Mito e storia di Stefano Pelloni, il “Passator Cortese” di Romagna

Mito e storia di Stefano Pelloni, il “Passator Cortese” di Romagna

Tra le tante leggende del territorio di Ravenna, sicuramente quella del “Robin Hood” di Romagna ha il suo gran fascino. Il mito del Passator Cortese è stato raccontato da numerosi libri, canzoni popolari, persino dal poeta Giovanni Pascoli, da un film e da una serie televisiva. Dietro alla figura di questo personaggio romanzesco, però, si nasconde la storia di un temibile brigante, che si macchiò dei più efferati crimini.

Stefano Pelloni nacque nel 1824 al Boncellino, una frazione di Bagnacavallo. Il suo singolare pseudonimo ha origine nel mestiere che la sua famiglia faceva da generazioni, ossia quello di traghettare le persone da una parte all’altra del fiume Lamone. Pare che la predisposizione ad una vita violenta l’avesse già nel DNA: viso truce, sguardo arcigno, si avviò alla carriera criminale fin da giovanissimo. Il primo colpo lo fece a soli 18 anni, quando rubò alcuni fucili a danno di braccianti. Prese parte alle ruberie che alcune squadre di malviventi organizzavano nelle campagne di Ravenna, Lugo, Faenza, dove estorcevano sotto minaccia denari e beni alimentari. Venne arrestato per la prima volta il 10 ottobre 1843 a Russi, ma riuscì ad evadere in un solo mese (cosa che, successivamente, avvenne senza difficoltà altre volte).

Viveva in clandestinità e aveva una banda tutta sua, con la quale si dava a furti e omicidi. Fra il 1847 e il 1851 si affiancarono e avvicendarono nella squadra del Passatore una settantina di scagnozzi, che lo accompagnavano nelle sue missioni criminali. Oltre alle rapine di strada, aveva un modus operandi tutto suo: entrando in un paese, per prima cosa si preoccupavano di mettere fuori gioco i rappresentanti della giustizia. Dopodiché, si recavano nei caffè, nei teatri, nei ristoranti o nelle sale da ballo, ossia nei luoghi dove si riunivano le persone più facoltose della zona. Sequestrati i signorotti, si facevano accompagnare presso le loro abitazioni, dove la squadraccia dava il via alle danze. Quando non era rimasto più niente di valore, i briganti si disperdevano con il loro bottino, pronti a prendere di mira una nuova cittadina. Il suo agire era spinto soprattutto dal desiderio di rivalsa nei confronti dei benestanti e dal proposito di vendicarsi di chi collaborava con la giustizia per acciuffarlo.

Un fotogramma del film Il Passatore (1947), regia di Duilio Coletti | © ffdl.it

Un fotogramma del film Il Passatore (1947), regia di Duilio Coletti | © ffdl.it

Come nacque i mito del Passator Cortese

Il Passatore fu ucciso il 23 marzo 1851, ancora molto giovane, nei pressi di Russi. Era insieme al suo compagno Giazzolo, quando un gruppo di guardie armate riuscì a scovarli nascosti in un capanno, dove si erano fermati a riposare. Si racconta che il suo corpo esangue venne fatto sfilare per i paesi che aveva messo a ferro e fuoco, in un macabro festeggiamento della sua morte. Oggi, la domanda sorge spontanea: se, in fin dei conti, Stefano Pelloni era uno spietato criminale, come mai nacque il mito del Passator Cortese? Ad aver alimentato la leggenda del “ladro gentiluomo” furono sicuramente i romanzi a lui dedicati, che all’indomani della sua morte proliferarono numerosi. Ce ne furono almeno una trentina, senza tener conto delle ristampe. Tra questi, l’anonima Rapsodia o storia di Stefano Pelloni, detto il Passatore in versi del 1862 lo volle addirittura figlio naturale di Papa Pio IX, corrotto dalla malizia di un prete e innamorato di Carmela che, ingannato, gli viene sottratta.

Il mito si creò grazie ad un’interpretazione romanzesca della sua vicenda biografica. Pare che quando era ancora adolescente, venne mandato dalla madre alle Terme di Riolo perché il soggiorno potesse giovare alla sua salute. Il centro termale era frequentato soprattutto da persone facoltose, e la disparità economica e sociale tra la sua condizione e quella degli aristocratici che conobbe in quell’occasione sembra essere all’origine del suo desiderio di rivalersi sui più ricchi. La leggenda del “Passator Cortese” come Robin Hood di Romagna nacque sulla falsa idea che il Pelloni ridistribuisse ai poveri ciò che rubava ai benestanti. In realtà, il Pelloni era grato solo a chi, per salvarsi la pelle, cedeva ai suoi ricatti e lo aiutava a nascondersi dalla giustizia!

La sua storia venne resa celebre da Il Passatore, film del 1947 girato da Duilio Coletti a cui partecipò come sceneggiatore anche il cineasta romagnolo Federico Fellini. Il Pelloni era interpretato dell’affascinante Rossano Brazzi, mentre un giovanissimo Alberto Sordi era nei panni di uno dei briganti. La trama del film ha poco a che vedere con la realtà storica: il Passator Cortese, innamorato della bella Barbara, viene ostacolato nel coronamento del suo amore e si vendica brutalmente della felicità che gli è stata negata. Ecco il fotogramma all’inizio del film che vi invitiamo a vedere, se siete curiosi di approfondire questa storia popolare romagnola 😉

Un fotogramma del film Il Passatore (1947), regia di Duilio Coletti | © Wikimedia

Un fotogramma del film Il Passatore (1947), regia di Duilio Coletti | © Wikimedia

RavennaTourism è l’ente ufficiale di promozione turistica del Comune di Ravenna. Ogni giorno la nostra redazione racconta attraverso immagini e contributi di vario tipo la città al di fuori dei luoghi comuni, in un percorso in bilico tra arte, cultura, mare e natura.

Oasi e valli per immergersi nella natura a Ravenna

Oasi e valli per immergersi nella natura a Ravenna

Il bello di Ravenna è che è la meta ideale per qualsiasi vacanza o gita si voglia organizzare. Siete appassionati di storia e cultura? Benissimo, le proposte della città d’arte sono ricchissime, a cominciare dagli otto monumenti del sito Unesco. Siete alla ricerca di un po’ di sole, mare e relax? 9 lidi costellano 35 chilometri di costa. Siete amanti della natura e delle attività all’aria aperta? Non tutti conoscono le oasi e le valli che circondano la nostra città, paesaggi unici e affascinanti dove immergersi nel verde: meno note delle Pinete, ma non meno suggestive.

I punti di interesse per gli amanti della natura a Ravenna e dintorni sono numerosi, e molti di questi fanno parte dell’area del Parco del Delta del Po, Patrimonio Unesco. Oggi vi portiamo alla scoperta di alcuni di questi luoghi, punti perfetti per godersi una bella giornata di sole a pochi chilometri dal centro della città.

L’Oasi di Boscoforte

L’Oasi di Boscoforte si trova a nord di Ravenna, a circa 30 chilometri. Si tratta di una piccola penisola che si estende per 6 chilometri lungo l’argine sinistro del Reno, circondata dalle acque delle valli di Comacchio. Al suo interno, tra specchi di acqua dolce, canneti, tamerici, pioppi e salici, trovano il posto ideale per nidificare e sostare numerosissime specie di uccelli. Gli amanti del birdwatching possono ammirare facilmente fenicotteri rosa, avocette, volpoche, spatole e il falco di palude. I più fortunati riusciranno ad ammirare anche l’usignolo di fiume o il basettino (ormai molto raro).

L’Oasi di Boscoforte è molto nota anche per la presenza dei numerosi cavalli di razza Camargue che vivono in libertà in questa piccola lingua di terra incontaminata. Poco distante si trova anche NatuRa – Museo di Scienze Naturali Alfredo Brandolini, ricco di collezioni storiche ornitologiche, oltre che collezioni di conchiglie, rettili e mammiferi del territorio ed esotici.

L’accesso è consentito solamente in giornate prestabilite e con visite guidate: è bene organizzarsi se si vuole godere di questa oasi naturale!


Valle Mandriole e l’Oasi del Bardello

Non molto distante dall’Oasi di Boscoforte, costeggiata dal Fiume Lamone si trova Valle Mandriole, detta anche della Canna. Parliamo di una suggestiva valle di 260 ettari dove specchi d’acqua dolce sono circondati da fitti canneti, a nord del bosco allagato di Punte Alberete. Una torre di avvistamento, collocata sul lato sud, permette agli appassionati di ornitologia di osservare l’area dall’alto. Anche qui, le specie interessanti non mancano. La zona è popolata soprattutto da garzaie di aironi europei, ma nidificano anche la folaga, lo svasso maggiore e l’oca selvatica.

Quella che viene chiamata Oasi o Bassa del Bardello è una piccola area a est di Valle Mandriole, che costituisce l’unica parte di prateria sommersa di acqua dolce della zona. In quest’oasi è possibile ammirare tartarughe d’acqua e una flora variegata, dove spiccano il ranuncolo d’acqua e orchidee selvatiche.

L'Oasi del Bardello - Un tuffo nella natura a Ravenna

L’Oasi del Bardello | Foto © Delio Mancini


La Pialassa della Baiona e Prato Barenicolo

La Piallassa della Baiona si trova a soli 10 chilometri da Ravenna, in direzione nord. 1100 ettari di zone umide che, viste dall’altro, formano un mosaico di terra e acqua poco distante dal Mare Adriatico. Il termine “Piallassa” nasce probabilmente dal sistema dinamico lagunare che riceve (“piglia”) e restituisce (“lascia”) l’acqua marina a seconda delle maree. Una scacchiera di specchi d’acqua, dossi e canali artificiali rendono l’aspetto di questo paesaggio davvero unico.

Il Prato Barenicolo è uno dei più affascinanti chiari dell’area: è una piccola prateria salmastra popolata da una ricca vegetazione e molti uccelli, come avocette, cavalieri d’Italia e limicoli. Durante l’alta marea, l’acqua salmastra sommerge il prato, rendendolo inaccessibile.

La laguna può essere raggiunta dalla Pineta di San Vitale. L’ideale è visitarla partecipando ad un’escursione organizzata a piedi, in bicicletta o a bordo di una barchetta.

La Piallassa della Baiona

La Piallassa della Baiona | Foto © Fabrizio Zani


Ortazzo,  Ortazzino e Foce del Bevano    

All’interno della Pineta di Classe, nei pressi della foce del Bevano, le aree denominate dell’Ortazzo e dell’Ortazzino costituiscono il sito costiero che vanta la maggiore biodiversità dell’intero litorale emiliano-romagnolo. La foce di questo torrente è oggi l’ultima foce estuariale meandriforme dell’alto Adriatico che non ha subito interventi e che continua ad evolversi in modo naturale. Quest’area, che si estende per circa 40 ettari, merita di essere visitata perché è testimonianza di come doveva essere la costiera prima che l’uomo intervenisse modificandone l’aspetto.

L’Ortazzo si formò come valle di acqua dolce, ma oggi è contaminata dalla falda salmastra che l’ha reso un ampio stagno costiero, dall’aspetto praticamente incontaminato. Solo durante la bella stagione i punti più bassi si asciugano e si formano vaste distese fangose. Nell’area dell’Ortazzino, a ovest della foce, prati aridi di ginepro e olivello spinoso si alternano ai prati umidi e salmastri, dove svettano dall’acqua giuncheti e salicornieti.

Il sito è l’habitat naturale di numerose specie di uccelli, che si possono trovare nelle fasi di migrazione, svernamento e di nidificazione. In questa zona si possono ammirare anche meravigliosi esemplari di rapaci diurni come le albanelle e l’aquila anatraia maggiore.

L'Ortazzo - Un tuffo nella natura a Ravenna

L’Ortazzo | Foto © Delio Mancini

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Isotta Gervasi: la storia della Dottoressa in bici che continua ad ispirare

Isotta Gervasi: la storia della Dottoressa in bici che continua ad ispirare

Che cos’è una città se non la storia che, pezzo per pezzo, le persone che l’hanno vissuta hanno costruito? Credo che narrare la vita di una grande donna di Ravenna sia, in occasione dell’8 marzo, la cosa migliore che la redazione di #myRavenna possa scegliere di fare.
C’è bisogno di leggere racconti che ci ispirino, che ci rendano ottimisti e speranzosi e la storia della “dottoressa in bicicletta” è una di queste. Umile ma elegante, colta ma alla mano, coraggiosa e gentile: Isotta Gervasi sarà un buon esempio per tutti. Conoscete già la sua storia?

Isotta Proserpina Saffa Gervasi nacque il il 21 novembre 1889 a Castiglione di Ravenna, prima di otto sorelle. Fin da piccola si dedicò agli studi spinta dai suoi genitori che tenevano molto alla sua formazione. Se ci pensate, questa non è una cosa scontata per l’epoca in cui visse: al tempo la maggior parte delle famiglie preferiva che fossero i figli maschi a dedicarsi agli studi, e per le ragazze era più difficile accedere al mondo della cultura.
Isotta, in un’intervista rilasciata nel ’65, sosterrà che decise di diventare medico in seguito ad un piccolo incidente di cui fu protagonista da giovane. Imitando gli acrobati del circo, mentre giocava su dei pioppi piombò improvvisamente su un contadino, stordendolo. Sembrava non dare più segni di vita, ma Isotta tentò di rianimarlo in ogni modo. Quando rinvenne, stremato, la ringraziò per essersi presa cura di lui: questo fu il momento che la ispirò a intraprendere gli studi di medicina.

Si laureò in Medicina all’Università di Bologna, e poi si specializzò in Pediatria nel 1919. Pochissime erano le donne a riuscire ad accedere a questi studi, e la quasi totalità era incoraggiata a scegliere questa specializzazione. Nonostante questo, decise – non senza una titubanza iniziale – di diventare medico condotto.
Il suo era un primato: nel 1919 divenne la prima Dottoressa in Italia a ricoprire questo ruolo. Fu una rivoluzione. Dovette affrontare una certa resistenza iniziale, visto che questa professione era ricoperta quasi totalmente da figure maschili, ma la sua preparazione e la sua competenza non lasciarono alcun dubbio nei pazienti: la giovane Dottoressa era davvero in gamba.

Isotta Gervasi | © scienzaa2voci.unibo.it

Isotta Gervasi | Foto da M. Ricci, E. Gagliardi, Nel paese del vento. Grazia Deledda, Lina Sacchetti, Isotta Gervasi a Cervia, Ravenna, Longo editore, 1998.

La Dottoressa dei poveri, angelo in bicicletta

Iniziò a lavorare a Savarna e a San Zaccaria, per poi continuare sempre tra Ravenna e Cervia, dove era conosciuta come “la dottoressa dei poveri” o l’“angelo in bicicletta”. Con il tempo, divenne infatti famosa per la sua grandissima generosità e perché, ogni giorno, faceva molti chilometri in bicicletta per raggiungere i suoi pazienti.

Lavorava con il piacere di aiutare i più deboli: iniziava il giro di visite dalle persone più facoltose, che la ringraziavano donandole i regali che poi ridistribuiva ai pazienti più poveri, che visitava dopo.

Solo alla fine degli anni Venti si acquistò una macchina, prima una Fiat 509 e poi una Balilla, ma durante gli anni della Seconda Guerra mondiale dovette ritornare alla sua bicicletta, poiché c’era grande penuria di benzina. Questi anni furono molto duri: lavorava a Savio, a ridosso della linea gotica, curando gratuitamente gli sfollati e i soldati di ogni nazionalità, senza risparmiarsi.

La Dottoressa divenne famosa anche per la sua passione per i motori e per il volo, in cui dimostrò essere un’antesignana. Sembra che vinse alcune gare in motocicletta e in auto e fu la prima donna ravennate a provare l’emozione del volo: nel 1918 chiese infatti all’aviatore Giovanni Widemer, atterrato a Ravenna, di permetterle di provare l’ebbrezza di salire in alto, nel cielo. Di sicuro non era priva di coraggio!

La dottoressa Isotta Gervasi si distingueva anche per la sua grande cultura. Frequentava artisti e letterati della zona, e sapeva essere anche molto elegante, nonostante gli abiti semplici che era solita usare a lavoro. Molto nota è la sua amicizia con la grande Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926, che conobbe perché la scrittrice era solita trascorrere le vacanze a Cervia. Questa amicizia produsse un bellissimo ritratto della dottoressa, un elzeviro pubblicato su «Il Corriere della Sera» nel 1935 dal titolo Agosto felice, un inno alla sua meravigliosa persona:

«Qui, invece, il Dottore è pronto: come un arcangelo anziano ma arzillo ancora, arriva biancovestito sulle ali della sua bicicletta, e in un attimo le sue parole rischiarano l’abbuiato orizzonte domestico. E le sue ricette non sono dispendiose: «acqua fresca e pura» o, al più, qualche limonata purgativa. Se poi da Ravenna arriva con la sua macchina da traguardo la Dottoressa, bisogna quasi far festa alla malattia, come ad un’ospite ingrata che sappiamo di dover fra qualche ora congedare. La Dottoressa è bella, elegante; alla sera si trasforma come la fata Melusina, coi suoi vestiti e i suoi gioielli sfolgoranti, e gli occhi e i denti più sfolgoranti ancora: ma fata lo è anche davanti al letto del malato, sia un principe o un operaio, al quale, oltre alle sue cure sapientissime, regala generosamente bottiglie di vino antico e polli e fiori. Il suo nome è Isotta.»

Isotta Gervasi | © scienzaa2voci.unibo.it

Isotta Gervasi | © scienzaa2voci.unibo.it

La Dottoressa è stata insignita di diversi premi, in onore del suo operato e della sua dedizione agli altri. Morì nel 1967, a Modena, ospite di sua sorella. Nel 2001 è stata insignita del titolo “Cervese del secolo”, in modo che non sia mai dimenticata.

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La storia di Gugù, la Rasponi dal cuore grande

La storia di Gugù, la Rasponi dal cuore grande

Passeggiando per Ravenna è facile che il nome dei Rasponi vi salti agli occhi. Sono molti i Palazzi in città che sono o erano chiamati con questo nome, così come la bellissima Cripta Rasponi, meta molto amata dai visitatori. Il motivo è presto detto: la famiglia Rasponi è stata nel corso dei secoli una delle più ricche ed influenti di Ravenna. Sebbene molti membri di questa famiglia siano ricordati per essersi macchiati di cattive azioni, crimini e delitti, oggi vogliamo parlare di un esempio davvero virtuoso: Gugù Rasponi.

Gugù Rasponi

Gugù Rasponi

Augusta Rasponi del Sale nacque il 16 novembre 1864 a Ravenna, dove operò per la quasi totalità della sua vita, fino alla morte nel 1942. Il nome con cui è nota, Gugù, nasce in ambito familiare: la chiamano così i suoi genitori, il Conte Lucio Rasponi del Sale e Amelia Campana, di cui è l’unica figlia. Cresce nel cuore pulsante di Ravenna, a Palazzo Rasponi del Sale, oggi Gargantini, che affaccia su Piazza del Popolo. Studia lettere classiche, la lingua francese e quella inglese, che conosce bene: tanto che, da adulta, tradurrà anche Kipling. Ha molti talenti, ma una passione spicca su tutte: il disegno.

Augusta inizia a disegnare molto giovane, e si firma da subito Gugù, pseudonimo che nella sua carriera da illustratrice non abbandonerà mai. I soggetti che ritrae sono sempre i bambini, ai quali si dedicherà tutta la vita: spensierati, incuriositi, sereni, sorpresi, intenti a giocare.

Esordisce nel 1899 con Il Calendario di Gugù, e a questo seguono molti libri illustratiMother duck’s children, Inconcludenza di GugùAbecedario di Gugù… Affianco ai ragazzini, spesso c’è una buffa oca, in cui molti vedono una sorta di suo alter ego, che gioca e si diverte insieme a loro. Attraverso il pennello si materializza il suo progetto pedagogico, il suo sogno più grande: il desiderio che ogni fanciullo possa essere sano e felice.

Illustrazione di Gugù, Augusta Rasponi del Sale | © edificistoriciravenna.it

Illustrazione di Gugù, Augusta Rasponi del Sale | © edificistoriciravenna.it

Gugù Rasponi: una vita dedicata alla felicità dei bambini

L’amore di Gugù per bimbe e bimbi nasce infatti da un’attitudine da vera filantropaLa mia statistica, piccolo studio sull’allevamento dei bambini del 1914, ad esempio, nasce come piccolo manuale per istruire i genitori e aiutarli nel crescere bambini sani, descrivendo alcune buone pratiche da adottare.

Tutta la vita si dedicò ai ragazzini in difficoltà economiche, con problemi di salute, o privi di genitori: nel 1908, dopo il terremoto di Messina del 1908, offrì un primo sostegno ai bambini rimasti orfani, e durante la Grande Guerra offerse il suo aiuto nel soccorso dei malati. Della sua immensa fortuna, alla morte dei propri genitori (1916-1918) vendette quasi tutto per donarlo in beneficenza. Lasciò il grande palazzo in Piazza del Popolo, per andare a vivere in una residenza più modesta. Ricoprì importanti incarichi a Ravenna: diresse  l’Opera dei figli dei carcerati, e dal 1933 ricoprì fu patronessa dell’OMNI, Opera Nazionale Maternità e Infanzia.

 

Augusta Rasponi, detta Gugù, è uno dei grandi personaggi di Ravenna che hanno fatto grande la nostra città. A lei è dedicata una via, vicino al centro storico, e la Scuola dell’Infanzia, perché il suo esempio di bontà non venga dimenticato.

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Castagnole, sfrappole e tagliatelle: i dolci di Carnevale da gustare a Ravenna

Castagnole, sfrappole e tagliatelle: i dolci di Carnevale da gustare a Ravenna

Mancano ancora alcuni giorni a Carnevale, ma a Ravenna la voglia di far festa è già nell’aria. Se dovete ancora aspettare un po’ prima di sfoggiare costumi, maschere e accessori fantasiosi per festeggiare, potete invece già gustare i dolci tipici che a Ravenna si cucinano in questo periodo dell’anno. Quali sono i vostri preferiti? Ecco i dolci più amati della tradizione: le castagnole, le sfrappole e le tagliatelle fritte!


Le Castagnole

Questo piatto particolare alle Romagne, specialmente di carnevale, è a dir vero, di genere non troppo fine ma può piacere.

Così raccontava Pellegrino Artusi nella “bibbia” dei manuali di cucina: La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene (1891), una delle prime raccolte di ricette ad essersi diffusa in tutta Italia. Le Castagnole sono uno dei dolci prediletti da gustare a Carnevale, e oggi se ne possono trovare diverse varianti. Sono piuttosto semplici da preparare: la ricetta tradizionale prevede la preparazione di piccole palline di pasta composte da farina, uova, zucchero e burro, a cui si va ad aggiungere la scorza grattugiata di un limone. L’impasto, una volta fritto, viene ricoperto da abbondante zucchero a velo. Sono molto comuni (e molto belle!) quelle rosse, decorate e insaporite con l’Alchermes. Negli anni sono state inventate numerose altre varianti: si possono cucinare le castagnole al forno invece che fritte, oppure alla ricotta, ripiene di cioccolato, crema o zabaione. Piccole, soffici e deliziose: una tira l’altra!

Le castagnole rosse | © fornopasticceriaferroni.it DOLCI DI CARNEVALE DI RAVENNA

Le castagnole rosse | © fornopasticceriaferroni.it


Le Sfrappole

Le Sfrappole sono un grande classico di Carnevale e si trovano un po’ in tutta Italia, ma con nomi diversi: altrove vengono dette chiacchiere, frappe, fiocchetti, e la ricetta può cambiare leggermente. A Ravenna sono molto diffuse e amate: la ricetta è molto semplice, e cucinarle sarà un gioco da ragazzi anche per i cuochi più inesperti. Dopo aver impastato bene farina e uova e aver fatto riposare il composto, si stende la sfoglia e la si taglia con la tipica rotella dentellata a forma di rombo o di rettangolo. Si immergono in abbondante olio caldo di semi e si lasciano finché non raggiungono la giusta doratura. Una volta che si sono raffreddate, possono essere cosparse di abbondante zucchero a vero. Leggere e croccanti, sono il vero must di Carnevale.

i dolci di carnevale di ravenna Le Sfrappole | © Wikipedia

Le Sfrappole | © Wikipedia


Le tagliatelle fritte

Nate dalle semplici tradizioni contadine, le tagliatelle fritte sono tanto belle quanto buone. Si tratta davvero di una ricetta facilissima da seguire, e il risultato è garantito: una sfoglia composta da farina, uova e zucchero, aromatizzata con succo di arancia e limone viene stesa e arrotolata come per la preparazione delle tagliatelle classiche. Dal rotolo di pasta si devono ricavare sezioni di circa 1 o 2 cm che, così arrotolate, verranno fritte in abbondante olio di arachidi. Una volta freddate, possono essere spolverate con l’immancabile zucchero a velo.

Non sono bellissime?

I dolci di Carnevale di Ravenna Le tagliatelle fritte di Carnevale | © emiliaromagnaturismo.it

Le tagliatelle fritte di Carnevale | © emiliaromagnaturismo.it


Se volete scoprire tutte le iniziative, le feste e le sfilate di Carnevale che sono state organizzate a Ravenna e dintorni, a questo link troverete tutte le informazioni che vi servono!

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