La Pasqua a Ravenna tra ricette e tradizioni

La Pasqua a Ravenna tra ricette e tradizioni

Quând che Sa’ Zörz l’è vsen a Pasqua
E’ mònd l’andrà in burrasca
“Quando San Giorgio (23 aprile) è vicino a Pasqua
Il mondo andrà in burrasca”

Questo antico proverbio romagnolo non è una semplice previsione meteorologica. Sulla popolazione, sia rurale che cittadina, una Pasqua molto alta faceva calare pensieri assai nefasti. Scontri tra Dio e il Diavolo, con conseguenza inimmaginabili.

Ci si affidava dunque ad uno degli eroi cristiani per eccellenza, quel San Giorgio che uccise il drago, ovvero il male, il diavolo, l’uragano e quindi la burrasca. Quandunque arrivasse, il popolo cercava nella Pasqua la salvezza e qualcuno che lo potesse salvare. L’oberato San Giorgio era invocato anche per altre attività:

Pur Sa’ Zörz 
U s’pianta l’ort.
“Per San Giorgio
Si Pianta l’orto”

In quest caso l’orto in questione è la cumarëra, ovvero l’orto dei cocomeri. Ad ogni modo

O elta o basa
L’é invëran insèna a  Pasqua
“Alta o bassa
È inverno fino a Pasqua”

Ma che fosse alta o bassa la Pasqua segnava comunque la rinascita, il rinnovamento, la resurrezione. E anche la natura non poteva ignorare la questione.

Têrd la Pasqua
Têrd la Frasca
“Tardi la Pasqua
Tardi la foglia”

E infine:

S’è piöv int la Pelma
U n’ piöv int agl’ov
“Se piove il giorni delea Palme
Non popve sulla uova – il giorni di Pasqua”

…che vale anche viceversa!

Ad ogni modo, la Pasqua archivia l’inverno con i suoi piatti caldi e saporiti. Lascia spazio alla freschezza, ai prodotti stagionali, senza mai dimenticare i pilastri della nostra tradizione. Il pranzo di Pasqua è ancora uno dei momenti più simbolici, e quasi rituali, in Romagna come in tutta Italia.

La tavola imbandita, preparata dalle azdore, cola di antipasti di erbe, asparagi, carciofi o affettati e un bel uovo sodo propiziatorio. Poi i primi di pasta ripiena o al ragù. Lasagne, la tardura, che è una pappa fatta con gli ingredienti dei passatelli. E infine, dall’incrocio tra tradizione ebraica e cristiana, l’agnello al forno o con i piselli oppure, in alternativa, coniglio in porchetta arrosto.

Per finire ovviamente l’uovo e la Colomba – naturale! – ma anche la ciambella e i Gialletti, ovvero i biscottini dell’Artusi. Facili da preparare anche in periodi di costrizione casalinga. La premessa originale è:

Signore mamme, trastullate i vostri bambini con questi gialletti; ma avvertite di non assaggiarli se non volete sentirli piangere pel caso molto probabile che a loro ne tocchi la minor parte.

Farina di granturco, gr. 300
Detta di grano, gr. 100
Zibibbo, gr. 100
Zucchero, gr. 50
Burro, gr. 30
Lardo, gr. 30
Lievito di birra, gr. 20
Un pizzico di sale

Con la metà della farina di grano e col lievito di birra, intrisi con acqua tiepida, formate un panino e ponetelo a lievitare. Frattanto impastate con acqua calda le due farine mescolate insieme con tutti gl’ingredienti suddetti, eccetto l’uva. Aggiungete al pastone il panino quando sarà lievitato, lavoratelo alquanto e per ultimo uniteci l’uva. Dividetelo in quindici o sedici parti formandone tanti panini in forma di spola, e con la costola di un coltello incidete sulla superficie d’ognuno un graticolato a mandorla. Poneteli a lievitare in luogo tiepido, poi cuoceteli al forno o al forno da campagna a moderato calore onde restino teneri.

Impossibile poi non menzionare il ciambellone, entrato a fa parte dei nostri riti e delle nostre più antiche tradizioni. Le forme più semplici e povere, venivano accostate a quelle più “ricche” che avevano sopra le codette, cioè piccoli granelli di zucchero che la impreziosivano. La friabilità e il profumo della ciambella sono e saranno sempre insostituibili.

Negli ultimi anni, tuttavia, si è diffusa una spiccata sensibilità animalista, e in Romagna, forte della sua tradizione marinara, si può tranquillamente trovare una valida alternativa in un secondo a base di pesce come le seppie in umido con i piselli, un brodetto della tradizione o le intramontabili mazzancolle al sale.

Nelle nostre campagne il giovedì santo era usanza legare gli alberi da frutto, lo stesso giorno in cui venivano legate le campane della chiesa e iniziava un periodo di digiuno. Si pensava che, in questo modo, gli alberi avrebbero dato un raccolto più abbondante e che la nebbia non li avrebbe danneggiati.

Il sabato santo invece, quando le campane venivano sciolte, i contadini festeggiavano e tornavano a liberare i rami degli alberi legati due giorni prima. Anche le fanciulle, allo slegare delle campane, scioglievano i propri capelli per farli crescere più lunghi e voluminosi!

Gli uomini e le donne si lavavano il viso senza asciugarlo, pensando che ciò avrebbe permesso di avere una buona vista, mentre Dopo la messa si udivano colpi di fucile o petardi: erano gli uomini che sparavano per uccidere Barabba, esplodendo sempre un numero dispari di colpi per non fare “le corna al Signore.”

Il giorno di Pasqua invece nel ravennate nel ravennate era diffuso anche il detto:

E’ dè ‘d Pasqua e e’ dè ed Nadèl
Totti al galein a e’ su puler
Il giorno di Pasqua e di Natale
Ogni gallina nel suo pollaio

ovvero: nel giorno di Pasqua le donne non andavano a far visita in casa altrui, poiché ciò avrebbe portato disgrazia, quindi ogni “gallina” restava nel proprio “pollaio.”

Il lunedì di Pasquetta è poi da tempo immemore la giornata dedicata a gite e feste campestri, sagre e avanzi. Accompagnati spesso dall’indulgente sensazione che per mettersi in riga, anche in Romagna, c’è sempre tempo. Almeno fino alla Pasqua successiva.

Il nuovo Mercato Coperto di Ravenna

Il nuovo Mercato Coperto di Ravenna

In questi giorni a Ravenna ne parlano tutti. Il nuovo Mercato Coperto. Com’è? Ci sei già stata? Hai già comprato, mangiato, assaggiato?
Chi ha più di venti o trent’anni, si ricorda bene il vecchio mercato. I delfini in marmo  del Maltoni, un po’ abbandonati per terra nell’atrio, gli odori forti del pesce e dei formaggi, che decoravano le ultime, sparute, bancarelle. L’atmosfera umida e un po’ buia di un edificio tanto antico quanto desideroso di una nuova vita.

Il nuovo Mercato Coperto

Il nuovo Mercato Coperto

E ora, dopo tanti anni di lavoro, finalmente riapre un tassello importantissimo nel mosaico della città, soprattutto per la sua collocazione. Incastonato tra viuzze e piazze che un tempo ospitavano contorti corsi d’acqua urbani, si è tolto finalmente il vestito scomodo delle impalcature ed è tornato ad aprirsi alla gente, grazie anche al grande lavoro di Coop Alleanza 3.0 e Molino Spadoni.

Lavori di riqualificazione al Mercato Coperto

Lavori di riqualificazione al Mercato Coperto

Da bambino la prima cosa che facevo appena entrato all’interno del mercato era respirare forte e guardare in alto. Cercavo le capriate in ferro all’inglese, il lucernaio, quella sensazione di esotismo, per un edificio che sembrava un po’ una stazione e un po’ un tempio e che qualche anno dopo mi avrebbe ricordato anche il Museo d’Orsay di Parigi.

L'interno del mercato negli anni Cinquanta

I vecchi banchi alimentari all’interno del mercato fino agli anni ’80

Oggi la sensazione è sempre la stessa, forse più forte. Entro e guardo in alto, cerco il soffitto e la luce. Vedo il ferro, il legno, il vetro. È un unico spazio ampio e aperto, ma che disvela una serie di angoli e scomparti contigui ma distinti. Cioccolata, caffè, libri, tagli di carne, pesce, pasta fresca, sedute da cinema, soprammobili dal gusto liberty, lampadari vintage e luci calde.

Uno scorcio del nuovo Mercato Coperto

Uno scorcio del nuovo Mercato Coperto

C’è questo e molto altro nel mercato. Tre bar, uno dei quali è un cocktail bar, una libreria e un grande palco per varie iniziative. Un ristorante, una gelateria, un laboratorio di cioccolata. Un mercato allargato quindi, con anche negozi e un supermercato ma che mantiene al centro il sapore dei banconi di una volta.

Si può comprare cibo fresco, volendo anche farselo cucinare per consumarlo lì accanto. Si può passare anche solo per un aperitivo, o per stare un po’ al riparo, sia in estate che in inverno, per sedersi a leggere, a chiacchierare, a studiare. Sono benvenuti infatti anche gli studenti in visita, che possono utilizzare gli spazi del mercato come sosta o per i servizi, senza obbligo di dover acquistare o consumare, ma solo per il piacere di attraversare un altro luogo storico della città, un monumento tra i monumenti.

L'antica Pescheria 1905-07

L’antica Pescheria 1905-07

In una delibera comunale del 1916 si legge di come:

Il problema di dotare la città di Ravenna d’un fabbricato centrale per la vendita al minuto dei generi alimentari, al riparo dalle intemperie e sotto la salvaguardia dell’Igiene, è ormai penetrato profondamente nella coscienza della popolazione e deve essere risolto.

E così, dopo vari progetti, l’attuale edificio vede la luce nel 1922, ad ampliamento e sostituzione di un antico mercato del pesce, oramai insufficiente, per dimensioni e tipologia di merci. Dopo una sessantina d’anni, all’inizio degli anni Ottanta, il Mercato Coperto subisce un restauro critico non soltanto con l’intento di adeguarlo alle varie norme impiantistiche, igieniche e sismiche, ma anche per donargli nuovo vigore.

Con il nuovo millennio arriva un lento declino e poi la chiusura, ma i nuovi progetti erano già nell’aria. E oggi, dopo 13 milioni di investimenti e 6 anni di lavori, riapre i suoi 4 mila metri quadri con un intervento di qualità che restituisce a cittadini e a turisti un luogo simbolo della città, recuperando uno degli immobili più rappresentativi del centro storico.

Il Mercato Coperto non è quindi solo un luogo, ma tanti luoghi. Questa è una suggestione. Ora non resta che andarci e gustarselo, anche più di una volta.

 

La Piadina a Ravenna

La Piadina a Ravenna

«Che ne sai della Romagna, che ne sai della piadina
non c’è solo l’acqua, non c’è solo la farina»
(R. Casadei)

E in effetti nel cibo di Romagna c’è molto di più! Non solo, ovviamente, altri ingredienti (strutto oppure olio, lievito o bicarbonato, sale o a volte anche latte…) ma soprattutto mare, sole (nebbia!), fisarmoniche, racchettoni, mosaici, bicicletta… E una serie di curiosità. Noi ve ne diciamo alcune. Per tutto il resto c’è il Consorzio di tutela e promozione Piadina Romagnola.

La piadina fatta a mano

La piadina fatta a mano

STORIA E FUTURO

La Piadina arriva probabilmente dalla tradizione gastronomica etrusca, circa 1200 anni prima di Cristo, e attraverso l’Impero Romano e i barbari giunge alla sua prima nomina in un documento della fine del 1300, nel quale si parla della Piada in merito ad alcuni tributi da pagare in natura. Ma è nel XX secolo che ha il suo grande rilancio, grazie a nuove farine che la rendono sempre più facile ed economica da preparare. Nel Dopoguerra diventa definitivamente un punto di riferimento gastronomico, che distingue la Romagna e conquista i turisti. È proprio in questi anni che spuntano i primi mitici chioschi, elemento oramai distintivo del paesaggio nostrano, ponte semplice e colorato verso il mondo e la nuova carica dello street food.

Un tipico chiosco di piadina

Un tipico chiosco di piadina

NOMI E DIMENSIONI

Nelle zone limitrofe (Cesena, Forlì, Rimini) si può chiamare Piê, Pièda, Pìda, Pjida, ma a Ravenna è proprio “Piadina”, come cantava il mitico Raul Casadei.
Farcita con salumi, formaggi, verdure, squacquerone e fichi caramellati, carne o creme dolci, è comunque la più “alta” e la più corposa della Romagna. Spessa circa un dito e dalla consistenza “tamugna” (ovvero densa), è buona anche da sola, “vuota”, o magari con un po’ di olive o di rosmarino nell’impasto. Esiste anche la versione “chiusa”, ovvero il crescione. Di solito bollente e grondante goduria.

La piadina di Ravenna

La piadina di Ravenna

QUELLE MACCHIE SCURE

Sapete come si riconosce una piadina fatta con strutto da una fatta con l’olio?
Avete presente le numerose “macchie” che si vedono sulla piada? Bene, se sono più scure significa che è stato usato lo strutto, mentre se sono più chiare, ca va sans dire, nell’impasto c’è invece l’olio. Vegetariani e non, sapevatelo!

PASCOLI E MORETTI

Ecco fatto, – disse infine la Menghinina e parve più vecchia, perché un altro po’ di bianco le s’era posato sui capelli, sul corpetto, fin sulle ciglia.
Prima d’impastare, pensò al fuoco.
Per cuocere la piada occorre la fiamma, la bella fiamma caduca, la vampata, il falò.
Il grande testo rotondo, grande quanto lo staccio, deve riscaldarsi così prima che vi si adagi la pasta…

Il resto del racconto di Marino Moretti, ruspante e sanguigno, lo potete leggere qui.

Lasciamo invece semplicemente la parola al grande poeta, Giovanni Pascoli.

«…» Ma tu, Maria, con le tue mani blande domi la pasta e poi l’allarghi e spiani;
ed ecco è liscia come un foglio, e grande come la luna;
e sulle aperte mani tu me l’arrechi,
e me l’adagi molle sul testo caldo, e quindi t’allontani.
Io, la giro, e le attizzo con le molle il fuoco sotto,
fin che stride invasa dal calor mite, e si rigonfia in bolle:
e l’odore del pane empie la casa. «…»

(Tratto da “La Piada”, G. Pascoli. 1909. Nuovi Pometti)

SUL WEB (TRA MUSICA, TRASH E COMICITÀ)

Anche in rete la piadina ha guadagnato un posto di tutto rispetto. Vagando un po’ per il web è possibile trovare il Valzer della Piadina (qui in versione ballo estivo, grazie a Divertiballi), un Magna la Piadina di Alberto Pazzaglia alias Betobahia (sì, quello di Ciapa la Galeina), l’imolese Rosy Velasco con La Piadina, ma anche Luca e Paolo con l’episodio di Camera Café del 2017, “Progetto Piadina“, e a salire “Freak” di Samuele Bersani (“Hai più pensato a quel progetto di esportare la piadina romagnola?!” ). E chiudiamo come abbiamo iniziato, con una rarissima versione hip hop. Il ritornello è di Raoul Casadei, le rappate di Gam Gam. Buon appetito con la “Hip Hop Pida” e le ricette del Consorzio.

Hip Hop Pida

Hip Hop Pida

Ricco di sapore e di storia: il castrato di Romagna

Ricco di sapore e di storia: il castrato di Romagna

Tenero, saporito e inconfondibile, il castrato di Romagna è tra le carni più tipiche della nostra terra e fa parte dell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali. Il nome, in dialetto romagnolo “e Castrè”, indica la carne fresca ottenuta da ovini maschi con 5-9 mesi di età e un peso tra 40 e 80 kg sottoposti al processo di castrazione.

L’origine di questa tradizione risale al tempo dei Romani. Nonostante la diffusione dei suini nella Pianura Padana, infatti, i concittadini di Giulio Cesare mantennero la tradizione mediterranea dell’allevamento ovino durante la loro permanenza in questa regione. La netta separazione tra usi alimentari introdotte dai Romani e quelli delle popolazioni padane divenne ancora più marcata nel Medio Evo con l’arrivo dei Longobardi, che si fermarono a Bologna. La Romagna, il cui nome fu coniato proprio in questo periodo, rimase all’interno dei territori bizantini: qui, a differenza dell’Emilia, le carni di maiale hanno continuato da allora ad accompagnarsi a quelle di pecora e, in particolare, quelle del castrato.

Il castrato di Romagna | © baciamiancora.com

La presenza di agnelli al pascolo sul territorio ravennate tra l’inizio del XIV secolo e la fine del XVI è documentata negli Statuti di Ravenna: un soldo di Ravenna era la tassa da pagare al Massaro del Comune “per ogni pecora, montone, capra, becco e castrato” che entrasse nel territorio da settembre a febbraio. In questo periodo il “castrone” era tra le carni utilizzate per la preparazione di banchetti e pranzi di rappresentanza, come riporta nel suo libro di cucina Messisbugo (1559). In Bassa Romagna l’uso della carne ovina si è mantenuto anche successivamente poiché le aree di pianura erano la meta invernale dei pastori appenninici che trasferivano lì le loro greggi e spesso compensavano l’ospitalità delle famiglie locali cedendo uno o più agnelli. Nel corso del Novecento però la diffusione del Castrato è a poco a poco diminuita. Se l’almanacco ravennate del 1956 testimonia la presenza di ben 16.000 capi ovini nel territorio provinciale, già all’inizio degli anni ’70 il numero si era ridotto a 6.000 capi.

A tavola il castrato esprime il meglio di sé in diverse preparazioni: tra le ricette pubblicate da Pellegrino Artusi nel libro La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene spiccano quelle del cosciotto o della spalla di Castrato in casseruola (due varianti) e della lombata di Castrato ripiena. Le braciole di Castrato ai ferri rimangono però ancora oggi la preparazione più diffusa e amata in Romagna. Un’occasione speciale per gustare questa carne morbida e succulenta lungo la Strada della Romagna è la Sagra del Castrato di Fossolo a Faenza, nata nel 1973 come Festa del Passatore prima di prendere l’attuale nome. L’ultima edizione si è tenuta dal 16 al 20 maggio, mentre a Bagnara di Romagna un analogo appuntamento si è tenuto alla fine di aprile.

Cosa abbinare nel calice a un buon castrato di Romagna alla griglia? Una bottiglia di Romagna Doc Sangiovese Superiore è sicuramente un’ottima scelta. Il suggerimento di giornata è il Centurione della cantina Stefano Ferrucci di Castel Bolognese: un Sangiovese dai profumi intensi e persistenti di marasca e viola e con un sapore pieno e asciutto che ben si accompagna al sapore e alla morbidezza del Castrato.


Se volete conoscere alcuni dei prodotti più tipici di Ravenna, continuate la lettura su questo post!

Un piccolo tesoro di mare e di terra: il pinolo mediterraneo delle pinete di Ravenna

Un piccolo tesoro di mare e di terra: il pinolo mediterraneo delle pinete di Ravenna

Piccolo, profumato, goloso: il pinolo, in dialetto romagnolo pignôl, è protagonista di un’interessante sagra ospitata ogni anno a Fosso Ghiaia tra fine aprile e inizio maggio.

Un tempo, in questi giorni, migliaia e migliaia di pigne raccolte in autunno venivano distese sulle aie per essere battute con le mazze al fine di aprirle e lasciarne uscire i prelibati frutti tra freschi profumi di resina.

Se oggi le pinete storiche rimaste nel Ravennate sono solo due, quelle di San Vitale e di Classe per un totale di circa 2.030 ettari (a cui si aggiungono altri 600 ettari di pineta demaniale piantati tra fine Ottocento e inizio Novecento lungo la costa), in passato la loro superficie era molto più estesa. I documenti storici datano l’origine delle pinete di pino domestico a Ravenna nel XII secolo.

All’epoca i pinoli delle pinete di Ravenna non erano l’unico tesoro che queste aree verdi offrivano. Dai pini venivano estratti anche la resina, il fumo di resina e la pece greca, usata dagli stampatori per produrre l’inchiostro. Il pinolo, tuttavia, era il frutto più pregiato della pineta in virtù delle sue proprietà salutistiche: considerato un vero elisir per polmoni, reni e vescica, nel Seicento se ne faceva largo uso alimentare e gastronomico.

Pineta di San Vitale a Ravenna | © turismo.ra.it

Pineta di San Vitale a Ravenna | © turismo.ra.it

Per comprendere la sua importanza basti sapere che esisteva una rigida regolamentazione sui tempi di accesso alle pinete e di raccolta del legno e dei frutti spontanei. Nel XVI e XVII secolo, quando i boschi appartenevano alle abbazie ravennati, il popolo aveva solo il diritto di pascolo, oltre a quello di caccia e pesca; lo sfruttamento economico vero e proprio delle pinete era appannaggio esclusivo dei monaci.

I pinoli romagnoli erano considerati già a quei tempi i migliori d’Italia ed erano al centro di un fiorente commercio. L’estensione delle pinete ravennati a fine Settecento era di circa 7.000 ettari. Successivamente, a partire dalla soppressione degli ordini religiosi seguita alla Rivoluzione francese e con l’avanzare di superfici agricole meno dispendiose, c’è stata una riduzione continua della loro superficie.

Ricco di proteine e impreziosito dalle brezze marine, il pinolo è un prodotto che si conserva molto bene e può essere gustato durante tutto l’anno. In cucina i suoi utilizzi sono davvero infiniti. Se già nel Seicento veniva utilizzato per la preparazione di pasticci, polpette e minestre, in primavera il pinolo è un ottimo ingrediente per accompagnare le erbe di campo in golose insalate.

I Pinoli di Ravenna | © romagna.com

I Pinoli di Ravenna | © romagna.com

La torta di pinoli dell’Artusi

Tra le ricette più note a base di questo frutto prelibato c’è la torta con i pinoli di cui Pellegrino Artusi svela la ricetta nel suo libro La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene (ricetta n. 582). “Una torta che alcuni pasticceri vendono a ruba – scrive l’Artusi – e che chi non è pratico di queste cose penserà che l’abbia inventata un dottore della Sorbona”.

Nella ricetta i pinoli sono l’ingrediente essenziale che va ad arricchire un impasto a base di semolino, latte, uova, burro e zucchero. Il risultato è una torta soffice e golosa in cui i pinoli regalano un tocco di rinfrescante aromaticità. Un dessert ideale per un pranzo di primavera che trova un connubio enologico perfetto nei profumi suadenti del Famoso. Il vino suggerito per accompagnarla è lo Strafamoso della Cantina Randi, dove uve stramature di Famoso danno vita a un vino dorato dai profumi fruttati leggermente caramellati e dal sapore dolce e fresco.


La Sagra del Pinolo 2019 del Parco 1° maggio della Pineta di Classe, in via Fosso Ghiaia 1 (RA),  quest’anno si terrà nei giorni 25 aprile, 28 aprile e 1° maggio 2019. A questo link potete trovare maggiori informazioni sull’evento!

Le Caterine: storia e ricetta dei biscotti tradizionali di Ravenna

Le Caterine: storia e ricetta dei biscotti tradizionali di Ravenna

Come da tradizione, ogni anno a Ravenna il giorno di Santa Caterina (25 novembre) vengono preparati dei biscotti buonissimi. Sono le Caterine, piccole prelibatezze a forma di bambolina, gallina o gallo, molto amate da grandi e piccini per la loro dolcezza e la simpatica forma.

Ricoperti di cioccolato e decorati con zuccherini e glassa, vengono tradizionalmente regalati ai più piccoli. Se il biscotto a forma di donnina è un omaggio alla Santa; le galline, invece, vogliono essere di buon auspicio per una vita florida mentre i galli essere simbolo di rinascita e nuovo inizio.

La tradizione riguarda solo il centro della città e la sua origine è alquanto incerta. D’altronde, come spesso accade nella storia di Ravenna, anche dei semplici biscotti come le Caterine hanno una leggenda.
Si narra, infatti, che un pasticcere e una giovane sarta innamorati, fossero ostacolati nei loro incontri dalla famiglia di lei. Fu così che lui, per trovare il modo di ricordarle i sentimenti che provava nei suoi confronti, ideò un biscotto a forma di bambola per sorprenderla e rincuorarla.

Ma c’è molto di più…
Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, a cui i biscotti sono dedicati, è patrona delle sarte, degli studenti, dei filosofi, dei mugnai, dei ceramisti e dei lavoratori dell’industria cartaia… Praticamente di una città intera!
Il 25 novembre si ricorda il suo tremendo martirio ma, dal 1999, è diventato grazie all’ONU un giorno ancora più importante. Lo stesso giorno infatti viene commemorato anche come La Giornata Internazionale Contro La Violenza Sulle Donne.

Le caterine | © fabievale.blogspot.com

Le Caterine | © fabievale.blogspot.com

La ricetta dei biscotti è molto semplice. Ecco gli ingredienti che servono per preparare 6 porzioni :

• 500 gr. di farina bianca
• 100 gr. di burro fuso
• 200 gr. di zucchero
• 2 uova intere
• 1 bustina di lievito per dolci
• scorza di limone grattugiata
• granella di zucchero, palline colorate e d’argento, cioccolatini colorati, glassa per dolci.

Preparazione:

Amalgamate bene lo zucchero e le uova, dopodiché aggiungete il burro fuso e la scorza grattugiata del limone e procedete nell’impasto. Unite la farina e il lievito setacciati e amalgamate il tutto sino a ottenere un composto liscio e omogeneo. 
Coprite l’impasto e lasciate riposare per una 20 minuti in frigorifero, mentre preriscaldate il forno a 180 C°.
Stendete l’impasto con il matterello sino a ottenere la pasta di uno spessore di circa 1 cm. Da questo ricavate le figure desiderate con un coltello o, se le avete, con delle formine.
Coprite una teglia coperta con carta da forno e disponete le figurine. Procedete decorandole a piacimento con glassa, granella di zucchero, piccoli cioccolatini colorati o perline commestibili.
Infornate e fate cuocere per circa 10- 12 minuti sino a raggiungere la doratura. Lasciate raffreddare i biscotti prima di consumarli.

Lo staff di Ravenna Tourism spera che vi divertiate a cucinare e a decorare le vostre Caterine, ma soprattutto vi augura di condividerle con chi più amate!