Teodorico o Giustiniano? Un insolito ritratto nella basilica Sant’Apollinare Nuovo

Teodorico o Giustiniano? Un insolito ritratto nella basilica Sant’Apollinare Nuovo

Fra i momenti di Ravenna dichiarati dall’Unesco Patrimonio Mondiale dell’Umanità, spicca per l’affascinante vicenda della sua decorazione musiva la basilica di Sant’Apollinare Nuovo.

Costruita come cappella palatina del re ostrogoto Teoderico dopo la sua conquista di Ravenna nel 493 d.C., la chiesa fu adornata da una sontuosa decorazione musiva con espliciti intenti celebrativi della persona del nuovo sovrano e della sua corte.

In seguito al ritorno della città nelle mani dell’Imperatore bizantino Giustiniano, nel 561 un editto decretò la riconsegna dei beni ariani in mani ortodosse, con la conseguente epurazione e modificazione di quella parte delle figurazioni considerate inappropriate o in palese contrasto con le direttive del nuovo Governo.

Basilica di Sant'Apollinare Nuovo | Foto © Herbert Frank, via Flickr

Basilica di Sant’Apollinare Nuovo | Foto © Herbert Frank, via Flickr

Fu così che la prima fascia di mosaici della navata centrale della basilica venne ‘censurata’ delle immagini del sovrano barbarico, e al contempo arricchita dai meravigliosi cortei di santi e sante che ci accompagnano ancora oggi dall’ingresso dell’edificio fino alla zona absidale. 

Abbagliati dalla loro bellezza, raramente ci accorgiamo di un’insolita presenza sulla parete di controfacciata della chiesa: qui – a destra del portale di accesso – è collocato il ritratto di un personaggio maschile, solitamente in ombra e in posizione trascurata

Viso rotondo e bianchi capelli, indossa lo stesso mantello chiuso da una fibula e la corona adorna di pendilia che ammiriamo sul capo di Giustiniano nel pannello absidale della basilica di San Vitale; il capo è nimbato e nella parte sovrastante un’iscrizione lo identifica come «Ivstinian».

Eppure, confrontando le caratteristiche fisionomiche di questo ritratto e di quello imperiale di San Vitale, fatichiamo a credere si tratti della stessa persona.

Gli studi hanno cercato di spiegare in vario modo tali differenze, a partire dal riesame delle fonti antiche e dei restauri subiti nel tempo dal manufatto. Già il protostorico Andrea Agnello nel Liber pontificalis del IX secolo a citare la presenza di ritratti di Giustiniano e dell’arcivescovo Agnello all’interno della chiesa.

Nei secoli successivi tali presenze risultano confermate, affiancate da una terza figura posta più in basso rispetto alle altre. Le identificazioni divergono, parlando alcuni non di Agnello ma di Teodora e ricordando tutti il pessimo stato di conservazione dell’opera musiva.

Oggetto di restauri e importanti integrazioni per mano di Felice Kibel nel 1863, quando ancora era invalsa l’identificazione con Giustiniano, il ritratto fu sottoposto a più attenti studi a partire dal 1927, che accertarono la sua esecuzione in tempi differenti: se faccia e collo appartengono all’epoca teodericiana, gli attributi imperiali sarebbero stati aggiunti in un secondo momento, durante le epurazioni di Agnello.

Sulla base di queste interpretazioni il volto non sarebbe dunque quello dell’imperatore, ma di Teodorico, ‘travestito’ successivamente da Giustiniano.
La pratica non sarebbe stata così insolita all’epoca, considerate le valenze sacrali di cui il basielus bizantino era investito: divino più che umano, le sue reali sembianze passavano in secondo piano rispetto agli attributi regali simboli del suo status e del suo potere.

Basilica di Sant'Apollinare Nuovo - Il corteo delle Vergini

Basilica di Sant’Apollinare Nuovo (Ravenna) – Il corteo delle Vergini

Nella seconda metà del Novecento però sono stati avanzati dubbi e perplessità sull’identificazione del personaggio con Teodorico. Una disamina più attenta dei ritratti esistenti di Giustiniano avrebbe individuato l’esistenza di un filone ‘realistico’, di cui è esempio il medaglione aureo del British Museum di Londra, dove il sovrano appare caratterizzato da guance rigonfie e palpebre appesantite, tratti accostabili all’immagine di Sant’Apollinare Nuovo.

Alla luce di questi studi, nel 1999 Isabella Baldini Lippolis ha proposto di identificare il frammento musivo come superstite di una più ampia decorazione di epoca giustinianea, nella quale l’Imperatore e il vescovo Agnello apparivano ai lati della porta di ingresso dell’edificio, forse accompagnati dall’immagine di un barbaro sconfitto.

La loro presenza sulla soglia della chiesa avrebbe dunque avuto la funzione di introdurre al nuovo spazio riconsacrato al vero culto ortodosso e di ribadire la piena identità fra il clero cittadino e il potere imperiale.

Fiori e Piante nei Mosaici di Ravenna

Fiori e Piante nei Mosaici di Ravenna

La città di Ravenna, città principe nei secoli d’oro della Tarda Antichità, conserva mirabili testimonianze artistiche e architettoniche all’interno dei suoi otto monumenti Unesco.

Al loro interno è possibile ammirare brani di storia sacra, desunti dall’Antico e Nuovo Testamento, di storia politica legata alle loro vicende costruttive, che hanno come sfondo una paesaggio naturalistico ricco e variopinto.

Si possono così distinguere immagini di fiori e piante, il macrocosmo floreale che abbraccia quello umano-divino, realizzati con una tale profusione di colori e sfumature proprie dell’arte del mosaico.
Gli artisti di età cristiana hanno rappresentato la natura non come semplice complemento dell’immagine ma per esprimere profondi concetti cristologici.

Partendo dal mausoleo di Galla Placidia, la pregevole cappella della chiesa di Santa Croce, troviamo margherite e anemoni intessuti su un fondo blu indaco .
La margherita, pianta composita tipica degli ambienti arborei, ha un fusto corto con foglie larghe disposte alla sommità; il fiore cresce a capolino con peduncolo all’interno giallo e all’esterno bianco dove avviene l’impollinazione.

Mausoleo di Galla Placidia (Ravenna)

Mausoleo di Galla Placidia | Foto © Domenico Bressan, WikiLoveMonuments 2017

Per via delle sue foglie ricche di sali minerali, per i romani questa pianta assolveva una funzione cicatrizzante per le ferite; da qui per i cristiani il significato di rinascita. 

Gli anemoni appartengono alla famiglia delle piante erbacce perenni e cospargono i boschi con le loro foglie; i fiori, invece, sono formati da un involucro esterno con petali colorati, resi nei mosaici sotto forma di croce. Questo fiore, dal latino anemos (“soffio vitale”), indica la caducità della vita terrena, per la sua fragilità legata ai nembi; inoltre, per via del mito classico legato alla morte di Adone (amato da Venere), dal cui sangue sarebbero nati degli anemoni, sono considerati amarissimi e velenosi.

Il battistero Neoniano, il più antico esemplare e meglio conservato edificio battesimale della cristianità antica. Nella fascia decorativa della cupola è rappresentata la processione degli apostoli dagli elaborati candelabri, composti da cardi, una pianta erbacea spontanea dalle foglie spinose legata alla passione di Cristo.

Battistero Neoniano (Ravenna)

Battistero Neoniano | Foto © Domenico Bressan, WikiLoveMonuments 2017

Si tratta di una pianta molto resistente che se strappata ricresce, simbolo quindi di eternità. Nella varietà mediterranea si ha il cardo mariano: secondo la leggenda, Maria nel suo viaggio in Egitto si fermò in un campo di cardi per allattare Gesù e qui perse il suo latte, da qui la funzione taumaturgica confermata dalla medicina moderna.

Nella basilica gota di Sant’Apollinare Nuovo, in cui si fondono differenti correnti artistiche e confessioni religiose, compaiono nella rappresentazione figurativa gigli bianchi e cisti rossi, presenti tra l’altro anche nel giardino paradisiaco dell’abside della basilica di San Vitale. 

Basilica di Sant'Apollinare Nuovo (Ravenna)

Basilica di Sant’Apollinare Nuovo (Ravenna) | Foto © Archivio Comune di Ravenna

I gigli sono appartenenti alla famiglia delle liliacee, tipici delle zone sabbiose-dunose. Nei mosaici sono rappresentati la varietà del Pancratium maritimum, dal cui fusto crescono più fiori, a multipli di tre. La tradizione cristiana lo collega al giovane Pancrazio, che ai tempi di Diocleziano subì il martirio a Roma mentre si riuniva con i propri seguaci: fu condannato, decapitato e il suo corpo violentato. Da qui il fiore viene associato alla purezza violata del ragazzo.

I cisti rossi sono arbusti ramificati tipici della macchia mediterranea, diffuso negli ambienti dunosi e sabbiosi. Hanno fiori dai petali di colore rosso a unghia gialla. In oriente se ne traevano incensi per produrre un profumo molto simile a quello dell’ambra. Dal punto di vista iconografico, rappresenta il simbolo del sangue sparso dai martiri in età cristiana.

Accanto alle piante con fiori, nei mosaici ravennati sono documentati gli alberi del bosco sacro e scomparso della basilica di Sant’Apollinare in Classe. Nel catino absidale alle spalle di Apolinnare, primo vescovo della città, sono rappresentati olivi, pini domestici, ginepri, lecci e palme.

Gli olivi – dal fusto contorto con foglie lanceolate, chioma sempreverde e rada – sono alberi millenari del mondo mediterraneo, resistenti alla violenza degli agenti atmosferici e degli uomini. Per la loro vitalità inesauribile, elemento di congiunzione fra terra e cielo, sono il simbolo di pace.

Basilica di Sant'Apollinare in Classe

Basilica di Sant’Apollinare in Classe (Ravenna) | Foto © Archivio Comune di Ravenna

Il pino domestico è una pianta sempreverde con fusto eretto dalla chioma espansa ad ombrello. Ha una corteccia fessurata e le foglie sono aghiformi, non pungenti, con frutti dai semi commestibili.
Cresce negli ambienti litoranei. Non è un caso quindi che la si ritrovi nella antichissima pineta ravennate, piantata dai romani che lo usavano in campo edile e navale, ma come combustibile. La resina stessa è usata per fare la cera, o seccata come produrre pece nera. Il suo frutto per la sua ricrescita è simbolo della fecondità della parola di Dio, mentre la pianta per sua ricchezza inesauribile è legata all’eternità della vita.

Il ginepro è un arbusto spontaneo, sempreverde della pineta ravennate. Ha forma ovale e acuminata con foglie aghiformi di colore verde e striate, e fiori portati su piante separate. Le bacche blu possono essere macerate per ottenere liquori e bevande a scopo terapeutico, ma anche per la sete e l’alito pestilenziale. Si attribuisce a questa pianta lo stesso valore di eternità .

Il leccio  ha la chioma densa con foglie persistenti di colore verde scuro. Vive nei terreni calcarei della zona mediterranea. All’interno della Bibbia è visto come albero sacro, simbolo dell’autorità religiosa.

La palma dal dattero, tipica degli ambienti aridi dell’area mediterranea, ha tronco slanciato con foglie pennate e quasi coriacee, e infiorescenze a grappolo. La chioma può raggiungere i dieci metri . Nella tradizione cristiana, è considerata la ricompensa per coloro che si sono prodigati per gli altri, i giusti, e quindi associata ai martiri che hanno offerto la loro vita per promuovere la parola di Cristo.

Nella basilica bizantina di San Vitale, protagonista arboreo della storia di Abramo è il noce, a cui riposano i tre angeli venuti ad annunciare la maternità di Sara.

Il noce è un albero coltivato dall’uomo fin dall’Antichità, di notevoli dimensioni e grande longevità, per questo considerato il re degli alberi da frutto. Il suo significato è legato alla Trinità, poiché riunisce in se tre elementi: mallo, guscio e gheriglio, ovvero il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo.

Questi esemplari di piante e fiori immortalati nei preziosi mosaici di Ravenna sono tessere di un’ecosistema in simbiosi con l’uomo del passato, a cui l’uomo moderno deve ritornare come sua parte integrante.

La Chiesa di San Carlino, un gioiello barocco nel cuore di Ravenna

La Chiesa di San Carlino, un gioiello barocco nel cuore di Ravenna

L’esistenza della Chiesa di San Carlino, in origine dedicata agli apostoli Simone e Giuda e ai martiri Fabiano e Sebastiano, è attestata dai documenti a partire dall’anno Mille.

La struttura fu voluta da Oddone dall’Ova che la consacrò nel 1062. I primi proprietari furono dunque i Tombesi dall’Ova, una famiglia di grandi condottieri, che gestirono l’edificio fino agli inizi del 1500. Il loro stemma araldico era un leone rampante con una banda laterale. 

Ai dall’Ova, trucidati dai Rasponi in un drammatico fatto di sangue, seguirono i Dal Corno che nel 1700 restaurano pressoché totalmente il piccolo oratorio, riportandolo al suo aspetto attuale. Si servirono dell’architetto Domenico Barbiani che eseguì anche le decorazioni pittoriche, e del decoratore Giuliano Garavini che realizzò gli eleganti stucchi. Ancora oggi lo stemma dei Dal Corno (un corno con tre stelle) si può rinvenire ovunque al suo interno e persino sulla maniglia della porta d’ingresso.

Alla fine ‘700 la famiglia dei Dal Corno si estinse e l’edificio passò a quella dei Lovatelli. È infatti presente all’interno della piccola chiesa una lapide in cui è tracciata la pianta di un loro antico fondo donato per il mantenimento di questa piccolo complesso.

Chiesa di San Carlino (Ravenna)

Chiesa di San Carlino (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli

Nei primi anni del ‘600, l’edificio divenne sede di una confraternita legata alla figura di San Carlo, composta da laici e religiosi. L’intitolazione a San Carlo Borromeo, detto volgarmente San Carlino dai ravennati per le dimensioni ridotte dell’edificio, è quindi puramente affettiva.

Il culto di San Carlo si affermò nei primi anni del 1600 e la devozione si diffuse subito anche a Ravenna dove il Borromeo aveva ricoperto la carica di cardinale legato tra il 1560 e il 1563 e dove era ritornato nel 1583, un anno prima della sua morte. 

Carlo Borromeo, per la sua vicenda personale, incarnerà il modello del perfetto pastore. Nipote del papa Pio IV (il papa che aveva concluso i lavori del Concilio di Trento), nonostante le sue nobili origini aveva rinunciato alla carriera ecclesiastica che lo avrebbe sicuramente portato a Roma, per seguire le pecorelle della sua diocesi milanese. Ciò, ovviamente, aveva suscitato enorme scalpore e ammirazione tanto che quando tornò a Ravenna nel 1583 la devozione nei suoi confronti era fortissima. 

Secondo gli storici a Ravenna si conservavano ben due reliquie del Borromeo, oggi disperse. Innanzitutto l’honestina, ovvero la salvietta di lino che il cardinale aveva usato durante un pranzo con i canonici di Santa Maria in Porto. Quest’ultima, dopo la beatificazione avvenuta nel 1610, sarebbe addirittura stata esposta quale vera reliquia il 4 novembre, festa liturgica del Santo.

Nell’oratorio, inoltre, veniva conservata, secondo il Pasolini, una spugna impregnata del sangue del Santo. Anche di quest’ultima, purtroppo, si sono perdute le tracce.

Chiesa di San Carlino (Ravenna)

Chiesa di San Carlino (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli

Il massimo periodo di espansione delle confraternite fu negli anni immediatamente successivi al Concilio di Trento (1545-1565). Questo giustifica la nascita a Ravenna di ben due confraternite legate al culto del Borromeo, un vero e proprio campione della Controriforma: una (detta in urbe) aveva sede proprio qui, l’altra in borgo San Rocco (detta in suburbe essendo fuori le mura).

Le confraternite erano enti laici ad ispirazione religiosa che nacquero in età medievale. Tra le più antiche esistenti a Ravenna vi erano: quella del Rosario, collegata alla chiesa di San Domenico, chiesa attestata già dal 1260 col nome di Santa Maria in Gallopes; quella del SS. Sacramento, che aveva sede nella chiesa di Sant’Agata; la confraternita portuense dei Figli di Maria, collegata alla devozione della Madonna Greca, e infine la confraternita dei Flagellanti con sede in Sant’Apollinare Nuovo.

Lo scopo principale delle confraternite era quello di “condividere la fede”, ovvero di diffondere l’ortodossia, di contrastare l’eresia e di fare da apripista all’affermazione delle parrocchie nelle città.
Seguivano una liturgia ben precisa e rigorosa. Sfilavano in città durante le festività solenni e in periodo di Quaresima e Avvento recitavano il Rosario. Anzi la lettura del Rosario era il principale strumento di lotta contro l’eresia.
Questi enti svolgevano anche un’importante azione sociale: innanzitutto la lettura del Rosario avveniva in volgare e non in latino, e questo era importantissimo ai fini dell’alfabetizzazione, poi recavano soccorso sia spirituale sia materiale alle persone, infine fungevano da primo centro di orientamento a chi arrivava per la prima volta in città. 

Gli interni della chiesa di San Carlino

All’interno dell’oratorio si trova la Pala d’Altare che raffigura San Carlo Borromeo tra i quattro santi titolari. La pala, eseguita nel 1628, è di Giovanni Barbiani, capostipite di una famiglia di artisti che lavorerà a Ravenna tra ‘600 e ‘700.

La fisionomia di Carlo si fissa subito nell’iconografia, quindi quello che qui vediamo ritratto è il vero volto del Borromeo: volto scavato, naso robusto, con indosso l’abituale abito cardinalizio.

Sulla destra, San Sebastiano martire è facilmente riconoscibile perché è legato a una colonna con inflitte nel corpo le frecce del martirio. Dalla parte opposta, cioè primo a sinistra, riconosciamo San Fabiano martire perché indossa la mitria, infatti fu papa di Roma nel III secolo. Di fianco a San Carlo, i due apostoli titolari dell’oratorio, Simone Zelota e Giuda Taddeo che sono qui associati perché molte leggende agiografiche li vogliono martiri insieme.

Chiesa di San Carlino (Ravenna)

Chiesa di San Carlino (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli

Sulla parete sinistra dell’oratorio, troviamo il Tabernacolo, un’opera di fine ‘400 proveniente dall’antica Ursiana. Secondo Corrado Ricci l’autore del Tabernacolo marmoreo fu uno scultore lombardo. La volta prospettica eccezionale ricorda, infatti, la prospettiva di San Satiro a Milano. Il committente fu, invece, l’arcivescovo Roverella per l’antica cappella dell’Ursiana del SS. Sacramento.

Nell’antica Cattedrale, il Tabernacolo rimase in uso fino agli inizi del ‘600, quando il cardinale Pietro Aldobrandini decise di realizzare una nuova cappella monumentale dedicata al tema dell’Eucarestia affidando i lavori a Carlo Maderno e la decorazione a Guido Reni.
Il Tabernacolo marmoreo non si sposava con il nuovo ambiente e quindi venne inizialmente spostato nella cappella della Madonna del Sudore dove rimase fino al 1759, quando anche in quella cappella furono eseguiti degli importanti lavori di rinnovamento.
In questa occasione, il Tabernacolo fu smontato e acquistato dalla famiglia Dal Corno che lo collocò in San Carlino inserendo un piccolo bassorilievo della Vergine a ricordo della devozione dei ravennati nei confronti di questa immagine. 

Le pitture della cupola sono state realizzate da Domenico Barbiani verso la metà del ‘700 quando l’edificio venne totalmente ristrutturato. I cieli sono aperti a conferma dell’unione tra cielo e terra e della comunione dei Santi. I medaglioni presentano i 4 Santi titolari dell’oratorio.
Essi vengono qui ribaditi a testimoniare l’indirizzo dato dalla Controriforma. Dato che la Riforma Protestante aveva abolito moltissimi Santi, la Chiesa cattolica riempì le sue chiese di figure di santità. Sono poi rappresentate le 4 Virtù Cardinali a ribadire uno degli scopi principali della confraternita cioè condurre una vita virtuosa: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza.

Dal 1792 l’oratorio fu prima ridotto a cantina, poi chiuso al pubblico, ed infine donato all’Orfanotrofio adiacente nel 1808.

La Storia delle Colonne in Piazza del Popolo a Ravenna

La Storia delle Colonne in Piazza del Popolo a Ravenna

Una volta in Piazza del Popolo c’era l’acqua. C’era un piccolo fiume, il Padenna, che solcava la città da nord a sud. Poi arrivarono i Veneziani, verso il 1441, e decisero di interrarlo, allargare la pizza e, poco dopo, innalzare due colonne, molto simili a quelle che si trovano in Piazza San Marco, a pochi passi dalla celebre Laguna.

Piazza del Popolo (Ravenna)

Piazza del Popolo (Ravenna)

Caratteristici del centro di Ravenna, queste due elementi architettonici apparentemente molto simili nascondono in realtà una serie di segreti e curiosità che vale la pena approfondire insieme.

Quando nel 1483 furono erette a delimitare la Piazza verso il corso del Padenna, in cima a una delle due fu collocato il leone di San Marco; sull’altra, la statua del patrono Sant’Apollinare. Dal 1509, anno in cui il pontefice Giulio II prese possesso della città sconfiggendo i veneziani alla Ghiaia d’Adda, le insegne della Serenissima sparirono: il leone fu sostituito dal Santo Patrono e al suo fianco comparse la statua di San Vitale, opera di Clemente Molli.

Piazza del Popolo - La statua di Sant'Apollinare

La statua di Sant’Apollinare (Piazza del Popolo) | Foto © tinatin.zu, via Instagram

Osservando con attenzione la colonna di San Vitale  – seconda curiosità! – noteremo che sulla sua superficie si trova un orologio “a linea meridiana”, realizzato prima dai veneziani e successivamente inciso nel 1793.

Serviva per indicare il mezzogiorno solare di Ravenna con le corrispondenti ore italiche cosiddette “da campanile”, a quel tempo in uso, ma anche per regolare l’orologio pubblico della piazza – meccanico – fatto costruire per la prima volta dai Da Polenta.

Dopo un restauro promosso nel 1868, la meridiana rimase senza gnomone anche perché pian piano era diventata oggetto di discussione nell’opinione pubblica (e sulle pagine del Ravennate) a causa della sua presunta inesattezza, soprattutto nei pressi di solstizi ed equinozi.

La meridiana sulla colonna nord di Piazza del Popolo, Ravenna

Piazza del Popolo (Ravenna) | Meridiana incisa sulla colonna di San Vitale

A questo punto entra in ballo l’Ofiuco, detto anche il Serpentario. Di cosa si tratta?
Ofiuco potrebbe essere il 13° carattere dello Zodiaco, ma di fatto è l’unica costellazione attraversata dall’eclittica che non ha dato il nome a un segno zodiacale.

Citato sin dai tempi di Tolomeo, raffigura un possente uomo, forse Asclepio, che tiene a bada un serpente enorme. Nel 1604 Keplero osservò vicino alla sua stella principale una delle rarissime esplosioni di supernova avvistate negli ultimi cinquecento anni.

In uno dei due basamenti delle colonne di Piazza del Popolo, entrambi realizzati da Pietro Lombardo (padre di Tullio, autore della statua del Guidarello, di cui vi abbiamo parlato in quest’articolo) troviamo un ciclo di bassorilievi con i dodici segni zodiacali, e un elemento in più raffigurante proprio l’Ofiuco che, quasi dimenticato per secoli, riappare in Piazza del Popolo a Ravenna.

Ercole Orario

Ercole Orario

Sotto l’iscrizione che conferma la paternità dei basamenti e che recita Opus Petri Lombardi 1483, è raffigurato anche un Ercole Orario, detto dai ravennati anche Conchincollo. Si tratta della miniatura di una grande statua di Ercole, fatta erigere dall’Imperatore Claudio che la tradizione toponomastica colloca più o meno nel cuore della città.

Il semidio sorreggeva, inginocchiato a causa del grande peso, un quadrante sotto forma di semisfera (quasi una conchiglia), sopra la quale era conficcato lo stilo da cui si dipartivano le linee orarie. Un enorme orologio solare, dunque (che per lungo tempo si pensò anche lunare), che segnò il tempo dei cittadini di Ravenna fino a quando crollò, nel 1591, a causa di un terremoto.

Alcuni frammenti furono in seguito utilizzati per la base della colonna che ora si trova in piazza dell’Aquila. Un piede è invece conservato al Museo Nazionale di Ravenna.

Il sapore di una terra, di una città, di un popolo, si trova spesso nei dettagli, nei centimetri, nelle porzioni di arte e bellezza, che magari ci sorprende proprio dove non ce lo aspettiamo.

Le Porte di Ravenna

Le Porte di Ravenna

Le Porte sono simboli, tracce di una Ravenna sospesa in un’altra epoca. Un arco di tempo lontano dai Regni e dagli Imperi, ma a cavallo in quei secoli fondamentali tra Rinascimento e Unità d’Italia.

Le Porte sono monumenti. Ognuna con la propria architettura, la propria storia, la propria leggenda.

Le Porte sono… portali dello spazio e del tempo. Mentre le mura cedono o sono state smantellate nel corso del tempo perché hanno esaurito la loro funzione, le porte d’accesso alla città vengono conservate, protette e ristrutturate. Restano lì, come perni del tessuto urbano, a ricordarci la Storia e a rinnovare l’idea del bello e della tradizione.

Ichnografia Urbis Antiquae Ravennae (1722, particolare)

Ichnografia Urbis Antiquae Ravennae (1722, particolare)


IL PORTONACCIO O PORTA GONZAGA

Cominciamo con un’eccezione. Questa Porta non è una Porta. Ha tutte le caratteristiche di una Porta (si trova all’estremità sud del Borgo San Rocco), ma non si trovava lungo il perimetro delle mura. Dunque qual era la sua funzione?

Il Cardinale Gonzaga la fece costruire in occasione dei lavori sulla rinnovata strada per Forlì, nel 1785. Da costui prende il nome questo pregevole manufatto, che è dunque più un arco celebrativo che un vero e proprio fornice d’accesso alla città.

Secondo Corrado Ricci non è tuttavia improbabile che sia stata edificata nel luogo ove in precedenza sorgeva un avamposto fortificato delle mura cittadine.


PORTA ADRIANA

Porta Adriana (Ravenna)

Porta Adriana (Ravenna) | Foto © _l_italiano, via Instagram

La più grande, la più famosa, la più bella. Segna il confine del centro storico, tra via Cavour (una delle principali strade pedonali) e piazza Baracca. È il primo e forse più esplicito esempio della travagliata vita che accomuna tutte le Porte di Ravenna.

Il nome le fu dato, forse, a memoria della famiglia degli Andriani, benestanti signorotti locali. Costruita in epoca incerta, venne spostata, poi rimontata dove si trova ora. Venne arricchita con i marmi della Porta Aurea, di origine romana, malamente demolita nel 1545. Durante il dominio di Venezia fu arricchita da due leoni, poi mutilati vero la fine del 1700.
La facciata fu ingrandita, le torri laterali divennero tozzi bastioni quadrati, il ponte sul fiume Montone, che le scorreva di fronte e poi attorno al centro storico, fu demolito nel 1774.  Il passaggio di Papa Pio IX, nel 1857, la arricchì di guglie e pini decorativi. Un destino di mutamenti costanti, che accomuna, come dicevamo, tutte le porte della città.

Sul lato esterno è inoltre possibile poi scorgere un freccia che indica un bisonte nero e il numero 82. L’insegna è quasi certamente quella della 5° Divisione di fanteria “Kresowa” dell’esercito polacco, forse transitato da Ravenna poco prima o poco dopo lo sfondamento del fronte lungo la via Emilia. Coraggiosi, fascinosi, rissosi, i soldati polacchi lasciarono su quel muro un simbolo, romanticamente conservato, di un passaggio (in tutti i sensi) cruciale della storia di tutti.


PORTA SERRATA (O ANASTASIA O CYBO)

Porta Serrata (Ravenna)

Porta Serrata (Ravenna) | Foto © eldem20_09, via Instagram

Tre nomi per una porta. Una grande porta, alla fine di via di Roma, che annuncia uno dei pochi tratti in lieve pendenza di Ravenna.

Il primo epiteto, Serrata, sembra derivare da una leggenda legata alla famiglia dei Da Polenta, che spadroneggò da queste parti tra la fine del 1200 e la metà del 1400. Pare che una profezia avesse predetto la loro cacciata dalla città proprio attraverso tale porta. Essi la fecero dunque murare e così rimase per molti decenni, finché Papa Giulio II la riaprì, ma solo nel 1511.

Il nome di Anastasia forse le venne dato in onore di Nastagio degli Onesti, ravennate eminente del XII secolo, protagonista di una delle novelle del Decameron di Boccaccio.

Cybo, invece, in riferimento al Cardinale Cybo, il quale la fece restaurare dopo un crollo parziale del 1600, imponendole il suo nome. Ordinanza che tuttavia i ravennati non accettarono mai nei fatti, continuando a chiamarla Porta Serrata.


PORTA NUOVA O PANPHILI

Si trova dalla parte opposta di via di Roma e chiude la traiettoria nord-sud delle mura cittadine. Ricostruita nel 1580, da cui il termine “Nuova”, venne poi restaurata a metà del ‘600 forse su progetto del Bernini. È una delle più belle della città e per i ravennati è sempre “Nuova”, anche se ha oltre quattrocento anni.

Il Cardinale Donghi, a cui si deve il restauro, fu il promotore dello scavo del canale “Pamphilio” che aveva il compito di collegare la città al vecchio porto Candiano. Due lapidi alla base ricordano ancora quella grandiosa impresa ingegneristica e civile.

Agli inizi del ‘900, il tramvai su rotaie che collegava Ravenna e Forlì passava proprio sotto la porta (allora ancora collegata alle mura) e annoverava la fermata “Porta Pamphilia”.


PORTA SISI O URSICINA

Porta Sisi (Ravenna)

Porta Sisi (Ravenna) | Foto © arrangiati2020, via Instagram

Delle due nomenclature, una forse è il diminutivo dell’altra. In documenti di varie epoche si trova traccia di una Porta Ursicinis, poi Usisina, Sisina, Sisna, Sicina, e finalmente, nel 1600 appare chiaramente il nome Sisi. Ursicino, santo cattolico di origine ligure, fu martire a Ravenna nel 66 d.C.

Nel 1568 venne rifatta nella bella e armoniosa forma attuale, ornata da due belle colonne di granito che sostengono il frontone sul quale è ancora scolpita la data del rifacimento. Questa porta era, ed è ancora, soffocata da vecchie costruzioni, tra via Mazzini e Via Castel San Pietro, tanto che pare un arco, quasi un portico, se non vi si presta attenzione.

Una curiosità: in uno statuto comunale del 1200 si proibisce, parole testuali “alle meretrici ed alle ruffiane di sostare nella pubblica via, specie nelle adiacenze di Porta Ursicina e di Porta Anastasia”.

Perché vengano citate solo quelle due porte però non ci è dato saperlo.


PORTA SAN MAMANTE

Il suo nome deriva dalla chiesa e dal monastero di San Mama, che sorgeva nelle vicinanze.

Edificata nel XI secolo nell’insieme di un complesso difensivo da tutti chiamato “I Bastioni” (ancora oggi la zona è detta “I basciòn”), fu testimone dell’inizio della Battaglia di Ravenna del 1512, con le truppe francesi che, per la prima volta  erano sostenute dall’artiglieria pesante. Solo dopo 90 anni da quei duri scontri la porta poté considerarsi completamente restaurata.

Anticamente tra questa porta e Porta Sisi entrava in città il Canale Padenna, per uscire poi dalla parte opposta nei pressi di Porta Serrata, dopo aver attraversato tutta la città.


PORTA AUREA

La Porta che non c’è. Nel periodo romano fu di certo la via d’accesso principale della città. Di fronte ad essa, dove oggi sorge l’ospedale civile, si trovava uno dei principali bacini navali di Ravenna, sede dell’imponente flotta dell’Adriatico.

Si ritiene sia stata edificata verso la metà del I° secolo dall’Imperatore Tiberio Claudio, lo stesso che fece costruire le prime mura di Ravenna. Era certamente decorata con opulenza, ricca di marmi e di intarsi.

Di questo maestoso ingresso alla città oggi rimangono soltanto i basamenti. Le due torri principali vennero demolite dai veneziani nel XV secolo e un secolo dopo venne definitivamente smantellata per ricavare materiale d’ornamento e da costruzione di altre Porte.

Indubbiamente fu una porta prestigiosa che qualcuno vorrebbe addirittura in parte dorata, da cui il nome di Aurea. Nei `”Lustri Ravennati” scritti da Serafino Pasolini si legge che “ella era adornata, tra l’altre cose, di due grandissimi specchi, acciò in essi si potessero specchiare li trionfanti entrando nella città”. Oltre che una porta essa fu, quindi, anche un “Arco di Trionfo” il che aumenta la nostra delusione per una così triste ed immeritata fine.

Gli animali fantastici della basilica San Giovanni Evangelista a Ravenna

Gli animali fantastici della basilica San Giovanni Evangelista a Ravenna

Basilica di San Giovanni Evangelista (Ravenna)

Basilica di San Giovanni Evangelista | Foto © edificistoriciravenna.it

Fra le pagine famose de Il nome della rosa di Umberto Eco vi sono quelle dedicate al portale della chiesa dell’abbazia, abitato da un lungo elenco di creature immaginifiche che spaziano dalle sirene ai dracontopodi, dai minotauri ai grifoni, dai coccodrilli ai cinocefali ai draghi. Un omnicomprensivo «bestiario di Satana» che lascia Adso in bilico tra fascinazione e terrore. 

Si tratta probabilmente di uno degli omaggi moderni più riusciti a quel capitolo della cultura e dell’arte medievale che non cessa di incantare per i suoi contenuti fantastici e favolistici: quello dei bestiari, dilagati nel mondo occidentale sul modello del Physiologus alessandrino.

La chiesa di San Giovanni Evangelista a Ravenna ne conserva un esempio in mosaico, eseguito in date lontane dall’epoca aurea e gloriosa della città. È il 1213 quando Guglielmo, abate del monastero benedettino sorto a ridosso della basilica placidiana, ordina l’innalzamento del piano pavimentale dell’edificio e la realizzazione di una nuova decorazione musiva.

I soggetti scelti rispondono al gusto enciclopedico del tempo, accostando alla vicende della Quarta Crociata da poco conclusa alcune scene ispirate a leggende e romanzi in voga e, appunto, un bestiario del quale oggi possiamo ammirare le raffigurazioni, più prosaiche, del lupo, dell’oca, dei pesci, della mucca, del cervo, e quelle, più favolose, della pantera, del grifone, dell’unicorno, della sirena e della lamia.

Basilica di San Giovanni Evangelista (Ravenna)

Basilica di San Giovanni Evangelista | Foto © edificistoriciravenna.it

Disposte originariamente in maniera contigua lungo la navata mediana, le immagini del mondo animale assumono valenze simboliche che disvelano ai mortali dogmi dottrinali e insegnamenti etici e morali.
La realtà fenomenica, creazione divina, è infatti intesa dall’uomo medievale come specchio di verità superiori. Tutto il sapere antico, dalle sacre scritture ai testi enciclopedici e ai trattati scientifici greci e latini, partecipa alla decifrazione di questa foresta di simboli, la cui corretta interpretazione più farsi guida nel percorso di riavvicinamento al divino.

Incontriamo così il LUPO, che nei testi sacri è sovente contrapposto all’agnello. Come quest’ultimo, animale sacrificale per eccellenza nella sua immacolata perfezione, è immagine di Cristo, così la bestia selvaggia si fa incarnazione del demonio, costante minaccia per il gregge dei fedeli disperso nel mondo. Al contempo, in base alla leggenda per cui il collo del lupo è rigido e impossibilitato a chinarsi, la fiera diviene emblema e monito contro il peccato della superbia, colpa somma Lucifero, il principe degli angeli ribelli.

Al lupo segue il CERVO, che nel Salmo 42,1 è similitudine, nella sua brama dell’acqua, dell’anima del fedele che anela a Dio. Il cervo è anche immagine del peccatore che purga i suoi peccati: era infatti credenza antica che quest’animale fosse in grado di stanare il serpente, divorarlo, e poi purificarsi dal veleno bagnandosi in fonti di acqua pura.

Nei bestiari medievali il nome della PANTERA affonda le proprie radici nel greco pan, tutto; per questo motivo la fiera diviene simbolo di Cristo, salvatore di tutto il creato. Il parallelismo con il Cristo è sottolineato anche nel Physiologus dove si racconta come la pantera, dopo aver mangiato, dorma tre giorni per poi emette un ruggito e un dolce profumo che invita tutti gli animali a seguirla: facile trasposizione della morte e resurrezione del Signore e del suo farsi guida del genere umano verso la salvezza.

Mostri compositi e dalle molteplici nature sono sia la SIRENA sia il GRIFONE. Tentatrice per eccellenza fin dalle pagine dell’Odissea, la sirena, creatura metà donna e metà pesce, è ammonimento costante contro le seduzioni effimere dei piaceri terreni. Significato simile ha il grifone, simbolo del pericolo e degli inganni che sempre incombono sull’uomo penitente. Al contempo però, col suo corpo di leone e le ali e artigli d’aquila, il grifone si fa nel pensiero teologico immagine del Cristo nella sua duplice natura umana e divina.

Solitario e inavvicinabile è l’UNICORNO nelle credenze medievali, e solo con l’inganno può essere catturato: ancora il Physiologus racconta infatti come quest’animale si lasci avvicinare esclusivamente da giovani vergini, nel cui grembo cade addormentato. Nell’interpretazione cristiana esso si fa quindi immagine del Figlio, incarnatosi nel ventre della Vergine Maria.
Forte fu la delusione di Marco Polo quando, nel suo viaggio in Oriente, scoprì che gli unicorni erano grandi quanto elefanti, pelosi, con la testa di cinghiale e amanti della melma e del fango. L’immaginario fantastico medievale mal si conciliava infatti con la realtà concreta, e il rinoceronte poco aveva a che fare con l’incanto seduttivo degli aristocratici unicorni.