#SalutidaRavenna, qual è il tuo posto del cuore a Ravenna?

#SalutidaRavenna, qual è il tuo posto del cuore a Ravenna?

Sarà una prima primavera diversa dal solito quest’anno, è inevitabile.
Mancheranno le masse di studenti in gita per le strade del centro, il vociare dei cittadini che il sabato mattina si ritrovano in Piazza del Popolo, i turisti davanti ai monumenti Unesco e anche le code in direzione delle spiagge per godersi una rilassante Pasquetta tra amici e parenti.

Avete presente quella luce che lambisce via Cavour nei pomeriggi assolati, che acceca mentre la si percorre in bicicletta verso Porta Adriana? E le margherite che spuntano sui prati verdi dei Giardini Pubblici o della Rocca Brancaleone?

A noi mancheranno molto! Come del resto le pause pranzo sospesi sulle panchine in Piazza Kennedy, le prime uscite serali e gli apertivi al mare aspettando il tramonto.

Per questo, oggi più che mai, sentiamo la necessità di rivivere nei nostri occhi e nella nostra memoria quei luoghi, per ricordarci la loro bellezza e aumentare – soprattutto quando tutto sarà finito (speriamo presto!) – la consapevolezza e la fortuna di vivere in una delle Regioni più belle del mondo.

#SalutidaRavenna

Abbiamo pensato di mettere in moto un piccolo progetto.
Lo abbiamo chiamato #SalutidaRavenna, riferendoci alle vecchie cartoline che un tempo si spedivano quando si andava in vacanza in una determinata località.

Questa volta però la prospettiva cambia. Siamo noi cittadini a diventare ambasciatori. Siamo noi chiamati a diventare narratori attivi della città e delle sue bellezze e spedire da Ravenna a tutto il mondo una cartolina, un abbraccio virtuale di speranza e bellezza.

Come partecipare?

  1. Scegliete una o più foto di Ravenna a cui siete particolarmente legati che avete scattato prima dell’emergenza CoVid-19;
  2. Pubblicatela sul vostro profilo Instagram o Facebook, taggando @RavennaTourism (Facebook | Instagram) e inserendo l’hashtag #SalutidaRavenna. Possono essere anche foto già presenti sui vostri profili a cui potete aggiungere menzione e hashtag;
  3. Taggate nei commenti 5 persone a cui volete inviare il vostro saluto, invitandoli a tornare a Ravenna quando tutto questo sarà finito.

Un ringraziamento per le foto va ai ragazzi del progetto #arRAngiati – La Maratona Fotografica più divertente di Ravenna

Teodora, la donna diventata Imperatrice

Teodora, la donna diventata Imperatrice

Che la bella e intrigante TEODORA abbia usato il proprio corpo e il proprio fascino per sedurre il futuro Imperatore GIUSTINIANO, non abbiamo motivo di dubitare.
Né lo ha fatto alcuno storico, fino alla fine dell’Ottocento: “Con lei la prostituzione è salita al trono” scriverà Montesquieu.

Procopio, d’altronde, sul mestiere svolto da Teodora nella prima giovinezza, aveva fornito una serie di dettagli di una precisione tale da non poterli né equivocare né ritenere inventati. Tuttavia lo stesso aveva apertamente tralasciato di testimoniare che, dall’epoca del matrimonio con Giustiniano in poi, la condotta dell’imperatrice fu irreprensibile e che Giustiniano non era né succube della moglie né soggiogato dal suo fascino, ma un uomo che agiva e pensava in perfetta sintonia con la sua sposa di cui nutriva un profondo rispetto.

Fu costante il desiderio di Giustiniano di associarla ai suoi trionfi militari e agli splendori del regno. Nelle occasioni più importanti, Giustiniano consultava sempre la consorte che “Dio le aveva dato in dono” (Teodora = Dono di Dio).


Procopio tralascerà anche di menzionare l’importantissimo ruolo svolto da Teodora durante la rivolta di Nika del 532 d.C. che, senza il suo pronto e decisivo intervento, avrebbe avuto esiti alquanto drammatici. Si trattò di una rivolta popolare conseguente all’inasprimento fiscale voluto da Giustiniano per finanziare i suoi progetti di conquista.
La sommossa fu portata avanti dalle due tifoserie dell’Ippodromo, i Verdi e gli Azzurri, che si coalizzarono contro l’Imperatore e i suoi corrotti funzionari. Costantinopoli fu messa a ferro e fuoco, i ribelli devastarono anche il vestibolo del Palazzo Imperiale e la Basilica di Santa Sofia, Giustiniano in preda al panico, pensò allora di fuggire.

Fu soltanto grazie all’intervento di Teodora che la situazione non precipitò. L’Imperatrice tenne in Senato un discorso così fiero che portò il marito a desistere dal suo intento. “Quand’anche l’unica salvezza stesse nella fuga, io non fuggirò. Terrò fede all’antico detto per cui la porpora è il miglior sudario”. Giustiniano non solo non fuggì ma diede vita ad una durissima repressione affidata ai due generali Belisario e Narsete. Sedata la rivolta, Santa Sofia venne ricostruita nelle sue vesti attuali in soli 5 anni. 

L’immagine e il ruolo di Teodora saranno riabilitati solo in età contemporanea. La recente storiografia ha rivalutato l’immagine della moglie di Giustiniano prendendo spunto da fonti coeve, ben diverse da quelle di Procopio, che attestavano, ad esempio, la sensibilità dell’Imperatrice ai problemi e alle difficoltà delle categorie più deboli, specie delle donne.

Imperatrice Teodora in un dipinto di Benjamin Constant (1845-1902)

Imperatrice Teodora in un dipinto di Benjamin Constant (1845-1902)

Giustiniano, nel Corpus Iuris Civilis, base del diritto occidentale moderno, promulgherà una serie di leggi, probabilmente per influsso diretto della moglie, volte a regolamentare il diritto matrimoniale, migliorando sensibilmente la condizione femminile.

Teodora morirà nel 548, un anno dopo la consacrazione della Basilica di San Vitale di Ravenna che conserva il suo famosissimo ritratto in mosaico, all’età di 48 anni lasciando Giustiniano solo e smarrito. Teodora morirà probabilmente con il rimpianto di non aver potuto dare eredi a quell’immenso Impero che anche lei aveva contribuito a creare.

Gli animali fantastici della basilica San Giovanni Evangelista a Ravenna

Gli animali fantastici della basilica San Giovanni Evangelista a Ravenna

Basilica di San Giovanni Evangelista (Ravenna)

Basilica di San Giovanni Evangelista | Foto © edificistoriciravenna.it

Fra le pagine famose de Il nome della rosa di Umberto Eco vi sono quelle dedicate al portale della chiesa dell’abbazia, abitato da un lungo elenco di creature immaginifiche che spaziano dalle sirene ai dracontopodi, dai minotauri ai grifoni, dai coccodrilli ai cinocefali ai draghi. Un omnicomprensivo «bestiario di Satana» che lascia Adso in bilico tra fascinazione e terrore. 

Si tratta probabilmente di uno degli omaggi moderni più riusciti a quel capitolo della cultura e dell’arte medievale che non cessa di incantare per i suoi contenuti fantastici e favolistici: quello dei bestiari, dilagati nel mondo occidentale sul modello del Physiologus alessandrino.

La chiesa di San Giovanni Evangelista a Ravenna ne conserva un esempio in mosaico, eseguito in date lontane dall’epoca aurea e gloriosa della città. È il 1213 quando Guglielmo, abate del monastero benedettino sorto a ridosso della basilica placidiana, ordina l’innalzamento del piano pavimentale dell’edificio e la realizzazione di una nuova decorazione musiva.

I soggetti scelti rispondono al gusto enciclopedico del tempo, accostando alla vicende della Quarta Crociata da poco conclusa alcune scene ispirate a leggende e romanzi in voga e, appunto, un bestiario del quale oggi possiamo ammirare le raffigurazioni, più prosaiche, del lupo, dell’oca, dei pesci, della mucca, del cervo, e quelle, più favolose, della pantera, del grifone, dell’unicorno, della sirena e della lamia.

Basilica di San Giovanni Evangelista (Ravenna)

Basilica di San Giovanni Evangelista | Foto © edificistoriciravenna.it

Disposte originariamente in maniera contigua lungo la navata mediana, le immagini del mondo animale assumono valenze simboliche che disvelano ai mortali dogmi dottrinali e insegnamenti etici e morali.
La realtà fenomenica, creazione divina, è infatti intesa dall’uomo medievale come specchio di verità superiori. Tutto il sapere antico, dalle sacre scritture ai testi enciclopedici e ai trattati scientifici greci e latini, partecipa alla decifrazione di questa foresta di simboli, la cui corretta interpretazione più farsi guida nel percorso di riavvicinamento al divino.

Incontriamo così il LUPO, che nei testi sacri è sovente contrapposto all’agnello. Come quest’ultimo, animale sacrificale per eccellenza nella sua immacolata perfezione, è immagine di Cristo, così la bestia selvaggia si fa incarnazione del demonio, costante minaccia per il gregge dei fedeli disperso nel mondo. Al contempo, in base alla leggenda per cui il collo del lupo è rigido e impossibilitato a chinarsi, la fiera diviene emblema e monito contro il peccato della superbia, colpa somma Lucifero, il principe degli angeli ribelli.

Al lupo segue il CERVO, che nel Salmo 42,1 è similitudine, nella sua brama dell’acqua, dell’anima del fedele che anela a Dio. Il cervo è anche immagine del peccatore che purga i suoi peccati: era infatti credenza antica che quest’animale fosse in grado di stanare il serpente, divorarlo, e poi purificarsi dal veleno bagnandosi in fonti di acqua pura.

Nei bestiari medievali il nome della PANTERA affonda le proprie radici nel greco pan, tutto; per questo motivo la fiera diviene simbolo di Cristo, salvatore di tutto il creato. Il parallelismo con il Cristo è sottolineato anche nel Physiologus dove si racconta come la pantera, dopo aver mangiato, dorma tre giorni per poi emette un ruggito e un dolce profumo che invita tutti gli animali a seguirla: facile trasposizione della morte e resurrezione del Signore e del suo farsi guida del genere umano verso la salvezza.

Mostri compositi e dalle molteplici nature sono sia la SIRENA sia il GRIFONE. Tentatrice per eccellenza fin dalle pagine dell’Odissea, la sirena, creatura metà donna e metà pesce, è ammonimento costante contro le seduzioni effimere dei piaceri terreni. Significato simile ha il grifone, simbolo del pericolo e degli inganni che sempre incombono sull’uomo penitente. Al contempo però, col suo corpo di leone e le ali e artigli d’aquila, il grifone si fa nel pensiero teologico immagine del Cristo nella sua duplice natura umana e divina.

Solitario e inavvicinabile è l’UNICORNO nelle credenze medievali, e solo con l’inganno può essere catturato: ancora il Physiologus racconta infatti come quest’animale si lasci avvicinare esclusivamente da giovani vergini, nel cui grembo cade addormentato. Nell’interpretazione cristiana esso si fa quindi immagine del Figlio, incarnatosi nel ventre della Vergine Maria.
Forte fu la delusione di Marco Polo quando, nel suo viaggio in Oriente, scoprì che gli unicorni erano grandi quanto elefanti, pelosi, con la testa di cinghiale e amanti della melma e del fango. L’immaginario fantastico medievale mal si conciliava infatti con la realtà concreta, e il rinoceronte poco aveva a che fare con l’incanto seduttivo degli aristocratici unicorni.

Alcuni consigli di lettura per conoscere meglio Ravenna

Alcuni consigli di lettura per conoscere meglio Ravenna

Il periodo non è dei migliori, lo sappiamo. Non possiamo farci nulla se non rispettare le norme che ci vengono imposte giustamente dal nostro Governo che ci richiedono lo sforzo di rimanere a casa.

Ben presto la situazione tornerà alla normalità ma nel mentre dobbiamo usare la testa e usare il tempo a nostra disposizione per informarci e conoscere di più il mondo attorno a noi.

Torneremo a viaggiare, questo è sicuro. E Ravenna sarà ancora qui per accogliervi e stupirvi, come sempre solatia, divertente, colta e golosa. 

Per alleggerire la vostra permanenza in casa abbiamo selezionato un piccolo elenco di libri che raccontano qualcosa di più sulla nostra città. Così da trarre qualche ispirazione, rigorosamente seduti sul divano, in vista di un prossimo viaggio, magari proprio da queste parti.


Guide (non convenzionali) su Ravenna

Partiamo col botto. Proviamo a mettere in campo subito un Premio Nobel, un cittadino onorario di Ravenna, il Giullare per eccellenza. Avete capito di chi si tratta, vero?

Dario Fo ha scritto LA VERA STORIA DI RAVENNA (Franco Cosimo Panini), una raccolta dal titolo volutamente provocatorio di aneddoti e leggende della storia romana e bizantina.
Oltre alla parte testuale, al suo interno sono raccolte anche 150 tavole pittoriche dello stesso Fo, per illustrare meglio, tra curiosità e leggenda, gli eventi di cui parla. Ne abbiamo parlato nel dettaglio qualche tempo fa in in un altro articolo.
Insomma, una storia irriverente e volutamente provocatoria, per suscitare qualche risata ma anche qualche sana stortura di naso. Una staffilata, come solo Dario Fo era in grado di fare.

Ingrid Perini ha scritto RAVENNA, UNA GUIDA (Odós). Si tratta di un approccio innamorato, da insider, attraverso il quale riesce a regalarci dieci passeggiate alla scoperta dei mosaici, dei giardini, delle piallasse, dei festival, dei silenzi e delle piadine. Dalla Sicilia, sua terra d’adozione, ci porta nel cuore di Ravenna che ogni volta la accoglie con il suo calore, il dialetto, e i cappelletti della nonna.

Eraldo Baldini ci porta invece tra I MISTERI DI RAVENNA. LA FACCIA NASCOSTA DELLA STORIA E DELLA MEMORIA (“Il Ponte Vecchio” edizioni). Una città che ha attraversato così tanti secoli e che è stata tre volte capitale ha sempre molto da svelare e nascondere. Tra momenti di splendore e periodi d’ombra, pinete e lagune, tesori d’arte e di natura, è possibile incontrare il fascino forte e duraturo dei personaggi che ne furono protagonisti, a volte quasi sconosciuti.

Come poi dimenticare, invece, un recente volume sulla storia della città, edito sempre da “Il Ponte Vecchio”, dal titolo STORIA DI RAVENNA. DALLA PREISTORIA ALL’ANNO DUEMILA e scritto a due mani da Paola Novara e Alessandro Luparini.
Un vero e proprio viaggio senza soluzione di continuità che dall’impareggiabile patrimonio artistico e architettonico dell’Antichità ci porta, passando per Dante e il Medioevo, dritti fino alla storia del Novecento con il movimento cooperativo e la nascita di alcuni partiti destinati a segnare la storia d’Italia.

In Romagna, e pertanto anche a Ravenna, non si può prescindere dal dialetto, forse uno dei più divertenti d’Italia. Ed è così che Marcello Minghetti ha pensato di mettere insieme una quarantina di sonetti romagnoli (con traduzione, non vi preoccupate!) e un centinaio di foto d’epoca per lo più inedite, per un’originalissima guida agli antichi rioni della città.
A VAION PER RAVENNA (A SPASSO PER RAVENNA) è l’affascinante rivisitazione degli studi toponomastici di Don Mario Mazzotti, corredata da notizie storiche, poesie e illustrazioni.


LIBRI PER I PIÙ PICCOLI

E per i più piccoli? Anche per le famiglie e i loro figli ci sono un sacco di spunti letterari a cui far riferimento se si vuole conoscere la storia della città di Ravenna, divertendosi.

Si può iniziare ad esempio da un’eroina nazionale dell’editoria per bambini, la celebre cagnolina PIMPA di Altan.
LA PIMPA VA A RAVENNA (Franco Cosimo Panini) è un bellissimo modo per conoscere i particolari della città, giocando e seguendo il mitico personaggio di Altan. Un nascondino tra monumenti e piazze, per svelare a poco a poco la città e il mare.

Imperdibili poi sono i due volumi scritti dalla guida turistica locale Silvia Togni UNA PIGNA PER RAVENNA e A RAVENNA UNA PIGNA TIRA L’ALTRA. ANDANDO PER VALLI E PINETE, entrambi Longo editore.
Due piccoli libri, rivolti sopratutto ai ragazzi, per comprendere meglio l’importanza della storia di Ravenna e del patrimonio naturalistico, inseguendo i consigli di una simpatica pigna.

PASSEGGIATA PER RAVENNA. 100 MONUMENTI IN 1 GIORNO. MINI GUIDA PER GIOVANI PEDONI (edizioni del Girasole) è invece la guida pensata da Scilla Cicognani con il desiderio di far sentire ai giovanissimi il fascino di questa città, camminando per le sue strade ciottolate con il naso all’insù a osservare ogni particolare.


LIBRI DI CUCINA

E infine, come abbiamo già iniziato a fare in un articolo di qualche tempo fa, alcuni spunti per iniziare a gustare la Romagna da casa vostra, in attesa di incontrarci da queste parti, brindando alla ritrovata libertà.

LA CUCINA ROMAGNOLA ILLUSTRATA (Edit Romagna) tra le oltre 200 ricette tipiche delle varie province contiene anche la versione ravennate di piadina e cappelletti, passateli e tante prelibatezze di carne e pesce.

A seguire, LA CUCINA DELLA ROMAGNA (Newton Compton Editori), un libricino facile e veloce ma davvero ben fatto, della bolognese Laura Rangoni, che lo illustra così:

Piadina a parte, la Romagna è ormai più nota come luogo di divertimenti che di cultura gastronomica. In realtà i romagnoli sono sempre stati maestri nell’arte di trarre il meglio dalla loro terra, indiscutibilmente più povera rispetto alla grassa e vicina Emilia, sostituendo con l’inventiva e la fantasia ciò che la natura somministrava con parsimonia. E le preparazioni tradizionali sono impregnate dello spirito un po’ anarchico e “ruvido” della gente, come dimostrano, simbolicamente, gli strozzapreti. Ricca e variegata, poi, è la cucina di pesce, che pure resta improntata all’essenzialità, poiché, in Romagna, ciò che conta è lo spirito, il cuore aperto, l’amicizia e la generosità nella condivisione. E questo principio a tavola vale in ogni occasione, sia per le pietanze della festa, come i cappelletti, sia davanti a qualche semplice ma gustoso sardoncello alla griglia.

E infine come non perdersi nella lettura dei libri del giornalista e gastronomo Graziano Pozzetto che ci porta dritti alla scoperta della cucina romagnola in tutte le sue forme e i suoi piatti. Il nostro consiglio allora è lasciarsi andare alla lettura dell’ENCICLOPEDIA ENOGASTRONOMICA DELLA ROMAGNA (VOLUME I, II E III) ma anche il più recente e irriverente CARO VECCHIO PORCO TI VOGLIO BENE. LA TRADIZIONE DEL MAIALE IN ROMAGNA.

Buona lettura a tutti e #iorestoacasa!

Ravenna e i suoi Porti

Ravenna e i suoi Porti

Questo porto ci dicono Cangiano
perché andando da qui si va a Marina…
dai “Sonetti Romagnoli” di Olindo Guerrini.

Nata sull’acqua, Ravenna si è vista nei secoli allontanarsi dal mare per l’incessante rimodellamento del Delta del Po. Il suo è, fin dall’antichità, un territorio fragile e mutevole in balìa del mare, dei fiumi e del clima. 

Ravenna, da “città di acque correnti” situata al centro di una laguna viva, si è pertanto trasformata progressivamente in una “città di terra”.

Consapevole dell’importanza di non interrompere questo rapporto, la città si è dotata di un cordone ombelicale, una vera e propria cerniera, che la collegasse all’Adriatico, al mondo. È questa, in sintesi, la storia dei porti di Ravenna.

Dal porto militare di Classe di età augustea a quello commerciale di epoca tardoantica, dal Porto Coriandro, dove probabilmente è sbarcato l’enorme monolite del Mausoleo di Teodorico, al Porto Candiano, posto alla foce del canale Pamphilio che sfociava “In sul lito Adriano” nei pressi della “Turaza”, fino all’attuale canale naviglio Corsini voluto da Giulio Alberoni, il Cardinale Legato al quale dobbiamo il riassetto idraulico che oggi conosciamo.

Ricostruzione di Ravenna (I secolo d.C.)

Ricostruzione di Ravenna (I secolo d.C.) | Foto tratta da http://tamoravenna.info/

Questa trasformazione è avvenuta tra il 1735 e il 1740. Fino ad allora, per secoli, Ravenna era stata una città dove la presenza dell’acqua era stata incombente e massiccia.
Una città in cui la gente aveva a che fare tutti i giorni con l’acqua perché doveva attraversare ponti, si trovava gli argini dei fiumi davanti a casa, respirava nelle stagioni più calde i miasmi di acqua putrida che faticava a scorrere verso il mare.

L’acqua venne definitivamente allontanata dalla città nella prima metà del XVIII secolo in seguito alla diversione dei fiumi Ronco e Montone negli attuali Fiumi Uniti e alla costruzione di Porto Corsini (l’attuale Marina di Ravenna) avvenuta a partire dal 1735 per iniziativa, come già ricordato, del Cardinale Legato Giulio Alberoni (il nome Corsini è il nome del Papa regnante, Clemente XII Corsini). 

Canale Corsini (Ravenna) | Foto © Biserni

Il porto, collegato al centro urbano attraverso un ampio canale navigabile, avrebbe dovuto rilanciare Ravenna come scalo principale nello Stato Pontificio, ma il suo effettivo sviluppo è successivo di oltre un secolo alla costruzione.

Con l’unificazione italiana (1861) e la costruzione della rete ferroviaria (1863), Porto Corsini divenne infatti uno dei luoghi strategici per l’economia ravennate, sia come scalo commerciale che come prima meta del turismo balneare.

Il riconoscimento di Porto Corsini come “porto nazionale”, voluto da Luigi Carlo Farini nel 1860, costituì la premessa alle opere di allargamento del canale e di sistemazione delle banchine, intraprese a partire dal 1870.

In seguito a queste opere, si insediarono, nei pressi della Stazione Ferroviaria e della Dogana, una serie di opifici e magazzini che costituirono il primo nucleo di un comparto manifatturiero destinato a crescere già fra le due guerre mondiali.

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

È curioso che ancora oggi i ravennati preferiscano chiamare il canale navigabile col nome “Candiano” e non con quello ufficiale “Corsini”, probabilmente perché sono rimasti affezionati al nome del vecchio porto ubicato a sud della città.
Candiano è in realtà un nome assai antico la cui etimologia, non nota, risale all’idronimo Candidiano che si riferiva ad uno dei corsi d’acqua che lambivano la città. Candiano è quindi un termine riferito all’acqua, alla città portuale, alle sue isole e, in epoca più recente, al canale Pamphilio. 

Sul braccio interno del canale, si trovava la cosiddetta Darsena dei velieri, che giungeva fin sotto la chiesa dei SS. Simone e Giuda (costruita tra il 1898 e il 1902), ove furono costruiti i magazzini del porto d’epoca settecentesca che Marco Fantuzzi, il magistrato illuminato di Ravenna, fece costruire su progetto di Camillo Morigia. Progetto che riporta la data del 1781.

La Darsena dei velieri, colpita dai bombardamenti aerei del 1944, venne definitivamente tombata nel Secondo Dopoguerra e dagli anni settanta i traffici marittimi si spostarono quasi interamente alle nuove Darsene San Vitale e alla penisola Trattaroli. 

La Dogana ha avuto diverse collocazioni. Inizialmente, come si vede in tante fotografie, la Regia Dogana era ubicata in testa Candiano, proprio di fianco alla Stazione Ferroviaria, poi nel 1930 fu inaugurata una nuova sede, di fianco alla Capitaneria di Porto. Distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale fu ricostruita dal lato opposto del Candiano, dove oggi ha sede la Polizia Municipale.

Moltissimi gli stabilimenti industriali e commerciali sorti sulle sponde delle vecchie darsene: raffinerie di zolfo, fornaci per mattoni, stabilimenti di legnami, fabbriche di concimi chimici, fonderie, jutifici…

È interessante notare che in molte di queste fabbriche fosse prevalente la manodopera femminile. Sia la “Saccheria Ravennate Callegari & Ghigi” sia lo “Jutificio Montecatini” assunsero centinaia di lavoratrici che si emanciparono così dalla dipendenza dal lavoro maschile e dalle mansioni domestiche.

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

Quasi tutte donne erano anche le dipendenti della “Società Conserve Alimentari Conti, Calda & C.”, più nota come “Pandurera”, stabilimento sorto a fianco della Raffineria Almagià nel 1906; inizialmente si trattava di una raffineria di zolfo, la “Lama, Giacometti & C.” ma come raffineria ebbe vita brevissima, tant’è che alla fine dello stesso anno si riconvertì in fabbrica di conserve.

Durante la Prima Guerra Mondiale la cosiddetta “Pandurera” fu colpita da un bombardamento aereo. È curioso ricordare che la grande quantità di pomodoro sparso un po’ ovunque fu scambiato per sangue e inizialmente trasse in inganno i soccorritori che temettero una strage fra le operaie, che invece si erano allontanate in tempo.

Oggi Ravenna non è più una città d’acqua, il mare si è ritirato di oltre 10 km a causa dei sedimenti depositati dal Po e dai suoi tanti affluenti, le acque toccano la città solo presso la Darsena.
Quest’area emerge fortemente come un luogo che possiede tutte le potenzialità di una “cerniera” fra il centro storico di Ravenna e il litorale e che per questo andrebbe il più possibile valorizzata.


#myRavennAmbassadors – La storia di Ravenna e del suo territorio comodamente seduti sul divano di casa vostra.

La Bellezza di Ravenna in 5 Tappe

La Bellezza di Ravenna in 5 Tappe

Dostoevskij sosteneva che l’esperienza del bello può influenzare le nostre emozioni, dunque i nostri pensieri, intenzioni e persino le nostre azioni verso l’altro. La bellezza dà speranza, avvicina ed eleva, e più siamo capaci di apprezzarla, più innalziamo il nostro livello di benessere. Insomma: la bellezza fa bene!

Ma cosa vuol dire Bellezza? Esiste una Bellezza universale, un bello che vale per tutti? Un fiore, un sorriso, un’opera d’arte famosa sono belli per forza? Difficile dirlo. Più probabilmente esiste il concetto di Bellezza, che ognuno può incontrare dove vuole, trovare le sue bellezze, quelle che lo ispirano e lo rendono migliore.

E se è vero che una certa predisposizione a fare esperienza della bellezza è innata, è altrettanto vero che l’occhio da esteta può essere esercitato. Proviamo dunque a proporre un allenamento in cinque tappe, attraverso le bellezze di Ravenna. Ce ne sono ovunque. A volte le diamo per scontate. Riscopriamole, come il sentiero verso una nuova ispirazione.


Il bel Guidarello

La rigidità dell’armatura, scolpita nel marmo, contrasta con la morbida espressività del volto di Guidarello Guidarelli, cavaliere ravennate al soldo dei Borgia nel ‘500, la cui ultima immagine dimora al MAR – Museo d’Arte di Ravenna.
Partiamo da qui, dal contrasto tra un esterno aspro ma funzionale e un interno delicato, che quasi straborda, nell’unico punto vulnerabile della corazza, il punto più vero: il volto. Cerca dolcezza, cerca luce, cerca vita al di là e al di fuori del suo abito d’acciaio, oltre la battaglia, oltre il sacrificio. La sua leggenda, non a caso, è legata a un bacio.
Un gesto di speranza, un gesto di bellezza, dove non ci si aspetterebbe di trovare né l’una, né l’altra. Attorno alla sua figura si irradia la pinacoteca, che già nel nome si presenta come uno “scrigno” di bellezze, da assaporare, con occhi nuovi, con lentezza e delizia.

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli, Museo MAR di Ravenna (1525 d.C.)

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli, Museo MAR di Ravenna (1525 d.C.) | Foto © Archivio Comune di Ravenna


La Biblioteca delle Biblioteche

Sulla porta dell’antica biblioteca del monastero camaldolese, oggi Aula Magna della Biblioteca Classense (momentaneamente in restauro), troneggia il monito: “In Studium, non in Spectaculum.”
È uno stucco dorato, in cima a due scalinate convergenti, che conducono a un massiccio portone in legno. Come a dire: da qualunque parte tu giunga, ti è concesso entrare, ma rifletti con attenzione. Ciò che è importante, ciò che è vero e che è degno (in una parola, il Bello), non sta nello spettacolo, nello sfoggiare (o in un’altra accezione del termine latino, nell’essere mero spettatore), ma nello studio e nella contemplazione. I libri non sono oggetti di arredo, vanno aperti e letti e vissuti.

La biblioteca Classense (Ravenna)

La biblioteca Classense (Ravenna) | Foto © Maratona Fotografica arRAngiati

Una volta oltrepassata la soglia si può rimanere in soggezione per lo splendore antico del luogo e per la mole di conoscenza che conserva. E quella è solo la prima di una serie di stanze molto simili, che si susseguono (ma non si vedono). Poi sovviene il monito sul portale. Non stare solo a guardare, esplora e cogli ciò che puoi. E quando uscirai di qui, ricordati di questo modo di cercare la Bellezza.

A volte, poi, la Storia crea dettagli così densi che si decide di non cancellarli, anche quando si potrebbe. La parete dell’ex refettorio del monastero, dal 1921 “Sala Dantesca” adibita a conferenze e cerimonie, è stato riaperto nel 2017 dopo anni di restauro.
I lavori hanno ripristinato, tra le altre cose, anche il dipinto “Le Nozze di Cana” del pittore Luca Longhi, situato sulla parete settentrionale. Nella parte in basso il dipinto appare più chiaro, quasi sbiadito. Il gesto è voluto, secondo le teorie del restauro moderno, per segnalare una parte mancante, frutto di un’alluvione che nel Seicento penetrò in quelle stanze e lambì i piedi dei convitati alle nozze, conferendo una seconda storia all’opera, oltre a quella della sua fattura. Oggi possiamo vedere il segno delle sue traversie, che sono poi quelle del complesso che la ospita e di tutta la città.

La Bellezza a volte può giacere nell’imperfetto, nel danneggiato, nell’irrimediabilmente compromesso. Ci ricorda che nulla è intoccabile ma anche che non ci sono errori, solo occasioni.

Le nozze di Cana di Luca Longhi (Biblioteca Classense, Ravenna)

Le nozze di Cana di Luca Longhi (Biblioteca Classense) | Ph. © Nitto1, via Wikimedia


Le Valli di Ravenna

Chiamare “valle” una distesa d’acqua lagunare compresa tra due sponde sabbiose ricoperte di canne è forse una delle massime espressioni poetiche della toponomastica romagnola. Ravenna è circondata da “valli” dove è possibile navigare, camminare, e osservare una natura sorprendente, così vicina alla città e alle opere dell’uomo.

Appena oltre la sponda nord del fiume Lamone si erge solitaria, quasi medievale, una torre di avvistamento. Salendo in cima e dando le spalle alla strada ci si ritrova in un paesaggio selvaggio e protetto, che resiste tra mare e campagna. Per qualche ora, la bellezza la cerchiamo in ciò che già esiste, ciò che non è stato toccato o modificato, per dargli un senso o uno scopo. La Natura è così, senza filtri o metafore. È bella per il suo equilibrio, a volte tremendo, ma puro e perfetto. Dall’alto della torre ci ricorda da dove proveniamo e ci chiede di non andarcene più.

Valli di Marina Romea | Foto © Archivio Fotografico Comune di Ravenna

Valli di Marina Romea | Foto © Archivio Fotografico Comune di Ravenna


Sulle spiagge di Ravenna

I ponti levatoi possono alimentare una sensazione di grandiosità via d’accesso a un luogo e un’epoca mitici, rievocano trombe d’ottone e zoccoli scalpitanti. La stessa impressione di preludio alla grandezza si può avere mettendo il primo piede nudo sulle passerelle che da alcuni anni introducono alle spiagge di Ravenna, solcando con grazie la pineta.

Inducono al silenzio, al rispetto, alla contemplazione. Si passa adagio un confine fisico, ma anche simbolico. Perché la spiaggia è un altro mondo, invisibile dalla strada, un mondo con i suoi tempi, i suoi odori, il suo orizzonte così diverso dalla città. Una città “terragna” come Ravenna, ma sorella del mare, che la attende poco distante, in ogni stagione, appena possibile. E allora godiamoci la passeggiata, un volo radente, anche per preservare questo habitat oramai ridotto, per entrare in punta di piedi verso l’incontro tra terra e acqua.


Il mausoleo di Galla Placidia

Facciamo un gioco. Non subito, ma tra poco. Ci siamo. Eccoci giunti al patrimonio dell’Umanità (non che il resto, fin qui declamato, non lo fosse!). Ne abbiamo scelto uno, tra gli otto, per concludere il nostro percorso di “educazione”, nell’accezione di “conduzione” ma anche di “estrazione” di bellezza. E ancora una volta restiamo sui dettagli e le ispirazioni inconsuete. Stiamo per entrare nel Mausoleo di Galla Placidia.

Attraversiamo il prato e ci dirigiamo verso un edificio minuto, quieto, come un cofanetto senza etichette. L’ingresso è stretto e buio e si entra pochi alla volta. Il gioco inizia adesso. Poggiamo la mano sulla parete e chiudiamo gli occhi. Entriamo adagio, in silenzio. Troviamo un posto sicuro, più o meno al centro della stanza. Respiriamo per qualche istante i quindici secoli che ci hanno condotto lì dentro. Poi alziamo la testa e apriamo lentamente gli occhi. Godiamoci i riflessi dell’oro, nel blu profondo. Vediamo il cielo, ma al chiuso. Lo spoglio cofanetto diviene uno scrigno di preziosi. Piccolo e meraviglioso.

E infine entrammo a riveder le stelle.

Mausoleo di Galla Placidia | © bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it

Mausoleo di Galla Placidia | Foto © bbcc.ibc.regione.emilia-romagna.it