Da Ravenna a Cervia a piedi, oltre la pineta

Da Ravenna a Cervia a piedi, oltre la pineta

È una piccola impresa: da Classe a Cervia, lungo un percorso che si snoda tra campi, valli lagunari e pinete.
Solitamente si fa in mountain bike (MAPPA), noi invece abbiamo deciso di farlo a piedi.

Basta una buona compagnia, qualche litro d’acqua e scarpe adatte alla pianura. Come la tappa di un Cammino di Santiago o della Via Francigena. Ma non c’è bisogno di andare così lontano. Si parte da Ravenna, si sconfina nel cervese e si torna indietro, in treno però.

Partiamo al mattino presto, dal posteggio di fronte a Museo Classis di Ravenna.
Imbocchiamo il sentiero oltre la ferrovia e puntiamo dritti verso la pineta. Attorno a noi solo i campi, quieti e immobili. Qualche ciclista ci supera, salutando. Sopra di noi il cielo immacolato e un bel sole rincuorante. 

Museo Classis - Ravenna

Museo Classis – Ravenna | Foto © RavennAntica

Dopo poco più di mezz’ora raggiungiamo la Pineta di Classe e ci inoltriamo nella vegetazione, godendo della secolare frescura.
Quest’antica foresta, che cullò anche Dante Alighieri, ci accompagna per quasi tutta la prima parte del tragitto.
Ogni tanto, in mezzo alla macchia, spunta un corso d’acqua, o un’ansa di quella vasta laguna che tratteggia senza sosta la costa ravennate. Ascoltare gli uccelli e chiacchierare c’è dolce, in questo mare di verde.

Arriviamo all’altezza di Fosso Ghiaia e del Parco I° Maggio. Superiamo il ponte che separa il nostro itinerario da un altro, altrettanto bello, che devia a est, verso il mare, e fiancheggia il Bevano fino alla sua foce. Un luogo magico e selvaggio lungo il quale, non a caso, si stanno snocciolando stormi di ciclisti e qualche escursionista armato di bastoncini da passeggio. 

Pineta di Classe | Foto © Nicola Strocchi, Archivio Fotografico Comune di Ravenna

Pineta di Classe | Foto © Nicola Strocchi, Archivio Fotografico Comune di Ravenna

Noi, invece, puntiamo ancora più a sud e seguiamo la pineta lungo il suo limitare, a pochi metri dai prati umidi e salmastri dell’Ortazzo e dell’Ortazzino.
Il paesaggio è cambiato ancora. Acque tranquille, isolette selvagge, qualche torretta per l’osservazione di volatili e altri animali. Sembrano lontani i campi di girasoli e il bosco fitto. Eppure siamo partiti da neanche due ore.

Pineta di Classe

Pineta di Classe | Foto © Delio Mancini, Archivio Fotografico Comune di Ravenna

Terminata la pineta, superiamo prima la Bevanella e poi il Bevano, grazie a due bellissimi ponticelli.
Il panorama cambia di nuovo. Un corso d’acqua più corposo, che curva leggermente verso nord. I “Padelloni”, ovvero i capanni da pesca, sobri e in bell’ordine costellano la riva, in attesa di una rete carica.
Poco lontano il Centro Visite – Cubo Magico Bevanella che sorge all’incrocio del torrente con il Canale Pergami. Incrociamo moltissimi escursionisti a piedi e in bicicletta e salutiamo i pescatori.

Capanni di Pesca lungo il torrente Bevano | Foto © La Valigia di Pimpi

Da qui parte una drittissima carrabile sterrata che incrocia via dei Lombardi, la strada che congiunge l’abitato di Savio a Lido di Classe.
Siamo circa a metà dell’impresa. Volendo qui si potrebbe deviare verso il paese e prendere il treno o il bus dalla stazione per rientrare a Ravenna. Ma i cuori pavidi non hanno mai conquistato la meta. Proseguiamo quindi ancora verso Cervia.

Costeggiamo il canale e raggiungiamo la foce del Savio, che oltrepassiamo sul ponte di via Bagnacavallo, per entrare a Lido di Savio.
Restiamo però poco nel centro abitato e torniamo nella campagna, per ricongiungerci a via Marina. In lontananza vediamo il muro verde scuro della Pineta di Milano Marittima.

È ormai mezzogiorno e il sole si fa sentire. Accogliamo con gioia il tetto di alberi che segna la fine del territorio comunale.
Imbocchiamo un sentiero lungo e pulito in mezzo ai pini, quasi una galleria nel fitto e ombreggiato bosco, scavata per gli umani nel cuore della natura.

A tratti, i segni delle trombe d’aria, che qualche tempo addietro hanno creato alcune radure a forma circolare e lingue sottili di vuoto della vegetazione. Il paesaggio è ancora una volta diverso e inaspettato. Sembra quasi di essere a Yellowstone o in Arizona. Uno scenario dalle linee nette, dal contrasto vivido. L’uomo ha ripulito e attende che la natura faccia il suo corso.

Pineta di Cervia

Pineta di Cervia | Foto © www.cerviaemilanomarittima.org

Superiamo i campi da Golf ed entriamo a Cervia, seguendo il canale che corre lungo via Jelenia Gora. Piccoli capanni colorati misurano a intervalli regolari la sua lunghezza. La pace del primo pomeriggio è interrotta ogni tanto dal rumore dell’acqua e da qualche cicala.

Deviamo ancora a sud nella pineta e percorriamo via Stazzone fino al cimitero. Poco dopo ci affacciamo sul bellissimo canale di Cervia e intravediamo alla nostra sinistra il MUSA – Museo del Sale e la Torre San Michele.

Il Canalino, lungo via Jelenia Gora

Il Canalino, lungo via Jelenia Gora (Cervia)

Abbiamo ancora un po’ di tempo prima che parta il treno. Solchiamo il centro assolato di Cervia, come in un quadro di De Chirico.
Ci concediamo una piadina romagnola in Piazza Pisacane e rilassiamo le gambe e la schiena, dopo oltre cinque ore di cammino.

Torniamo a casa in treno stanchi ma raggianti. Alla nostra destra ancora il verde intenso della pineta, che forse nemmeno si è accorta di noi, delle nostre fatiche. Poco oltre il mare, una linea azzurra e sottile, che lascia un gusto di sale nell’aria.

Scendiamo alla stazione di Classe, poco affollata nella domenica da spiaggia.
Una domenica diversa per noi. Una gran bella domenica. Una piccola impresa da raccontare.

Storie di Cinema a Ravenna

Storie di Cinema a Ravenna

Il 29 aprile scorso è arrivata su Netflix Summertime, una produzione originale italiana, liberamente ispirata ai romanzi di Federico Moccia. La serie è stata girata tra Ravenna e Cesenatico e racconta la storia d’amore tra Summer (l’esordiente Coco Rebecca Edogamhe) e Ale (Ludovico Tersigni, noto per il ruolo di Giovanni in “Skam Italia”).
L
ei è una ragazza indipendente e responsabile che sogna di lasciare la Riviera; lui è un “ribelle”, giovane promessa della moto, deciso a darsi una regolata e iniziare un nuovo capitolo della sua vita. Una normale estate si trasformerà per loro in un viaggio alla scoperta l’uno dell’altra, e al contempo di se stessi.

Prosegue quindi il legame di Ravenna con la produzione per il cinema e la televisione, legame che spesso nel corso degli anni passati ha avuto modo di svilluparsi sul filo della sperimentazione e della storia.

Nel 1957 Michelangelo Antonioni gira tra Veneto e l’Emilia-Romagna, Il grido, film segnalato all’interno della Mostra del cinema di Venezia tra i 100 film italiani da salvareRavenna è una delle location principali della pellicola che vede tra i protagonisti Steve Cochran e Alida Valli: una storia drammatica di amori e amanti, di vagabondaggi e snodi di una vita da riscoprire, sullo sfondo di una Italia fatta di province laboriose e fabbriche, emancipazione femminile, scioperi e cambiamenti sociali decisivi.

Antonioni torna a Ravenna anche nel 1963 per girare Deserto Rosso, suo primo film a colori (doveva intitolarsi infatti Celeste e verde), con il quale l’anno successiva vincerà il Leone d’Oro a Venezia.
Prosegue qui per Antonioni il percorso nel cinema dell’alienazione, ancora una volta in una Ravenna in cui «In mezzo agli alberi ci passano le navi», come annotò egli stesso sul proprio taccuino durante uno dei primi sopralluoghi.
Una giovane Monica Vitti, Richard Harris e Carlo Chionetti sono tra i protagonisti di un film di importanza mondiale, che ispirerà tantissimi grandi registi come Martin Scorsese, che lo annovera tra le pellicole più importanti di sempre.

Deserto Rosso (1964) | Foto © domusweb.it

Gli scenari dei film di Antonioni sono anche diventati uno degli itinerari di Cineturismo, grandioso progetto della Cineteca di Bologna per scoprire i luoghi del cinema italiano. Così si può rivedere il Ricovero Garibaldi (Il grido), o il negozio di Giuliana (Moniva Vitti in Deserto Rosso), che si trova in via Pietro Alighieri e Porta Nuova, una delle porte antiche più belle di Ravenna e la zona ANIC, di cui Antonioni voleva restituire il fascino.

Anche le fabbriche possono essere dotate di grande bellezza. Le linee rette e curve delle fabbriche e delle loro ciminiere possono essere anche più belle di un filare d’alberi che l’occhio ha già visto troppe volte. È un mondo ricco, vivo, utile.

Nel 1952, sempre tra Ravenna e il mare, Goffredo Alessandrinni gira Camice Rosse – Anita Garibaldi, storia della trafila Garibaldina nella fuga verso Venezia. Anche in questo caso è possibile seguire un altro bellissimo itinerario, che si snoda tra Ferrara e Rimini, passando per la riserva naturale Foce del Fiume Reno.

Provincia Meccanica (2005) | Foto © cgentertainment.it

Provincia Meccanica (2005) | Foto © cgentertainment.it

La lista dei film e delle serie che hanno avuto però come scenario Ravenna rimane comunque lunga.
Da Paolo e Francesca – La storia di Francesca da Rimini (Matarazzo, 1950) a Johnny Stecchino (Benigni, 1991), da Teodora Imperatrice di Bisanzio (Freda, 1954) a Agata e La Tempesta (Soldini, 2004), dal colossal russo Viking (2016) diretto da Andrej Kravčuk a Provincia Meccanica del 2004, opera prima del regista Stefano Mordini, candidato l’anno successivo all’Orso d’Oro durante il Festival di Berlino.
In quest’ultima pellicola Stefano Accorsi e Valentina Cervi sono Marco e Silva, i due protagonisti, che vivono in una paesino vicino a Ravenna e si scontrano con una vita e una famiglia inconsuete, alla ricerca di armonia e libertà.

Oltre ai grandi registi, Ravenna è poi culla di numerosi giovani talenti che si cimentano nella settima arte con impegno e passione. Tra questi non possiamo non citare EmpiRa, l’associazione che dal 2010 offre momenti di condivisione per i fan della saga di Star Wars, tra cui il recente fanfilm dal titolo Sacrificio.

E ora arriva a Ravenna il colosso Netflix, per la sua quarta produzione italiana del 2020 (e settima totale nostrana). Nei mesi scorsi li abbiamo accompagnati nella produzione di Summertime, ma non possiamo svelarvi nulla! Non vi resta che andarvela a vedere…

Almanacco dei Personaggi Innamorati di Ravenna

Almanacco dei Personaggi Innamorati di Ravenna

Siamo a cena con un ospite norvegese, uno americano e un iraniano (e non è una barzelletta). Riviviamo la giornata in giro per Ravenna e rispuntano i nomi di Dante, Garibaldi e Teodorico. A un tratto uno di loro chiede: “Sì, ma personaggi illustri che hanno avuto a che fare con Ravenna di recente?”.

Siamo prontissimi a questa evenienza. E per non dimenticare nulla sfoderiamo il nostro personale e manoscritto Almanacco dei Personaggi Eccellenti Innamorati di Ravenna. Casualmente in ordine alfabetico.


Borges, Jorge Luis. In Storia del guerriero e della prigioniera, pubblicato in Aleph quasi trent’anni prima della sua visita a Ravenna, il grande scrittore argentino racconta di Droctulft e del suo legame con questa città.

Personaggio storico e qui letterario, il guerriero dell’esercito longobardo passò poi a combattere per l’impero, difendendo Ravenna, che scelse poi come dimora e patria. Ravenna come città cosmopolita e paradigma di una contemporaneità in cui ognuno può scegliere e cambiare la propria storia e quella del mondo.

Non ci sono tradimenti, né “invasioni barbariche”. Soltanto illuminazioni. Gli abitanti di Ravenna dettero a Droctulft sepoltura in un tempio ed espressero la loro gratitudine in un epitaffio, evidenziando il contrasto tra l’aspetto atroce del condottiero e la sua semplicità e bontà. Borges, che visitò Ravenna oramai vecchio e cieco, insieme all’editore locale Lapucci, respirò grazie a quest’ultimo l’atmosfera e i luoghi che tre decenni prima aveva potuto soltanto immaginare.


Byron, George Gordon, per gli amici semplicemente “Lord“. Eccentrico e mondano nobile inglese, giunse a Ravenna per il Grand Tour nel 1819 con sette domestici, alcuni gatti e una scimmia.

Fu “amico” (qualcosa di più, dai) della Contessa Teresa Gamba Guiccioli e ciò lo mise assai nei guai con il di lei marito, il Conte Alessandro Guiccioli. Fu vicino alla setta dei carbonari del di lei fratello, Pietro, e anche questa simpatia lo mise alquanto nei guai, tanto che dovette…
Se volete saperne di più della sua storia e della Ravenna di quell’epoca, leggete questo articolo.


Callas, Maria. La Divina, Miss Sold Out, una delle voci d’opera più peculiari, agili ed estese del Novecento. Soprano, nata in America da una famiglia di origine greca (e per breve tempo anche cittadina italiana) fu a Ravenna nel 1954 per interpretare al Teatro Alighieri, La Forza del Destino di Giuseppe Verdi. Pienone e standing ovation.

L’amai, gli è ver!
Ma di beltà e valore
Cotanto Iddio l’ornò.
Che l’amo ancor.
Nè togliermi dal core
L’immagin sua saprò.


D‘Annunzio, Gabriele, per gli amici (ma anche i nemici) “Il Vate”, “l’Immaginifico”, il “Principe di Montenevoso” o più semplicemente “Gabri”, ma soltanto per la Duse. Venne a Ravenna più volte, ma di certo vi fu nel maggio del 1902 per assistere al Tristano e Isotta, opera diretta dal maestro Vittorio Maria Vanzo.

Nel palco con lui anche Eleonora Duse e Olindo Guerrini, come non manca di notare con enfasi nelle sue pagine Il Ravennate di quei giorni. D’Annunzio dedicherà a Ravenna alcuni versi delle Laudi – II Elettra (in questa pagina il testo completo):

Il mistico Presagio

Ravenna, glauca notte rutilante d’oro,
sepolcro di violenti custodito
da terribili sguardi,
cupa carena. grave d’un incarco
imperiale, ferrea, construtta
di quel ferro onde il Fato
è invincibile, spinta dal naufragio
ai confini del mondo,
sopra la riva estrema! […]


James, Henry, scrittore e critico americano e poi inglese, si recò a Ravenna più volte tra il 1874 e il 1883. Alla città romagnola dedicò molte pagine in quel taccuino di viaggio che divenne, nel 1909, Ore Italiane. Dipinge così (e concordiamo con lui) la Basilica di Sant’Apollinare in Classe:

Tra la città e la foresta, […] si innalza la più bella delle chiese ravennati, l’imponente tempio di Sant’Apollinare in Classe. L’imperatore Augusto aveva costruito nei dintorni un porto, per la sua flotta, che i secoli hanno insabbiato e che sopravvive solo nel nome di questa antica chiesa. La sua posizione di assoluta solitudine ne raddoppia l’effetto.


Jung, Gustav. Psichiatra, filosofo e psicologo tra i più rilevanti di sempre, visitò Ravenna due volte, a distanza di vent’anni, agli inizi del Novecento. Proprio a Ravenna gli capitò un fatto curioso, a metà tra l’allucinazione e il prodigio. Era convinto di avere un ricordo nitido di alcuni mosaici, ma in realtà tali mosaici non esistevano! Di quali mosaici si trattava? Scopritelo dalle sue stesse incredibili parole in questo post.


Kandinsky, Wassily. Pittore e teorico dell’arte russo, scrive così all’amico Paul Klee nel 1930:

Ho visto finalmente Ravenna, e tutte le mie aspettative erano nulla di fronte alla realtà. Sono i mosaici più belli e e più formidabili che io abbia mai visto. Non sono soltanto mosaici, ma vere e proprie opere.

Racconta la moglie, di quella visita a Ravenna, che Kandinsky appariva commosso. Non disse una parola guardando i mosaici e quando uscì dalla chiesa disse che era un’arte paragonabile alle antiche icone russe, a lui così care e grande fonte di ispirazione.


Klee, Paul. Pittore tedesco, viaggiò moltissimo in Europa e in Italia. Ci racconta il figlio, che nel 1926 era con lui a Ravenna, che:

Questa città così poco italiana, esercitò su di lui un incanto particolare, con i suoi mosaici bizantini dai coloro sfarzosi. Forse il suo periodo divisionista che ebbe inizio nel 1930 ricevette il suo principale impulso dai mosaici di Ravenna.


Klimt, Gustav. Un altro Gustav, che viene fatalmente ispirato dai mosaici di Ravenna, praticamente negli stessi anni. Un caso? Non crediamo proprio

Un uomo ipocondriaco e ansioso, che non ama lasciare la propria Vienna. Eppure si concede ben due volte a Ravenna. Due viaggi. Come Jung. Un altro caso? Forse no. I monumenti ravennati di “increndible splendore” (e siamo anche in questo caso d’accordo con lui) furono fondamentali per la sua opera e la sua formazione. Avete presente tutto quell’oro ne Il bacio o nel Ritratto di Adele Bloch-Bauer I? Della sua storia completa abbiamo parlato in questo post.

In definitiva per Klee, come per Klimt, Kandinsky (tutti con la “K”! Un kaso? Non krediamo proprio…) e altri pittori (ah, ok! Forse era davvero solo un caso) Ravenna, le sue atmosfere e i suoi tesori d’arte risulteranno di enorme suggestione e ricopriranno grande e durevole importanza.


Le Corbusier (sì, lo mettiamo sotto la “L”), pseudonimo del grande architetto Charles-Édouard Jeanneret-Gris. Durante le sue peregrinazioni italiane visitò anche Ravenna, riproducendo in acquerelli e tempere i soggetti dei più importanti monumenti cittadini (oltre ad approvvigionarsi lautamente di cibo e vino, in compagnia del suo inseparabile gatto, particolari che egli amava spesso ricordare di quel grandioso viaggio).


Montale, Eugenio. Poeta, scrittore, traduttore, uomo politico ma anche, così per dire, Premio Nobel per la Letteratura nel 1975. Soggiorna a Ravenna e incornicia Porto Corsini (villaggio sul mare a pochi chilometri dalla città) per immortalare la figura di Dora Markus, giovane ragazza austriaca che ispirerà una poesia omonima, anche se Montale non la incontrerà mai. Della sua figura e della “dolce ansietà d’Oriente” che Ravenna sprigiona, trovate ogni sillaba in questo post.


Porter, Cole. Cliccate qui e alzate un po’ il volume. Questa è Night and Day, composizione del musicista americano di cui poco sopra. Si dice (e noi ci crediamo) che l’ispirazione gli venne dopo aver visitato i mosaici di Ravenna e in particolare quelli del Mausoleo di Galla Placidia. Il giorno fuori, la notte all’interno. Con la volta scura e le stelle d’oro. Ti penso notte e giorno, giorno e notte. I think of you night and day, day and night…


Pound, Ezra anche se americano, visse gran parte della sua vita in Europa e in Italia. La sua opera più importante, i Cantos, una sorta di moderna Divina Commedia, assai lirica ed epica, ma allo stesso tempo immediata e spoglia, ha trovato ispirazione anche a Ravenna.

Dai sarcofagi di Galla Placidia, infatti, emerge Gemisto, filosofo neoplatonico, personaggio illuminante del poema. Lo stesso tempio, ristrutturato nel ‘400, rappresenta per l’autore la rinascenza dell’ideale classico, si rianima “e dappertutto sui sepolcri spuntano vessilli di vittoria.”


Youcernar, Marguerite. Scrittrice e poetessa francese, giunge “Pellegrina e straniera” a Ravenna nel 1935. Questa città le ispirerà un saggio fulminante, dal quale estrapoliamo alcuni assiomi:

Uno dei segreti di Ravenna sta in questo confinare dell’immobilità con la velocità suprema: essa conduce alla vertigine. Il secondo segreto di Ravenna è quello dell’ascesa al profondo, l’enigma del Nadir. Letteralmente, i personaggi dei mosaici sono minati: hanno scavato in se stessi enormi caverne nelle quali raccolgono Dio.

Ravenna è dunque un cappotto di pietra, una vertigine, una città che ascende (e fa ascendere) dal profondo. Un luogo nel quale si sente potente lo stacco “tra l’interno e l’esterno, tra la vita pubblica e la segreta vita solitaria.”. Semplice fuori, ricca dentro. Come una delle tante chiese bizantine, così spoglie all’esterno e così magnifiche una volta solcata la soglia.


Wilde, Oscar. Che dire? Grandissimo aforista e drammaturgo, critico, saggista e poeta irlandese. Ebbene sì, anch’egli folgorato da Ravenna. Dalle sue voci, dalla grande Storia che qui fu scritta, dalla sua natura, dalla sua gente. Ecco le parole che gli scaturirono quando giunse per la prima volta in città. Le riportiamo prima in inglese, perché non c’è paragone, poi tradotte:

O how my heart with boyish passion burned,
When far away across the sedge and mere
I saw that Holy City rising clear,
Crowned with her crown of towers! – On and on
I galloped, racing with the setting sun,
And ere the crimson after-glow was passed,
I stood within Ravenna’s walls at last!

Oh, quale passione
Giovanile arse il mio cuore, quando oltre i canneti
E la palude io vidi chiara sorgere la Città Sacra
Dalla sua corona di torri incoronata! Avanti,
Avanti, in gara con il sole io galoppai,
E prima che le luci del tramonto
Fossero al tutto spente, entro la cinta
Murata finalmente mi trovai.

La bellezza e il fascino di Ravenna (e dell’Italia che visitò, bisogna ammetterlo) le porterà fino in Patria e scalderanno a tal punto il suo animo che anche la “nordica primavera” gli sembrerà più bella e folgorante.

Ma questo era il racconto di una cena con ospiti stranieri, ricorderete. Affascinati dal lungo elenco di innamorati di Ravenna (ma una lista ancora più lunga potete trovarla qui), attendevano la chicca finale. Ed eccola. Spezziamo l’ordine alfabetico, ma ci piaceva tenerla come dolce, in fondo.

Non è necessario fare troppa scorta di Ravenna, tanto è probabile che prima o poi ritornerete. Ma non lo diciamo noi (campanilisti che non siamo altro!). Lo lasciamo dire a…


Hesse, Herman il quale scrisse, agli inizi del Novecento, appena lasciata questa terra:

È come per le canzoni un po’ passate
Nessuno ride dopo averle ascoltate
Ma poi tutti le voglion riascoltare
E sino a tarda notte meditare

La Pasqua a Ravenna tra ricette e tradizioni

La Pasqua a Ravenna tra ricette e tradizioni

Quând che Sa’ Zörz l’è vsen a Pasqua
E’ mònd l’andrà in burrasca
“Quando San Giorgio (23 aprile) è vicino a Pasqua
Il mondo andrà in burrasca”

Questo antico proverbio romagnolo non è una semplice previsione meteorologica. Sulla popolazione, sia rurale che cittadina, una Pasqua molto alta faceva calare pensieri assai nefasti. Scontri tra Dio e il Diavolo, con conseguenza inimmaginabili.

Ci si affidava dunque ad uno degli eroi cristiani per eccellenza, quel San Giorgio che uccise il drago, ovvero il male, il diavolo, l’uragano e quindi la burrasca. Quandunque arrivasse, il popolo cercava nella Pasqua la salvezza e qualcuno che lo potesse salvare. L’oberato San Giorgio era invocato anche per altre attività:

Pur Sa’ Zörz 
U s’pianta l’ort.
“Per San Giorgio
Si Pianta l’orto”

In quest caso l’orto in questione è la cumarëra, ovvero l’orto dei cocomeri. Ad ogni modo

O elta o basa
L’é invëran insèna a  Pasqua
“Alta o bassa
È inverno fino a Pasqua”

Ma che fosse alta o bassa la Pasqua segnava comunque la rinascita, il rinnovamento, la resurrezione. E anche la natura non poteva ignorare la questione.

Têrd la Pasqua
Têrd la Frasca
“Tardi la Pasqua
Tardi la foglia”

E infine:

S’è piöv int la Pelma
U n’ piöv int agl’ov
“Se piove il giorni delea Palme
Non popve sulla uova – il giorni di Pasqua”

…che vale anche viceversa!

Ad ogni modo, la Pasqua archivia l’inverno con i suoi piatti caldi e saporiti. Lascia spazio alla freschezza, ai prodotti stagionali, senza mai dimenticare i pilastri della nostra tradizione. Il pranzo di Pasqua è ancora uno dei momenti più simbolici, e quasi rituali, in Romagna come in tutta Italia.

La tavola imbandita, preparata dalle azdore, cola di antipasti di erbe, asparagi, carciofi o affettati e un bel uovo sodo propiziatorio. Poi i primi di pasta ripiena o al ragù. Lasagne, la tardura, che è una pappa fatta con gli ingredienti dei passatelli. E infine, dall’incrocio tra tradizione ebraica e cristiana, l’agnello al forno o con i piselli oppure, in alternativa, coniglio in porchetta arrosto.

Per finire ovviamente l’uovo e la Colomba – naturale! – ma anche la ciambella e i Gialletti, ovvero i biscottini dell’Artusi. Facili da preparare anche in periodi di costrizione casalinga. La premessa originale è:

Signore mamme, trastullate i vostri bambini con questi gialletti; ma avvertite di non assaggiarli se non volete sentirli piangere pel caso molto probabile che a loro ne tocchi la minor parte.

Farina di granturco, gr. 300
Detta di grano, gr. 100
Zibibbo, gr. 100
Zucchero, gr. 50
Burro, gr. 30
Lardo, gr. 30
Lievito di birra, gr. 20
Un pizzico di sale

Con la metà della farina di grano e col lievito di birra, intrisi con acqua tiepida, formate un panino e ponetelo a lievitare. Frattanto impastate con acqua calda le due farine mescolate insieme con tutti gl’ingredienti suddetti, eccetto l’uva. Aggiungete al pastone il panino quando sarà lievitato, lavoratelo alquanto e per ultimo uniteci l’uva. Dividetelo in quindici o sedici parti formandone tanti panini in forma di spola, e con la costola di un coltello incidete sulla superficie d’ognuno un graticolato a mandorla. Poneteli a lievitare in luogo tiepido, poi cuoceteli al forno o al forno da campagna a moderato calore onde restino teneri.

Impossibile poi non menzionare il ciambellone, entrato a fa parte dei nostri riti e delle nostre più antiche tradizioni. Le forme più semplici e povere, venivano accostate a quelle più “ricche” che avevano sopra le codette, cioè piccoli granelli di zucchero che la impreziosivano. La friabilità e il profumo della ciambella sono e saranno sempre insostituibili.

Negli ultimi anni, tuttavia, si è diffusa una spiccata sensibilità animalista, e in Romagna, forte della sua tradizione marinara, si può tranquillamente trovare una valida alternativa in un secondo a base di pesce come le seppie in umido con i piselli, un brodetto della tradizione o le intramontabili mazzancolle al sale.

Nelle nostre campagne il giovedì santo era usanza legare gli alberi da frutto, lo stesso giorno in cui venivano legate le campane della chiesa e iniziava un periodo di digiuno. Si pensava che, in questo modo, gli alberi avrebbero dato un raccolto più abbondante e che la nebbia non li avrebbe danneggiati.

Il sabato santo invece, quando le campane venivano sciolte, i contadini festeggiavano e tornavano a liberare i rami degli alberi legati due giorni prima. Anche le fanciulle, allo slegare delle campane, scioglievano i propri capelli per farli crescere più lunghi e voluminosi!

Gli uomini e le donne si lavavano il viso senza asciugarlo, pensando che ciò avrebbe permesso di avere una buona vista, mentre Dopo la messa si udivano colpi di fucile o petardi: erano gli uomini che sparavano per uccidere Barabba, esplodendo sempre un numero dispari di colpi per non fare “le corna al Signore.”

Il giorno di Pasqua invece nel ravennate nel ravennate era diffuso anche il detto:

E’ dè ‘d Pasqua e e’ dè ed Nadèl
Totti al galein a e’ su puler
Il giorno di Pasqua e di Natale
Ogni gallina nel suo pollaio

ovvero: nel giorno di Pasqua le donne non andavano a far visita in casa altrui, poiché ciò avrebbe portato disgrazia, quindi ogni “gallina” restava nel proprio “pollaio.”

Il lunedì di Pasquetta è poi da tempo immemore la giornata dedicata a gite e feste campestri, sagre e avanzi. Accompagnati spesso dall’indulgente sensazione che per mettersi in riga, anche in Romagna, c’è sempre tempo. Almeno fino alla Pasqua successiva.

La Storia delle Colonne in Piazza del Popolo a Ravenna

La Storia delle Colonne in Piazza del Popolo a Ravenna

Una volta in Piazza del Popolo c’era l’acqua. C’era un piccolo fiume, il Padenna, che solcava la città da nord a sud. Poi arrivarono i Veneziani, verso il 1441, e decisero di interrarlo, allargare la pizza e, poco dopo, innalzare due colonne, molto simili a quelle che si trovano in Piazza San Marco, a pochi passi dalla celebre Laguna.

Piazza del Popolo (Ravenna)

Piazza del Popolo (Ravenna)

Caratteristici del centro di Ravenna, queste due elementi architettonici apparentemente molto simili nascondono in realtà una serie di segreti e curiosità che vale la pena approfondire insieme.

Quando nel 1483 furono erette a delimitare la Piazza verso il corso del Padenna, in cima a una delle due fu collocato il leone di San Marco; sull’altra, la statua del patrono Sant’Apollinare. Dal 1509, anno in cui il pontefice Giulio II prese possesso della città sconfiggendo i veneziani alla Ghiaia d’Adda, le insegne della Serenissima sparirono: il leone fu sostituito dal Santo Patrono e al suo fianco comparse la statua di San Vitale, opera di Clemente Molli.

Piazza del Popolo - La statua di Sant'Apollinare

La statua di Sant’Apollinare (Piazza del Popolo) | Foto © tinatin.zu, via Instagram

Osservando con attenzione la colonna di San Vitale  – seconda curiosità! – noteremo che sulla sua superficie si trova un orologio “a linea meridiana”, realizzato prima dai veneziani e successivamente inciso nel 1793.

Serviva per indicare il mezzogiorno solare di Ravenna con le corrispondenti ore italiche cosiddette “da campanile”, a quel tempo in uso, ma anche per regolare l’orologio pubblico della piazza – meccanico – fatto costruire per la prima volta dai Da Polenta.

Dopo un restauro promosso nel 1868, la meridiana rimase senza gnomone anche perché pian piano era diventata oggetto di discussione nell’opinione pubblica (e sulle pagine del Ravennate) a causa della sua presunta inesattezza, soprattutto nei pressi di solstizi ed equinozi.

La meridiana sulla colonna nord di Piazza del Popolo, Ravenna

Piazza del Popolo (Ravenna) | Meridiana incisa sulla colonna di San Vitale

A questo punto entra in ballo l’Ofiuco, detto anche il Serpentario. Di cosa si tratta?
Ofiuco potrebbe essere il 13° carattere dello Zodiaco, ma di fatto è l’unica costellazione attraversata dall’eclittica che non ha dato il nome a un segno zodiacale.

Citato sin dai tempi di Tolomeo, raffigura un possente uomo, forse Asclepio, che tiene a bada un serpente enorme. Nel 1604 Keplero osservò vicino alla sua stella principale una delle rarissime esplosioni di supernova avvistate negli ultimi cinquecento anni.

In uno dei due basamenti delle colonne di Piazza del Popolo, entrambi realizzati da Pietro Lombardo (padre di Tullio, autore della statua del Guidarello, di cui vi abbiamo parlato in quest’articolo) troviamo un ciclo di bassorilievi con i dodici segni zodiacali, e un elemento in più raffigurante proprio l’Ofiuco che, quasi dimenticato per secoli, riappare in Piazza del Popolo a Ravenna.

Ercole Orario

Ercole Orario

Sotto l’iscrizione che conferma la paternità dei basamenti e che recita Opus Petri Lombardi 1483, è raffigurato anche un Ercole Orario, detto dai ravennati anche Conchincollo. Si tratta della miniatura di una grande statua di Ercole, fatta erigere dall’Imperatore Claudio che la tradizione toponomastica colloca più o meno nel cuore della città.

Il semidio sorreggeva, inginocchiato a causa del grande peso, un quadrante sotto forma di semisfera (quasi una conchiglia), sopra la quale era conficcato lo stilo da cui si dipartivano le linee orarie. Un enorme orologio solare, dunque (che per lungo tempo si pensò anche lunare), che segnò il tempo dei cittadini di Ravenna fino a quando crollò, nel 1591, a causa di un terremoto.

Alcuni frammenti furono in seguito utilizzati per la base della colonna che ora si trova in piazza dell’Aquila. Un piede è invece conservato al Museo Nazionale di Ravenna.

Il sapore di una terra, di una città, di un popolo, si trova spesso nei dettagli, nei centimetri, nelle porzioni di arte e bellezza, che magari ci sorprende proprio dove non ce lo aspettiamo.