Teodorico o Giustiniano? Un insolito ritratto nella basilica Sant’Apollinare Nuovo

Teodorico o Giustiniano? Un insolito ritratto nella basilica Sant’Apollinare Nuovo

Fra i momenti di Ravenna dichiarati dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità, spicca per l’affascinante vicenda della sua decorazione musiva la basilica di Sant’Apollinare Nuovo.

Costruita come cappella palatina del re ostrogoto Teoderico dopo la sua conquista di Ravenna nel 493 d.C., la chiesa fu adornata da una sontuosa decorazione musiva con espliciti intenti celebrativi della persona del nuovo sovrano e della sua corte.

In seguito al ritorno della città nelle mani dell’Imperatore bizantino Giustiniano, nel 561 un editto decretò la riconsegna dei beni ariani in mani ortodosse, con la conseguente epurazione e modificazione di quella parte delle figurazioni considerate inappropriate o in palese contrasto con le direttive del nuovo Governo.

Basilica di Sant'Apollinare Nuovo | Foto © Herbert Frank, via Flickr

Basilica di Sant’Apollinare Nuovo | Foto © Herbert Frank, via Flickr

Fu così che la prima fascia di mosaici della navata centrale della basilica venne ‘censurata’ delle immagini del sovrano barbarico, e al contempo arricchita dai meravigliosi cortei di santi e sante che ci accompagnano ancora oggi dall’ingresso dell’edificio fino alla zona absidale. 

Abbagliati dalla loro bellezza, raramente ci accorgiamo di un’insolita presenza sulla parete di controfacciata della chiesa: qui – a destra del portale di accesso – è collocato il ritratto di un personaggio maschile, solitamente in ombra e in posizione trascurata

Viso rotondo e bianchi capelli, indossa lo stesso mantello chiuso da una fibula e la corona adorna di pendilia che ammiriamo sul capo di Giustiniano nel pannello absidale della basilica di San Vitale; il capo è nimbato e nella parte sovrastante un’iscrizione lo identifica come «Ivstinian».

Eppure, confrontando le caratteristiche fisionomiche di questo ritratto e di quello imperiale di San Vitale, fatichiamo a credere si tratti della stessa persona.

Gli studi hanno cercato di spiegare in vario modo tali differenze, a partire dal riesame delle fonti antiche e dei restauri subiti nel tempo dal manufatto. Già il protostorico Andrea Agnello nel Liber pontificalis del IX secolo a citare la presenza di ritratti di Giustiniano e dell’arcivescovo Agnello all’interno della chiesa.

Nei secoli successivi tali presenze risultano confermate, affiancate da una terza figura posta più in basso rispetto alle altre. Le identificazioni divergono, parlando alcuni non di Agnello ma di Teodora e ricordando tutti il pessimo stato di conservazione dell’opera musiva.

Oggetto di restauri e importanti integrazioni per mano di Felice Kibel nel 1863, quando ancora era invalsa l’identificazione con Giustiniano, il ritratto fu sottoposto a più attenti studi a partire dal 1927, che accertarono la sua esecuzione in tempi differenti: se faccia e collo appartengono all’epoca teodericiana, gli attributi imperiali sarebbero stati aggiunti in un secondo momento, durante le epurazioni di Agnello.

Sulla base di queste interpretazioni il volto non sarebbe dunque quello dell’imperatore, ma di Teodorico, ‘travestito’ successivamente da Giustiniano.
La pratica non sarebbe stata così insolita all’epoca, considerate le valenze sacrali di cui il basielus bizantino era investito: divino più che umano, le sue reali sembianze passavano in secondo piano rispetto agli attributi regali simboli del suo status e del suo potere.

Basilica di Sant'Apollinare Nuovo - Il corteo delle Vergini

Basilica di Sant’Apollinare Nuovo (Ravenna) – Il corteo delle Vergini

Nella seconda metà del Novecento però sono stati avanzati dubbi e perplessità sull’identificazione del personaggio con Teodorico. Una disamina più attenta dei ritratti esistenti di Giustiniano avrebbe individuato l’esistenza di un filone ‘realistico’, di cui è esempio il medaglione aureo del British Museum di Londra, dove il sovrano appare caratterizzato da guance rigonfie e palpebre appesantite, tratti accostabili all’immagine di Sant’Apollinare Nuovo.

Alla luce di questi studi, nel 1999 Isabella Baldini Lippolis ha proposto di identificare il frammento musivo come superstite di una più ampia decorazione di epoca giustinianea, nella quale l’Imperatore e il vescovo Agnello apparivano ai lati della porta di ingresso dell’edificio, forse accompagnati dall’immagine di un barbaro sconfitto.

La loro presenza sulla soglia della chiesa avrebbe dunque avuto la funzione di introdurre al nuovo spazio riconsacrato al vero culto ortodosso e di ribadire la piena identità fra il clero cittadino e il potere imperiale.

Gli animali fantastici della basilica San Giovanni Evangelista a Ravenna

Gli animali fantastici della basilica San Giovanni Evangelista a Ravenna

Basilica di San Giovanni Evangelista (Ravenna)

Basilica di San Giovanni Evangelista | Foto © edificistoriciravenna.it

Fra le pagine famose de Il nome della rosa di Umberto Eco vi sono quelle dedicate al portale della chiesa dell’abbazia, abitato da un lungo elenco di creature immaginifiche che spaziano dalle sirene ai dracontopodi, dai minotauri ai grifoni, dai coccodrilli ai cinocefali ai draghi. Un omnicomprensivo «bestiario di Satana» che lascia Adso in bilico tra fascinazione e terrore. 

Si tratta probabilmente di uno degli omaggi moderni più riusciti a quel capitolo della cultura e dell’arte medievale che non cessa di incantare per i suoi contenuti fantastici e favolistici: quello dei bestiari, dilagati nel mondo occidentale sul modello del Physiologus alessandrino.

La chiesa di San Giovanni Evangelista a Ravenna ne conserva un esempio in mosaico, eseguito in date lontane dall’epoca aurea e gloriosa della città. È il 1213 quando Guglielmo, abate del monastero benedettino sorto a ridosso della basilica placidiana, ordina l’innalzamento del piano pavimentale dell’edificio e la realizzazione di una nuova decorazione musiva.

I soggetti scelti rispondono al gusto enciclopedico del tempo, accostando alla vicende della Quarta Crociata da poco conclusa alcune scene ispirate a leggende e romanzi in voga e, appunto, un bestiario del quale oggi possiamo ammirare le raffigurazioni, più prosaiche, del lupo, dell’oca, dei pesci, della mucca, del cervo, e quelle, più favolose, della pantera, del grifone, dell’unicorno, della sirena e della lamia.

Basilica di San Giovanni Evangelista (Ravenna)

Basilica di San Giovanni Evangelista | Foto © edificistoriciravenna.it

Disposte originariamente in maniera contigua lungo la navata mediana, le immagini del mondo animale assumono valenze simboliche che disvelano ai mortali dogmi dottrinali e insegnamenti etici e morali.
La realtà fenomenica, creazione divina, è infatti intesa dall’uomo medievale come specchio di verità superiori. Tutto il sapere antico, dalle sacre scritture ai testi enciclopedici e ai trattati scientifici greci e latini, partecipa alla decifrazione di questa foresta di simboli, la cui corretta interpretazione più farsi guida nel percorso di riavvicinamento al divino.

Incontriamo così il LUPO, che nei testi sacri è sovente contrapposto all’agnello. Come quest’ultimo, animale sacrificale per eccellenza nella sua immacolata perfezione, è immagine di Cristo, così la bestia selvaggia si fa incarnazione del demonio, costante minaccia per il gregge dei fedeli disperso nel mondo. Al contempo, in base alla leggenda per cui il collo del lupo è rigido e impossibilitato a chinarsi, la fiera diviene emblema e monito contro il peccato della superbia, colpa somma Lucifero, il principe degli angeli ribelli.

Al lupo segue il CERVO, che nel Salmo 42,1 è similitudine, nella sua brama dell’acqua, dell’anima del fedele che anela a Dio. Il cervo è anche immagine del peccatore che purga i suoi peccati: era infatti credenza antica che quest’animale fosse in grado di stanare il serpente, divorarlo, e poi purificarsi dal veleno bagnandosi in fonti di acqua pura.

Nei bestiari medievali il nome della PANTERA affonda le proprie radici nel greco pan, tutto; per questo motivo la fiera diviene simbolo di Cristo, salvatore di tutto il creato. Il parallelismo con il Cristo è sottolineato anche nel Physiologus dove si racconta come la pantera, dopo aver mangiato, dorma tre giorni per poi emette un ruggito e un dolce profumo che invita tutti gli animali a seguirla: facile trasposizione della morte e resurrezione del Signore e del suo farsi guida del genere umano verso la salvezza.

Mostri compositi e dalle molteplici nature sono sia la SIRENA sia il GRIFONE. Tentatrice per eccellenza fin dalle pagine dell’Odissea, la sirena, creatura metà donna e metà pesce, è ammonimento costante contro le seduzioni effimere dei piaceri terreni. Significato simile ha il grifone, simbolo del pericolo e degli inganni che sempre incombono sull’uomo penitente. Al contempo però, col suo corpo di leone e le ali e artigli d’aquila, il grifone si fa nel pensiero teologico immagine del Cristo nella sua duplice natura umana e divina.

Solitario e inavvicinabile è l’UNICORNO nelle credenze medievali, e solo con l’inganno può essere catturato: ancora il Physiologus racconta infatti come quest’animale si lasci avvicinare esclusivamente da giovani vergini, nel cui grembo cade addormentato. Nell’interpretazione cristiana esso si fa quindi immagine del Figlio, incarnatosi nel ventre della Vergine Maria.
Forte fu la delusione di Marco Polo quando, nel suo viaggio in Oriente, scoprì che gli unicorni erano grandi quanto elefanti, pelosi, con la testa di cinghiale e amanti della melma e del fango. L’immaginario fantastico medievale mal si conciliava infatti con la realtà concreta, e il rinoceronte poco aveva a che fare con l’incanto seduttivo degli aristocratici unicorni.