La Zuppa Inglese e Lord Byron

La Zuppa Inglese e Lord Byron

Ci sono incontri predestinati tra alcuni oggetti e il nome che indosseranno. Incontri con un luogo, un personaggio o un’intera cultura. Le montagne russe, le fiamminghe, i cavolini di Bruxelles, la pizza Margherita, il parmigiano. E anche Ravenna ha il suo meeting di nomi (e l’inglese non è a caso). Perché non c’è nessun dolce che possa accontentare il palato se non è raccontato.

Nel giugno del 1819, Lord George Gordon Byron, sesto barone Byron di Rochdale, poeta e politico inglese, giunse a Ravenna, il giorno di Pentecoste, al seguito della contessa Teresa Gamba Guiccioli, conosciuta poco prima nei salotti di Venezia.

Lord Byron in visita a Venezia

Lord Byron in visita a Venezia

Byron rimase a Ravenna per oltre due anni, legato sentimentalmente a Teresa, e qui trovò ispirazione per alcune sue importanti opere, come il “Don Juan”. Proprio in questo periodo, frequentando i palazzi dei Guiccioli e dei Gamba, pare che Byron fosse diventato ghiotto di una locale “zuppa” di crema e cioccolato, già molto nota.

Si narra che sia stato proprio il cuoco di una di queste dimore a perfezionare la ricetta, traendo spunto da un dolce inglese, il trifle, che comprendeva oltre alla crema anche il pan di Spagna, il tutto innaffiato in qualche bevanda alcolica. Il nuovo dolce venne dunque chiamato “inglese” in onore al Lord giunto da quell’Inghilterra che avrebbe tardato ancora qualche tempo per scoprire che una pietanza concepita così lontano avrebbe portato per sempre il suo nome.

Un esempio di "trifle" britannico

Un esempio di “trifle” britannico

Nacque dunque – forse – così la “Zuppa Inglese”, o la “Sopainglesa” in dialetto, che da allora viene preparata con molte varianti, con savoiardi o amaretti, alkermes o rosolio. Qui riportiamo parte della ricetta di Pellegrino Artusi, che lascia una certa acquolina in bocca:

Prendete una forma scannellata, ungetela bene con burro freddo e cominciate a riempirla nel seguente modo: una buona conserva di frutta, poi uno strato di crema ed uno di savoiardi intinti in un rosolio bianco.

Versate dell’altra crema e sovrapponete alla medesima degli altri savoiardi intinti nel rosolio e ripetete l’operazione fino a riempirne lo stampo…

Non importa quanto abbiate mangiato. C’è sempre spazio per il dolce!

La Zuppa Inglese con i savoiardi

La Zuppa Inglese con i savoiardi

Ravenna in Sette Delitti

Ravenna in Sette Delitti

Ogni città ha ombre che si riflettono sulle pieghe della sua storia, vicende che seppur di lieve entità hanno rappresentato momenti cruciali nelle vicende umane della società.

Come nelle migliori pagine di un romanzo noir, anche Ravenna non è esente da tutto ciò. Città di imperatori, anti-papi, briganti, nobili, anarchici, guerrieri e martiri, l’ex capitale bizantina è stata segnata nel corso del tempo da alcuni fatti di sangue e misteri che, tralasciando gli aspetti più cruenti, rivelano interessanti storie da conoscere, di delitti, di vendette e abili raggiri.

Apollinare, il martirio del primo vescovo

Cupola Basilica di Sant'Apollinare in Class

Cupola Basilica di Sant’Apollinare in Classe | Foto © Archivio Fotografico Comune di Ravenna

Il patrono di Ravenna è Sant’Apollinare, protovescovo della città, originario di Antiochia e ritenuto il fondatore della Chiesa di Ravenna. Spinto da un proverbiale zelo, pare che Apollinare predicasse con successo e avesse convertito molti pagani della città, attirando ben presto le ire dei pagani romani. Gli venne intimato di andarsene o di sacrificare ali antichi dei, ma egli rifiutò e per questo venne percosso, quasi a morte.

Affidato a una vedova, si riebbe dopo alcuni mesi e riprese la propria missione di evangelizzazione. Battuto nuovamente e esiliato, non lasciò mai la città poiché una tempesta impedì alla sua nave di allontanarsi dalle coste. Di nuovo minacciato, Apollinare rifiutò ancora il culto pagano, venne nuovamente battuto e infine morì per le ferite riportate. Sebbene la datazione di tali eventi sia incerta (23 luglio 74 d.C. o molto più probabilmente la fine del II secolo d.C: ), forse manipolata allo scopo di promuovere l’apostolato e quindi l’autonomia della Chiesa ravennate, resta una certezza la sua fine atroce in nome della fede.

Stilicone, il generale decapitato

Dittico di Stilicone (Cattedrale di Monza)

Dittico di Stilicone (Cattedrale di Monza) | Ph. Wikipedia, CC BY 3.0 IT

Alla morte dell’Imperatore Teodosio (395 d.C.), spetta al figlio Onorio l’Impero Romano d’Oriente con capitale Ravenna. Il suo tutore, affidatogli dallo stesso padre, è Stilicone, generale vandalo di comprovata lealtà. Ma la presenza del comandante barbaro è invisa ai maggiorenti romani, che temono la forza delle sue truppe ausiliarie barbariche: chi può controllare i barbari, domani potrebbe aizzarli contro l’Impero e proclamarsi, egli stesso, imperatore.

L’occasione si presenta durante una sollevazione delle truppe ausiliare, stanchi delle vessazioni romane. Stilicone tenta di mediare e sedare la rivolta ma il dignitario Olimpio lo accusa invece di essere stato lui stesso l’istigatore della protesta. Stilicone fugge nella cattedrale, invocando asilo, ma in vano. Catturato, rifiuta stoicamente la difesa dei suoi soldati e si lascia giustiziare. Condannato per tradimento, viene decapitato dalle guardie di Olimpio, probabilmente nella piazza antistante all’attuale Duomo di Ravenna.

Odoacre e Teodorico

Mausoleo di Teodorico | Foto © Luca Camillo via Wiki Loves Monuments 2012 (dati da Photo Emilia Romagna)

Mausoleo di Teodorico | Foto © Luca Camillo via Wiki Loves Monuments 2012 (dati da Photo Emilia Romagna)

Una vicenda degna di Shakespeare è quella che coinvolge Teodorico e Odocare sul finire del V secolo d.C. Il primo è l’astuto re degli Ostrogoti, formatosi alla corte bizantina, che sta guadagnando sempre più potere, imperversando nell’Europa orientale. L’imperatore di Bisanzio, Zenone, di cui è formalmente alleato, preoccupato dalla sua ascesa, decide di inviarlo a Ravenna per contrastare Odoacre, da una quindicina d’anni Re illegittimo d’Italia, per aver deposto l’ultimo imperatore d’occidente, il giovane Romolo Augusto.

Dopo tre anni di assedio Ravenna si arrende e grazie all’intervento del vescovo Giovanni, i due sovrani stabiliscono di spartirsi il regno a metà. Invitato a banchetto da Teodorico presso il palazzo imperiale “del Laureto” (l’edificio sorgeva in corrispondenza dell’attuale via di Roma nell’area nei pressi di via Alberoni) , Odoacre si presenta in pace con il suo Stato Maggiore. Ma il re goto lo attende a palazzo per assassinarlo, di propria mano. Nel frattempo in città scatta il repulisti delle truppe e delle loro famiglie, distratte dalle gozzoviglie per la fine delle ostilità. Era il 5 marzo 494.

Da Polenta, delitti tra le mura

Dante Alighieri (1265-1321) legge la Divina Commedia a Guido Da Polenta (1850)

Dante Alighieri (1265-1321) legge la Divina Commedia a Guido Da Polenta (1850) | Dipinto di Andrea Pierini (1798-1858), Palazzo Pitti, Firenze

Protagonista di questa vicenda è Ostasio I Da Polenta, rampollo della casata che di fatto comanderà a Ravenna tra il 1300 e il 1500. Ostasio è cugino di Guido Novello, colui che ospiterà in città Dante Alighieri durante il suo esilio e capo-clan dei Da Polenta. Guido è un notevole anfitrione ma si rivela un capo di poca tenuta e mentre è a Bologna, in qualità di capitano reggente, Ostasio ne usurpa il ruolo, facendo uccidere l’arcivescovo Rinaldo, suo cugino e fratello di Guido Novello. Guido si trova pertanto esule a Bologna, non potendo rientrare a Ravenna, in mancanza di alleati e temendo per la propria vita.

Ma Ostasio non è soddisfatto e architetta un altro piano crudele. Favorisce il rientro a Cervia di un fuoriuscito, affinché alimenti una rivolta. Durante i tumulti lo zio Bannino e il cugino Guido, reggenti della cittadina, riparano a Ravenna. Ostasio li attende per ucciderli e prendere il controllo anche del territorio cervese. Anche il figlio, Bernardino, non è da meno. Avido quanto il padre, farà morire in prigione i fratelli Pandolfo e Lamberto. Stessa sorte toccherà a suo figlio Guido l’Ultimo, a opera dei suo setti figli uno dei quali, Obizzo, che sarà responsabile della definitiva cessione della signoria di Ravenna ai Veneziani, a metà del XV secolo.

Guidarello Guidarelli, la morte e poi un bacio

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli, Museo MAR di Ravenna (1525 d.C.)

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli, Museo MAR di Ravenna (1525 d.C.) | Foto © Archivio Comune di Ravenna

Della leggenda di Guidarello Guidarelli e in particolare delle tribolate vicende della sua lastra funebre e del bacio abbiamo già disquisito. Ma come venne ucciso e perché?
Nato nella Ravenna veneziana da famiglia fiorentina, il primogenito dei Guidarelli è uomo d’arme e condottiero del Sacro Romano Impero, dunque a favore del Papa, tra le fila di Cesare Borgia. Ma non soltanto. Combatte anche per la Serenissima, contro i fiorentini e gli ottomani, e rimarrà per sempre legato a Venezia, probabilmente anche come informatore.

Questa doppia veste non piacerà a Cesare Borgia il quale, secondo una prima versione dei fatti, durante uno dei suoi rinomati balli in maschera lo farà assassinare. Una ricostruzione più accurata, alla luce di alcuni documenti esaminati attorno agli anni ’30 del secolo scorso, propone invece la morte avvenuta per la conseguenza delle ferite riportate durante una disputa armata, nata dalla mancata riconsegna di una veste prestata per una festa in maschera.  Quello che è certo è che Guidarello, in fin di vita, ebbe modo di lasciare istruzioni affinché il suo corpo venisse tumulato a Ravenna, dove ancora oggi riposa, sotto la sua celeberrima immagine.

La strage dei francesi

La morte di Gaston De Foix

La morte di Gaston De Foix

Gastone di Foix è nipote del re di Francia, nonché comandante dell’esercito francese, impegnato in Italia nel 1512 al fianco degli Este, contro il Papa, i veneziani e gli spagnoli. Nella battaglia di Ravenna (la prima sul territorio italiano a impegnare in maniera strategica batterie di cannoni) ha la meglio sugli spagnoli che sono costretti a ritirarsi, anche senza disfatta.
A Gastone, però, questa vittoria va stretta. Si lancia all’inseguimento del nemico, cercando di colpirlo alle spalle. Circondato da un drappello di cavalleggeri preso il fiume Ronco, viene isolato e colpito a morte. Nei pressi del luogo dell’agguato ancora oggi resiste una cippo monumentale che ricorda la sua morte e quella di molti altri soldati, forse ventimila, macabri protagonisti di una vera strage.
A quel punto i ferraresi e i francesi eluderanno la tregua e i patti di resa, irrompendo in città per saccheggiarla. Ventiquattro guasconi, rei di aver violato un convento di suore, saranno impiccati alla cancellata dal famoso generale Jacques de La Palice.

Stefano Pelloni, detto Il Passatore

Il Passatore, pseudonimo di Stefano Pelloni (1824 - 1851)

Il Passatore, pseudonimo di Stefano Pelloni (1824 – 1851)

Di Stefano Pelloni, detto Il Passatore, e delle sue gesta ha cantato, con una discreta dose di romanticismo e magnanimità, persino Giovanni Pascoli. Ma il brigante di Romagna, seppur a volte capace di gesti galanti e generosi, di cortese aveva ben poco. Con la sua banda si è macchiato di numerosi ammazzamenti, sanguinose rapine, smembramenti ed esecuzioni. Sarà per questo che dopo che venne braccato e ucciso dai gendarmi pontifici, nel marzo del 1851, la sua salma fu esposta in molte piazze della Romagna, come monito e trofeo. Fu il legato di Bologna, all’appropinquarsi della primavera, a mettere fine a questo lugubre rituale, e con la scusa del caldo che poteva accelerarne la decomposizione, ne impose finalmente la sepoltura.

Il nuovo Mercato Coperto di Ravenna

Il nuovo Mercato Coperto di Ravenna

In questi giorni a Ravenna ne parlano tutti. Il nuovo Mercato Coperto. Com’è? Ci sei già stata? Hai già comprato, mangiato, assaggiato?
Chi ha più di venti o trent’anni, si ricorda bene il vecchio mercato. I delfini in marmo  del Maltoni, un po’ abbandonati per terra nell’atrio, gli odori forti del pesce e dei formaggi, che decoravano le ultime, sparute, bancarelle. L’atmosfera umida e un po’ buia di un edificio tanto antico quanto desideroso di una nuova vita.

Il nuovo Mercato Coperto

Il nuovo Mercato Coperto

E ora, dopo tanti anni di lavoro, finalmente riapre un tassello importantissimo nel mosaico della città, soprattutto per la sua collocazione. Incastonato tra viuzze e piazze che un tempo ospitavano contorti corsi d’acqua urbani, si è tolto finalmente il vestito scomodo delle impalcature ed è tornato ad aprirsi alla gente, grazie anche al grande lavoro di Coop Alleanza 3.0 e Molino Spadoni.

Lavori di riqualificazione al Mercato Coperto

Lavori di riqualificazione al Mercato Coperto

Da bambino la prima cosa che facevo appena entrato all’interno del mercato era respirare forte e guardare in alto. Cercavo le capriate in ferro all’inglese, il lucernaio, quella sensazione di esotismo, per un edificio che sembrava un po’ una stazione e un po’ un tempio e che qualche anno dopo mi avrebbe ricordato anche il Museo d’Orsay di Parigi.

L'interno del mercato negli anni Cinquanta

I vecchi banchi alimentari all’interno del mercato fino agli anni ’80

Oggi la sensazione è sempre la stessa, forse più forte. Entro e guardo in alto, cerco il soffitto e la luce. Vedo il ferro, il legno, il vetro. È un unico spazio ampio e aperto, ma che disvela una serie di angoli e scomparti contigui ma distinti. Cioccolata, caffè, libri, tagli di carne, pesce, pasta fresca, sedute da cinema, soprammobili dal gusto liberty, lampadari vintage e luci calde.

Uno scorcio del nuovo Mercato Coperto

Uno scorcio del nuovo Mercato Coperto

C’è questo e molto altro nel mercato. Tre bar, uno dei quali è un cocktail bar, una libreria e un grande palco per varie iniziative. Un ristorante, una gelateria, un laboratorio di cioccolata. Un mercato allargato quindi, con anche negozi e un supermercato ma che mantiene al centro il sapore dei banconi di una volta.

Si può comprare cibo fresco, volendo anche farselo cucinare per consumarlo lì accanto. Si può passare anche solo per un aperitivo, o per stare un po’ al riparo, sia in estate che in inverno, per sedersi a leggere, a chiacchierare, a studiare. Sono benvenuti infatti anche gli studenti in visita, che possono utilizzare gli spazi del mercato come sosta o per i servizi, senza obbligo di dover acquistare o consumare, ma solo per il piacere di attraversare un altro luogo storico della città, un monumento tra i monumenti.

L'antica Pescheria 1905-07

L’antica Pescheria 1905-07

In una delibera comunale del 1916 si legge di come:

Il problema di dotare la città di Ravenna d’un fabbricato centrale per la vendita al minuto dei generi alimentari, al riparo dalle intemperie e sotto la salvaguardia dell’Igiene, è ormai penetrato profondamente nella coscienza della popolazione e deve essere risolto.

E così, dopo vari progetti, l’attuale edificio vede la luce nel 1922, ad ampliamento e sostituzione di un antico mercato del pesce, oramai insufficiente, per dimensioni e tipologia di merci. Dopo una sessantina d’anni, all’inizio degli anni Ottanta, il Mercato Coperto subisce un restauro critico non soltanto con l’intento di adeguarlo alle varie norme impiantistiche, igieniche e sismiche, ma anche per donargli nuovo vigore.

Con il nuovo millennio arriva un lento declino e poi la chiusura, ma i nuovi progetti erano già nell’aria. E oggi, dopo 13 milioni di investimenti e 6 anni di lavori, riapre i suoi 4 mila metri quadri con un intervento di qualità che restituisce a cittadini e a turisti un luogo simbolo della città, recuperando uno degli immobili più rappresentativi del centro storico.

Il Mercato Coperto non è quindi solo un luogo, ma tanti luoghi. Questa è una suggestione. Ora non resta che andarci e gustarselo, anche più di una volta.

 

La Piadina a Ravenna

La Piadina a Ravenna

«Che ne sai della Romagna, che ne sai della piadina
non c’è solo l’acqua, non c’è solo la farina»
(R. Casadei)

E in effetti nel cibo di Romagna c’è molto di più! Non solo, ovviamente, altri ingredienti (strutto oppure olio, lievito o bicarbonato, sale o a volte anche latte…) ma soprattutto mare, sole (nebbia!), fisarmoniche, racchettoni, mosaici, bicicletta… E una serie di curiosità. Noi ve ne diciamo alcune. Per tutto il resto c’è il Consorzio di tutela e promozione Piadina Romagnola.

La piadina fatta a mano

La piadina fatta a mano

STORIA E FUTURO

La Piadina arriva probabilmente dalla tradizione gastronomica etrusca, circa 1200 anni prima di Cristo, e attraverso l’Impero Romano e i barbari giunge alla sua prima nomina in un documento della fine del 1300, nel quale si parla della Piada in merito ad alcuni tributi da pagare in natura. Ma è nel XX secolo che ha il suo grande rilancio, grazie a nuove farine che la rendono sempre più facile ed economica da preparare. Nel Dopoguerra diventa definitivamente un punto di riferimento gastronomico, che distingue la Romagna e conquista i turisti. È proprio in questi anni che spuntano i primi mitici chioschi, elemento oramai distintivo del paesaggio nostrano, ponte semplice e colorato verso il mondo e la nuova carica dello street food.

Un tipico chiosco di piadina

Un tipico chiosco di piadina

NOMI E DIMENSIONI

Nelle zone limitrofe (Cesena, Forlì, Rimini) si può chiamare Piê, Pièda, Pìda, Pjida, ma a Ravenna è proprio “Piadina”, come cantava il mitico Raul Casadei.
Farcita con salumi, formaggi, verdure, squacquerone e fichi caramellati, carne o creme dolci, è comunque la più “alta” e la più corposa della Romagna. Spessa circa un dito e dalla consistenza “tamugna” (ovvero densa), è buona anche da sola, “vuota”, o magari con un po’ di olive o di rosmarino nell’impasto. Esiste anche la versione “chiusa”, ovvero il crescione. Di solito bollente e grondante goduria.

La piadina di Ravenna

La piadina di Ravenna

QUELLE MACCHIE SCURE

Sapete come si riconosce una piadina fatta con strutto da una fatta con l’olio?
Avete presente le numerose “macchie” che si vedono sulla piada? Bene, se sono più scure significa che è stato usato lo strutto, mentre se sono più chiare, ca va sans dire, nell’impasto c’è invece l’olio. Vegetariani e non, sapevatelo!

PASCOLI E MORETTI

Ecco fatto, – disse infine la Menghinina e parve più vecchia, perché un altro po’ di bianco le s’era posato sui capelli, sul corpetto, fin sulle ciglia.
Prima d’impastare, pensò al fuoco.
Per cuocere la piada occorre la fiamma, la bella fiamma caduca, la vampata, il falò.
Il grande testo rotondo, grande quanto lo staccio, deve riscaldarsi così prima che vi si adagi la pasta…

Il resto del racconto di Marino Moretti, ruspante e sanguigno, lo potete leggere qui.

Lasciamo invece semplicemente la parola al grande poeta, Giovanni Pascoli.

«…» Ma tu, Maria, con le tue mani blande domi la pasta e poi l’allarghi e spiani;
ed ecco è liscia come un foglio, e grande come la luna;
e sulle aperte mani tu me l’arrechi,
e me l’adagi molle sul testo caldo, e quindi t’allontani.
Io, la giro, e le attizzo con le molle il fuoco sotto,
fin che stride invasa dal calor mite, e si rigonfia in bolle:
e l’odore del pane empie la casa. «…»

(Tratto da “La Piada”, G. Pascoli. 1909. Nuovi Pometti)

SUL WEB (TRA MUSICA, TRASH E COMICITÀ)

Anche in rete la piadina ha guadagnato un posto di tutto rispetto. Vagando un po’ per il web è possibile trovare il Valzer della Piadina (qui in versione ballo estivo, grazie a Divertiballi), un Magna la Piadina di Alberto Pazzaglia alias Betobahia (sì, quello di Ciapa la Galeina), l’imolese Rosy Velasco con La Piadina, ma anche Luca e Paolo con l’episodio di Camera Café del 2017, “Progetto Piadina“, e a salire “Freak” di Samuele Bersani (“Hai più pensato a quel progetto di esportare la piadina romagnola?!” ). E chiudiamo come abbiamo iniziato, con una rarissima versione hip hop. Il ritornello è di Raoul Casadei, le rappate di Gam Gam. Buon appetito con la “Hip Hop Pida” e le ricette del Consorzio.

Hip Hop Pida

Hip Hop Pida

Venezia e Ravenna: un’eredità vecchia di secoli

Venezia e Ravenna: un’eredità vecchia di secoli

Ravenna-Venezia

Spostandosi tra un mosaico e l’altro, tra un parco e l’altro, tra un chiosco di piadina e un ristorante, è possibile seguire un sentiero che porta a Venezia. Un tour nel tour, una mappa nella mappa, per scoprire un momento della storia di Ravenna che ha lasciato impronte indelebili.

Dal 1441 al 1509 Ravenna visse sotto il dominio della Repubblica di Venezia. A quell’epoca la città era ancora circondata dai fiumi e dalla laguna e intesseva scambi e commerci con il Delta del Po e da lì verso l’Adriatico e l’Europa.

I segni della dominazione veneziana sopravvivono ancora in città, incastonati tra gli strati delle varie epoche, ma se li incorniciamo e li osserviamo da vicino ci fanno sentire il rumore dei canali e lo schiocco dei cavalli sui ponticelli di una volta.

Il ricordo più imponente è senz’altro la Rocca Brancaleone, situata appena fuori dal centro storico. Eretta poco dopo l’arrivo dei veneziani in città, è stata teatro della Battaglia di Ravenna che vide per la prima volta l’uso massiccio di artiglieria da campo, cambiando per sempre il modo di guerreggiare e il concetto stesso di cavalleria.

Rocca Brancaleone

Rocca Brancaleone | Foto @ Nicola Strocchi

Abbandonata per alcuni secoli, nel Novecento è stata recuperata e oggi ospita un grande parco, un’arena sotto le stelle e un punto ristoro. Un leone di marmo protegge ancora l’ingresso al ridotto fortificato.

Ravenna - Rocca Brancaleone

Altorilievo del Leone Alato Veneziano

Al centro del passeggio e della vita istituzionale della città c’è Piazza del Popolo, pensata nelle sue forme attuali dalla Serenissima e da allora rimasta inalterata.
Il primo podestà veneziano ordinò di ricostruire il vecchio palazzo comunale, oggi sede del Municipio, facendolo ornare con stemmi, balconcini e ghiere in terracotta. Il palazzo delimitava la piazza dal lato del fiume Padenna che attraversava la città, passando sotto il grande arco dell’attuale via Cairoli.

Piazza del Popolo (Ravenna)

Piazza del Popolo (Ravenna) | Foto @ Delio Mancini

Di fronte al palazzetto furono erette due colonne, molto simili a quelle che in piazza San Marco a Venezia delimitano lo slargo verso la laguna. Su quella più vicina al palazzo venne collocato un leone di San Marco, mentre l’altra sorreggeva il vescovo Apollinare, santo patrono di Ravenna. Oggi il leone non c’è più, sostituito in epoca papale dalla statua di San Vitale. Dalla parte opposta della piazza fu, invece, posto il primo orologio, sancendo definitivamente il ruolo di potere in quel luogo e della presenza dominante di Venezia in quei decenni.

Una delle stradine più belle del centro storico è senz’altro via Cairoli. Stretta come il canale che le scorreva in mezzo, è riservata ai pedoni (nemmeno le bici possono passare, se non condotte a mano), ospita negozi e punti gastronomici, oltre a Casa Loredan, forse dimora del primo podestà e capitano di Ravenna. Finestre a balconcino in stile gotico-veneziano, colonnette in marmo rosso di Verona, capitelli di gusto rinascimentale la rendono una delle più eleganti vestigia del governo di Venezia.

Tra le case d’età veneziana questa è forse la più graziosa. È Palazzina Diedo, in via Raul Gardini. Conserva il cotto ruvido della facciata, alcuni elementi in pietra d’Istria, oltre al balconcino sul quale s’affaccia l’elegante bifora e l’arco d’ingresso, sul quale rimangono scolpite le due bande orizzontali dell’arme dei Diedo.

Palazzina Diedo (Ravenna)

Palazzina Diedo (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli Fotoreporter (edificistoriciravenna.it)

La semplice armonia di questo edificio stride con un fatto di sangue che nella notte del 29 gennaio 1576 lo vide protagonista. Girolamo Rasponi, con i suoi seguaci, compì una missione punitiva contro la nipote e la famiglia del marito, venendo poi esiliato dalla città. L’orrendo crimine, tuttavia, non scalfì la secolare egemonia dei Rasponi nel ravennate.

MAR - Museo d'arte della Città di Ravenna

MAR – Museo d’arte della Città di Ravenna | Foto @ Archivio Comune di Ravenna

Per evitare gli assalti via mare ai Canonici regolari lateranensi, la cui sede si trovava troppo vicino alla costa, i veneziani invitarono i religiosi a spostarsi nel nuovo monastero di Santa Maria in Porto, chiamata così poiché si trovava alla foce del fiume Badareno, poi scomparso. Veneziano fu il primo priore, e squisitamente veneziano l’impianto architettonico del nuovo monastero, con l’elegante armonia di forme e proporzioni che caratterizza l’elegante loggiato a due ordini, affacciato su quelli che oggi sono i Giardini Pubblici. Veneziano anche il massiccio impiego di pietra d’Istria e il chiostro, sempre a due ordini. Oggi l’edificio ospita il MAR – Museo d’Arte di Ravenna. Per informazioni sulle mostre in corso ecco il sito del museo.

Ravenna - Palazzo Bracci

Ravenna – Palazzo Bracci (Ravenna)

Palazzo Bracci è l’ultimo dei nostri suggerimenti di questo percorso tra Ravenna e Venezia. Prima che la piazza maggiore venisse ampliata dai veneziani, di fronte a Palazzo Bracci doveva trovarsi il centro pulsante della vita della città. In quella che oggi è piazza Andrea Costa, di fronte al mercato coperto, incastonata tra la chiesa di San Michele in Africisco (oggi un negozio di abbigliamento) e la chiesa di San Domenico (oggi una sala espositiva) si trovava un nodo di acque: il Padenna, che giungeva da nord e un altro piccolo fiume che scendeva parallelo all’attuale via Cavour. Il palazzo, che oggi ospita un albergo, è austero, in laterizio grigio, con qualche tocco di bianco in pietra d’Istria, lavorata a finissimi intagli. Un’eleganza semplice, che culmina nel balconcino tipico delle dimore signorili dell’epoca. All’interno, interessanti pitture ornano il soffitto ligneo della sala lunga, di gusto tipicamente quattrocentesco, e celebrano l’unione tra i Bracci e – non potevano mancare! – i Rasponi, che ricevettero insieme il titolo di Conti, dall’Imperatore, nel 1469.

Non vi abbiamo detto tutto sull’eredità veneziana a Ravenna. Vi sono altri edifici di quell’epoca, custoditi nel centro storico. Ma vorremmo lasciare che sia l’ispirazione – o la fortuna – a farveli incontrare.

Mappa della Ravenna Veneziana

Mappa della Ravenna Veneziana