loro armadi serbandoli per le occasioni più speciali. 

Il ricamo bizantino trae ispirazione dai celebri mosaici ravennati di V e VI secolo e dalle elegantissime decorazioni – geometriche, floreali o animali – degli elementi di arredo liturgico e architettonico delle nostre antiche basiliche: transenne e capitelli che sembrano veri merletti di marmo grazie ai raffinati contrasti chiaroscurali determinati dai pieni e dai vuoti. 

Basilica di San Vitale, Ravenna - Capitelli bizantini

Basilica di San Vitale, Ravenna – Capitelli bizantini | Foto © Sailko, via Wikimedia

Il ricamo bizantino viene eseguito su tessuti a trama fitta e regolare e consiste, innanzitutto, nel contornare con il punto erba semplice le figure del disegno ispirato a motivi tratti dai mosaici o dai rilievi, dopodiché il punto bizantino (punto stuoia) viene utilizzato per la riempitura del fondo. Il punto bizantino deve essere eseguito a telaio, unicamente a drittofilo e ricoprendo, filo per filo, la trama del tessuto. 

Sebbene il nome sappia di antico, il ricamo bizantino è nato soltanto nella prima metà del secolo scorso inserendosi in quel generale fenomeno di risveglio dell’arte del ricamo che si verificò negli ultimi decenni dell’Ottocento, dopo un lungo periodo di decadenza.
Questa rinascita ebbe luogo a partire dal 1872 quando una nobile veneziana, per sostenere le donne in un particolare momento di crisi, diede nuovo impulso alla lavorazione del punto Burano, ormai quasi del tutto cessata.

Questa vicenda sollecitò iniziative analoghe in altre regioni italiane: a Bologna sorse la Aemilia Ars, nelle Marche la Feltria Ars, e così in molte altre zone della penisola. 

Nel primo dopoguerra sorse anche a Ravenna una Scuola di Ricamo per iniziativa delle sorelle Poggiali, Rosalia e Nerina, che invitarono in città un’esperta ricamatrice della ditta milanese Canetta. Questa collaborazione stimolò la creazione di una nuova ed esclusiva forma di ricamo in grado di valorizzare il più possibile il patrimonio artistico della città, ispirandosi a motivi tratti dai mosaici e dai rilievi. 

Secondo alcuni, i primi disegni di ricamo sarebbero addirittura stati realizzati da un sacerdote e ciò convalida ancora di più l’utilizzo di simboli religiosi tratti dall’iconografia cristiana: agnelli, cervi, colombe, pavoni, foglie di acanto, tralci di vite, ghirlande e palme. 

Il successo della Scuola e dei suoi prodotti le consentirono di sostenersi con i proventi della propria attività senza bisogno di sovvenzioni e di avviare, successivamente, un’opera di promozione su tutto il territorio italiano inviando i lavori di maggior pregio a mostre dell’artigianato di rilevanza nazionale. Nacquero così opere di grande valore e di altissimo livello qualitativo come paralumi, tovagliati ed arredi tessili liturgici.

La Scuola fu chiusa durante la Seconda Guerra Mondiale con conseguente sospensione di tutte le attività. Venne riaperta nel dopoguerra sempre su iniziativa delle sorelle Poggiali e diretta dalla ricamatrice Alberta Pironi (già allieva della scuola di ricamo della Gioventù Femminile Cattolica presso la basilica di Santa Maria Maggiore) arrivando a contare più di trenta allieve. Furono ripresi i vecchi disegni e ne furono introdotti di nuovi. 

La Scuola, successivamente, ebbe una serie di difficoltà dovute soprattutto alla promulgazione delle legge sull’apprendistato interrompendo quel processo di sviluppo che sembrava ormai avviato. Il laboratorio fu chiuso ma le ricamatrici continuarono a lavorare presso le proprie abitazioni producendo saltuariamente lavori su commissione. Tutto ciò contribuì, a lungo andare, a destinare il ricamo Bizantino all’oblio. 

Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna | Foto © RavennaTourism

Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna | Foto © RavennaTourism

Solo alla fine degli anni Ottanta, il CIF (Comitato Italiano Femminile) decise di promuovere il rilancio del Bizantino organizzando nel 1988 una conferenza su questo tema, presieduta dal professor Foschi, e allestendo presso la Casa Matha una mostra di manufatti concessi per l’occasione da privati e sacerdoti.
La mostra ebbe un tale successo per cui fu subito inaugurato un primo corso per l’insegnamento del ricamo bizantino a cui, visto il grandissimo riscontro, ne seguirono molti altri. 

Alla rinascita o riscoperta della Bizantina Ars contribuì anche un concorso, indetto dal Lions Club alla fine degli anni Ottanta, che premiò tale ricamo come “Monumento da salvare”.

Il pubblico femminile che oggi partecipa a questi corsi è assai eterogeneo, sia per età sia per interessi, ma fortemente motivato nella sua scelta. Chi ama dedicarsi al ricamo, non lo fa certo, nella maggioranza dei casi, per trovare una fonte di reddito ma piuttosto per la gioia pura e semplice di stare insieme e per la consapevolezza di coltivare un’arte che ha radici esclusive nella nostra città e che contribuisce a far meglio apprezzare i monumenti paleocristiani e bizantini di Ravenna. 

I ricami bizantini, nei loro colori sgargianti, richiamano il Blu del cielo stellato del Mausoleo di Galla Placidia, il Verde del catino absidale di Sant’Apollinare in Classe, l’Oro usato nei sottofondi dei mosaici, il Porpora dei mantelli di Giustiniano e Teodora in San Vitale. 

Questa forma d’arte, unica e preziosa, costituisce un’importante testimonianza della cultura ravennate. È un vero e proprio patrimonio gestuale che si tramanda da generazioni da maestra ad allieva. La valorizzazione del patrimonio identitario della nostra città passa anche e soprattutto per il recupero e la salvaguardia delle sue tradizioni. 

Teodora, la donna diventata Imperatrice

Teodora, la donna diventata Imperatrice

Che la bella e intrigante TEODORA abbia usato il proprio corpo e il proprio fascino per sedurre il futuro Imperatore GIUSTINIANO, non abbiamo motivo di dubitare.
Né lo ha fatto alcuno storico, fino alla fine dell’Ottocento: “Con lei la prostituzione è salita al trono” scriverà Montesquieu.

Procopio, d’altronde, sul mestiere svolto da Teodora nella prima giovinezza, aveva fornito una serie di dettagli di una precisione tale da non poterli né equivocare né ritenere inventati. Tuttavia lo stesso aveva apertamente tralasciato di testimoniare che, dall’epoca del matrimonio con Giustiniano in poi, la condotta dell’imperatrice fu irreprensibile e che Giustiniano non era né succube della moglie né soggiogato dal suo fascino, ma un uomo che agiva e pensava in perfetta sintonia con la sua sposa di cui nutriva un profondo rispetto.

Fu costante il desiderio di Giustiniano di associarla ai suoi trionfi militari e agli splendori del regno. Nelle occasioni più importanti, Giustiniano consultava sempre la consorte che “Dio le aveva dato in dono” (Teodora = Dono di Dio).


Procopio tralascerà anche di menzionare l’importantissimo ruolo svolto da Teodora durante la rivolta di Nika del 532 d.C. che, senza il suo pronto e decisivo intervento, avrebbe avuto esiti alquanto drammatici. Si trattò di una rivolta popolare conseguente all’inasprimento fiscale voluto da Giustiniano per finanziare i suoi progetti di conquista.
La sommossa fu portata avanti dalle due tifoserie dell’Ippodromo, i Verdi e gli Azzurri, che si coalizzarono contro l’Imperatore e i suoi corrotti funzionari. Costantinopoli fu messa a ferro e fuoco, i ribelli devastarono anche il vestibolo del Palazzo Imperiale e la Basilica di Santa Sofia, Giustiniano in preda al panico, pensò allora di fuggire.

Fu soltanto grazie all’intervento di Teodora che la situazione non precipitò. L’Imperatrice tenne in Senato un discorso così fiero che portò il marito a desistere dal suo intento. “Quand’anche l’unica salvezza stesse nella fuga, io non fuggirò. Terrò fede all’antico detto per cui la porpora è il miglior sudario”. Giustiniano non solo non fuggì ma diede vita ad una durissima repressione affidata ai due generali Belisario e Narsete. Sedata la rivolta, Santa Sofia venne ricostruita nelle sue vesti attuali in soli 5 anni. 

L’immagine e il ruolo di Teodora saranno riabilitati solo in età contemporanea. La recente storiografia ha rivalutato l’immagine della moglie di Giustiniano prendendo spunto da fonti coeve, ben diverse da quelle di Procopio, che attestavano, ad esempio, la sensibilità dell’Imperatrice ai problemi e alle difficoltà delle categorie più deboli, specie delle donne.

Imperatrice Teodora in un dipinto di Benjamin Constant (1845-1902)

Imperatrice Teodora in un dipinto di Benjamin Constant (1845-1902)

Giustiniano, nel Corpus Iuris Civilis, base del diritto occidentale moderno, promulgherà una serie di leggi, probabilmente per influsso diretto della moglie, volte a regolamentare il diritto matrimoniale, migliorando sensibilmente la condizione femminile.

Teodora morirà nel 548, un anno dopo la consacrazione della Basilica di San Vitale di Ravenna che conserva il suo famosissimo ritratto in mosaico, all’età di 48 anni lasciando Giustiniano solo e smarrito. Teodora morirà probabilmente con il rimpianto di non aver potuto dare eredi a quell’immenso Impero che anche lei aveva contribuito a creare.

Ravenna e i suoi Porti

Ravenna e i suoi Porti

Questo porto ci dicono Cangiano
perché andando da qui si va a Marina…
dai “Sonetti Romagnoli” di Olindo Guerrini.

Nata sull’acqua, Ravenna si è vista nei secoli allontanarsi dal mare per l’incessante rimodellamento del Delta del Po. Il suo è, fin dall’antichità, un territorio fragile e mutevole in balìa del mare, dei fiumi e del clima. 

Ravenna, da “città di acque correnti” situata al centro di una laguna viva, si è pertanto trasformata progressivamente in una “città di terra”.

Consapevole dell’importanza di non interrompere questo rapporto, la città si è dotata di un cordone ombelicale, una vera e propria cerniera, che la collegasse all’Adriatico, al mondo. È questa, in sintesi, la storia dei porti di Ravenna.

Dal porto militare di Classe di età augustea a quello commerciale di epoca tardoantica, dal Porto Coriandro, dove probabilmente è sbarcato l’enorme monolite del Mausoleo di Teodorico, al Porto Candiano, posto alla foce del canale Pamphilio che sfociava “In sul lito Adriano” nei pressi della “Turaza”, fino all’attuale canale naviglio Corsini voluto da Giulio Alberoni, il Cardinale Legato al quale dobbiamo il riassetto idraulico che oggi conosciamo.

Ricostruzione di Ravenna (I secolo d.C.)

Ricostruzione di Ravenna (I secolo d.C.) | Foto tratta da http://tamoravenna.info/

Questa trasformazione è avvenuta tra il 1735 e il 1740. Fino ad allora, per secoli, Ravenna era stata una città dove la presenza dell’acqua era stata incombente e massiccia.
Una città in cui la gente aveva a che fare tutti i giorni con l’acqua perché doveva attraversare ponti, si trovava gli argini dei fiumi davanti a casa, respirava nelle stagioni più calde i miasmi di acqua putrida che faticava a scorrere verso il mare.

L’acqua venne definitivamente allontanata dalla città nella prima metà del XVIII secolo in seguito alla diversione dei fiumi Ronco e Montone negli attuali Fiumi Uniti e alla costruzione di Porto Corsini (l’attuale Marina di Ravenna) avvenuta a partire dal 1735 per iniziativa, come già ricordato, del Cardinale Legato Giulio Alberoni (il nome Corsini è il nome del Papa regnante, Clemente XII Corsini). 

Canale Corsini (Ravenna) | Foto © Biserni

Il porto, collegato al centro urbano attraverso un ampio canale navigabile, avrebbe dovuto rilanciare Ravenna come scalo principale nello Stato Pontificio, ma il suo effettivo sviluppo è successivo di oltre un secolo alla costruzione.

Con l’unificazione italiana (1861) e la costruzione della rete ferroviaria (1863), Porto Corsini divenne infatti uno dei luoghi strategici per l’economia ravennate, sia come scalo commerciale che come prima meta del turismo balneare.

Il riconoscimento di Porto Corsini come “porto nazionale”, voluto da Luigi Carlo Farini nel 1860, costituì la premessa alle opere di allargamento del canale e di sistemazione delle banchine, intraprese a partire dal 1870.

In seguito a queste opere, si insediarono, nei pressi della Stazione Ferroviaria e della Dogana, una serie di opifici e magazzini che costituirono il primo nucleo di un comparto manifatturiero destinato a crescere già fra le due guerre mondiali.

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

È curioso che ancora oggi i ravennati preferiscano chiamare il canale navigabile col nome “Candiano” e non con quello ufficiale “Corsini”, probabilmente perché sono rimasti affezionati al nome del vecchio porto ubicato a sud della città.
Candiano è in realtà un nome assai antico la cui etimologia, non nota, risale all’idronimo Candidiano che si riferiva ad uno dei corsi d’acqua che lambivano la città. Candiano è quindi un termine riferito all’acqua, alla città portuale, alle sue isole e, in epoca più recente, al canale Pamphilio. 

Sul braccio interno del canale, si trovava la cosiddetta Darsena dei velieri, che giungeva fin sotto la chiesa dei SS. Simone e Giuda (costruita tra il 1898 e il 1902), ove furono costruiti i magazzini del porto d’epoca settecentesca che Marco Fantuzzi, il magistrato illuminato di Ravenna, fece costruire su progetto di Camillo Morigia. Progetto che riporta la data del 1781.

La Darsena dei velieri, colpita dai bombardamenti aerei del 1944, venne definitivamente tombata nel Secondo Dopoguerra e dagli anni settanta i traffici marittimi si spostarono quasi interamente alle nuove Darsene San Vitale e alla penisola Trattaroli. 

La Dogana ha avuto diverse collocazioni. Inizialmente, come si vede in tante fotografie, la Regia Dogana era ubicata in testa Candiano, proprio di fianco alla Stazione Ferroviaria, poi nel 1930 fu inaugurata una nuova sede, di fianco alla Capitaneria di Porto. Distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale fu ricostruita dal lato opposto del Candiano, dove oggi ha sede la Polizia Municipale.

Moltissimi gli stabilimenti industriali e commerciali sorti sulle sponde delle vecchie darsene: raffinerie di zolfo, fornaci per mattoni, stabilimenti di legnami, fabbriche di concimi chimici, fonderie, jutifici…

È interessante notare che in molte di queste fabbriche fosse prevalente la manodopera femminile. Sia la “Saccheria Ravennate Callegari & Ghigi” sia lo “Jutificio Montecatini” assunsero centinaia di lavoratrici che si emanciparono così dalla dipendenza dal lavoro maschile e dalle mansioni domestiche.

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

Quasi tutte donne erano anche le dipendenti della “Società Conserve Alimentari Conti, Calda & C.”, più nota come “Pandurera”, stabilimento sorto a fianco della Raffineria Almagià nel 1906; inizialmente si trattava di una raffineria di zolfo, la “Lama, Giacometti & C.” ma come raffineria ebbe vita brevissima, tant’è che alla fine dello stesso anno si riconvertì in fabbrica di conserve.

Durante la Prima Guerra Mondiale la cosiddetta “Pandurera” fu colpita da un bombardamento aereo. È curioso ricordare che la grande quantità di pomodoro sparso un po’ ovunque fu scambiato per sangue e inizialmente trasse in inganno i soccorritori che temettero una strage fra le operaie, che invece si erano allontanate in tempo.

Oggi Ravenna non è più una città d’acqua, il mare si è ritirato di oltre 10 km a causa dei sedimenti depositati dal Po e dai suoi tanti affluenti, le acque toccano la città solo presso la Darsena.
Quest’area emerge fortemente come un luogo che possiede tutte le potenzialità di una “cerniera” fra il centro storico di Ravenna e il litorale e che per questo andrebbe il più possibile valorizzata.


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