Mito e storia di Stefano Pelloni, il “Passator Cortese” di Romagna

Mito e storia di Stefano Pelloni, il “Passator Cortese” di Romagna

Tra le tante leggende del territorio di Ravenna, sicuramente quella del “Robin Hood” di Romagna ha il suo gran fascino. Il mito del Passator Cortese è stato raccontato da numerosi libri, canzoni popolari, persino dal poeta Giovanni Pascoli, da un film e da una serie televisiva. Dietro alla figura di questo personaggio romanzesco, però, si nasconde la storia di un temibile brigante, che si macchiò dei più efferati crimini.

Stefano Pelloni nacque nel 1824 al Boncellino, una frazione di Bagnacavallo. Il suo singolare pseudonimo ha origine nel mestiere che la sua famiglia faceva da generazioni, ossia quello di traghettare le persone da una parte all’altra del fiume Lamone. Pare che la predisposizione ad una vita violenta l’avesse già nel DNA: viso truce, sguardo arcigno, si avviò alla carriera criminale fin da giovanissimo. Il primo colpo lo fece a soli 18 anni, quando rubò alcuni fucili a danno di braccianti. Prese parte alle ruberie che alcune squadre di malviventi organizzavano nelle campagne di Ravenna, Lugo, Faenza, dove estorcevano sotto minaccia denari e beni alimentari. Venne arrestato per la prima volta il 10 ottobre 1843 a Russi, ma riuscì ad evadere in un solo mese (cosa che, successivamente, avvenne senza difficoltà altre volte).

Viveva in clandestinità e aveva una banda tutta sua, con la quale si dava a furti e omicidi. Fra il 1847 e il 1851 si affiancarono e avvicendarono nella squadra del Passatore una settantina di scagnozzi, che lo accompagnavano nelle sue missioni criminali. Oltre alle rapine di strada, aveva un modus operandi tutto suo: entrando in un paese, per prima cosa si preoccupavano di mettere fuori gioco i rappresentanti della giustizia. Dopodiché, si recavano nei caffè, nei teatri, nei ristoranti o nelle sale da ballo, ossia nei luoghi dove si riunivano le persone più facoltose della zona. Sequestrati i signorotti, si facevano accompagnare presso le loro abitazioni, dove la squadraccia dava il via alle danze. Quando non era rimasto più niente di valore, i briganti si disperdevano con il loro bottino, pronti a prendere di mira una nuova cittadina. Il suo agire era spinto soprattutto dal desiderio di rivalsa nei confronti dei benestanti e dal proposito di vendicarsi di chi collaborava con la giustizia per acciuffarlo.

Un fotogramma del film Il Passatore (1947), regia di Duilio Coletti | © ffdl.it

Un fotogramma del film Il Passatore (1947), regia di Duilio Coletti | © ffdl.it

Come nacque i mito del Passator Cortese

Il Passatore fu ucciso il 23 marzo 1851, ancora molto giovane, nei pressi di Russi. Era insieme al suo compagno Giazzolo, quando un gruppo di guardie armate riuscì a scovarli nascosti in un capanno, dove si erano fermati a riposare. Si racconta che il suo corpo esangue venne fatto sfilare per i paesi che aveva messo a ferro e fuoco, in un macabro festeggiamento della sua morte. Oggi, la domanda sorge spontanea: se, in fin dei conti, Stefano Pelloni era uno spietato criminale, come mai nacque il mito del Passator Cortese? Ad aver alimentato la leggenda del “ladro gentiluomo” furono sicuramente i romanzi a lui dedicati, che all’indomani della sua morte proliferarono numerosi. Ce ne furono almeno una trentina, senza tener conto delle ristampe. Tra questi, l’anonima Rapsodia o storia di Stefano Pelloni, detto il Passatore in versi del 1862 lo volle addirittura figlio naturale di Papa Pio IX, corrotto dalla malizia di un prete e innamorato di Carmela che, ingannato, gli viene sottratta.

Il mito si creò grazie ad un’interpretazione romanzesca della sua vicenda biografica. Pare che quando era ancora adolescente, venne mandato dalla madre alle Terme di Riolo perché il soggiorno potesse giovare alla sua salute. Il centro termale era frequentato soprattutto da persone facoltose, e la disparità economica e sociale tra la sua condizione e quella degli aristocratici che conobbe in quell’occasione sembra essere all’origine del suo desiderio di rivalersi sui più ricchi. La leggenda del “Passator Cortese” come Robin Hood di Romagna nacque sulla falsa idea che il Pelloni ridistribuisse ai poveri ciò che rubava ai benestanti. In realtà, il Pelloni era grato solo a chi, per salvarsi la pelle, cedeva ai suoi ricatti e lo aiutava a nascondersi dalla giustizia!

La sua storia venne resa celebre da Il Passatore, film del 1947 girato da Duilio Coletti a cui partecipò come sceneggiatore anche il cineasta romagnolo Federico Fellini. Il Pelloni era interpretato dell’affascinante Rossano Brazzi, mentre un giovanissimo Alberto Sordi era nei panni di uno dei briganti. La trama del film ha poco a che vedere con la realtà storica: il Passator Cortese, innamorato della bella Barbara, viene ostacolato nel coronamento del suo amore e si vendica brutalmente della felicità che gli è stata negata. Ecco il fotogramma all’inizio del film che vi invitiamo a vedere, se siete curiosi di approfondire questa storia popolare romagnola 😉

Un fotogramma del film Il Passatore (1947), regia di Duilio Coletti | © Wikimedia

Un fotogramma del film Il Passatore (1947), regia di Duilio Coletti | © Wikimedia

RavennaTourism è l’ente ufficiale di promozione turistica del Comune di Ravenna. Ogni giorno la nostra redazione racconta attraverso immagini e contributi di vario tipo la città al di fuori dei luoghi comuni, in un percorso in bilico tra arte, cultura, mare e natura.

Isotta Gervasi: la storia della Dottoressa in bici che continua ad ispirare

Isotta Gervasi: la storia della Dottoressa in bici che continua ad ispirare

Che cos’è una città se non la storia che, pezzo per pezzo, le persone che l’hanno vissuta hanno costruito? Credo che narrare la vita di una grande donna di Ravenna sia, in occasione dell’8 marzo, la cosa migliore che la redazione di #myRavenna possa scegliere di fare.
C’è bisogno di leggere racconti che ci ispirino, che ci rendano ottimisti e speranzosi e la storia della “dottoressa in bicicletta” è una di queste. Umile ma elegante, colta ma alla mano, coraggiosa e gentile: Isotta Gervasi sarà un buon esempio per tutti. Conoscete già la sua storia?

Isotta Proserpina Saffa Gervasi nacque il il 21 novembre 1889 a Castiglione di Ravenna, prima di otto sorelle. Fin da piccola si dedicò agli studi spinta dai suoi genitori che tenevano molto alla sua formazione. Se ci pensate, questa non è una cosa scontata per l’epoca in cui visse: al tempo la maggior parte delle famiglie preferiva che fossero i figli maschi a dedicarsi agli studi, e per le ragazze era più difficile accedere al mondo della cultura.
Isotta, in un’intervista rilasciata nel ’65, sosterrà che decise di diventare medico in seguito ad un piccolo incidente di cui fu protagonista da giovane. Imitando gli acrobati del circo, mentre giocava su dei pioppi piombò improvvisamente su un contadino, stordendolo. Sembrava non dare più segni di vita, ma Isotta tentò di rianimarlo in ogni modo. Quando rinvenne, stremato, la ringraziò per essersi presa cura di lui: questo fu il momento che la ispirò a intraprendere gli studi di medicina.

Si laureò in Medicina all’Università di Bologna, e poi si specializzò in Pediatria nel 1919. Pochissime erano le donne a riuscire ad accedere a questi studi, e la quasi totalità era incoraggiata a scegliere questa specializzazione. Nonostante questo, decise – non senza una titubanza iniziale – di diventare medico condotto.
Il suo era un primato: nel 1919 divenne la prima Dottoressa in Italia a ricoprire questo ruolo. Fu una rivoluzione. Dovette affrontare una certa resistenza iniziale, visto che questa professione era ricoperta quasi totalmente da figure maschili, ma la sua preparazione e la sua competenza non lasciarono alcun dubbio nei pazienti: la giovane Dottoressa era davvero in gamba.

Isotta Gervasi | © scienzaa2voci.unibo.it

Isotta Gervasi | Foto da M. Ricci, E. Gagliardi, Nel paese del vento. Grazia Deledda, Lina Sacchetti, Isotta Gervasi a Cervia, Ravenna, Longo editore, 1998.

La Dottoressa dei poveri, angelo in bicicletta

Iniziò a lavorare a Savarna e a San Zaccaria, per poi continuare sempre tra Ravenna e Cervia, dove era conosciuta come “la dottoressa dei poveri” o l’“angelo in bicicletta”. Con il tempo, divenne infatti famosa per la sua grandissima generosità e perché, ogni giorno, faceva molti chilometri in bicicletta per raggiungere i suoi pazienti.

Lavorava con il piacere di aiutare i più deboli: iniziava il giro di visite dalle persone più facoltose, che la ringraziavano donandole i regali che poi ridistribuiva ai pazienti più poveri, che visitava dopo.

Solo alla fine degli anni Venti si acquistò una macchina, prima una Fiat 509 e poi una Balilla, ma durante gli anni della Seconda Guerra mondiale dovette ritornare alla sua bicicletta, poiché c’era grande penuria di benzina. Questi anni furono molto duri: lavorava a Savio, a ridosso della linea gotica, curando gratuitamente gli sfollati e i soldati di ogni nazionalità, senza risparmiarsi.

La Dottoressa divenne famosa anche per la sua passione per i motori e per il volo, in cui dimostrò essere un’antesignana. Sembra che vinse alcune gare in motocicletta e in auto e fu la prima donna ravennate a provare l’emozione del volo: nel 1918 chiese infatti all’aviatore Giovanni Widemer, atterrato a Ravenna, di permetterle di provare l’ebbrezza di salire in alto, nel cielo. Di sicuro non era priva di coraggio!

La dottoressa Isotta Gervasi si distingueva anche per la sua grande cultura. Frequentava artisti e letterati della zona, e sapeva essere anche molto elegante, nonostante gli abiti semplici che era solita usare a lavoro. Molto nota è la sua amicizia con la grande Grazia Deledda, premio Nobel per la Letteratura nel 1926, che conobbe perché la scrittrice era solita trascorrere le vacanze a Cervia. Questa amicizia produsse un bellissimo ritratto della dottoressa, un elzeviro pubblicato su «Il Corriere della Sera» nel 1935 dal titolo Agosto felice, un inno alla sua meravigliosa persona:

«Qui, invece, il Dottore è pronto: come un arcangelo anziano ma arzillo ancora, arriva biancovestito sulle ali della sua bicicletta, e in un attimo le sue parole rischiarano l’abbuiato orizzonte domestico. E le sue ricette non sono dispendiose: «acqua fresca e pura» o, al più, qualche limonata purgativa. Se poi da Ravenna arriva con la sua macchina da traguardo la Dottoressa, bisogna quasi far festa alla malattia, come ad un’ospite ingrata che sappiamo di dover fra qualche ora congedare. La Dottoressa è bella, elegante; alla sera si trasforma come la fata Melusina, coi suoi vestiti e i suoi gioielli sfolgoranti, e gli occhi e i denti più sfolgoranti ancora: ma fata lo è anche davanti al letto del malato, sia un principe o un operaio, al quale, oltre alle sue cure sapientissime, regala generosamente bottiglie di vino antico e polli e fiori. Il suo nome è Isotta.»

Isotta Gervasi | © scienzaa2voci.unibo.it

Isotta Gervasi | © scienzaa2voci.unibo.it

La Dottoressa è stata insignita di diversi premi, in onore del suo operato e della sua dedizione agli altri. Morì nel 1967, a Modena, ospite di sua sorella. Nel 2001 è stata insignita del titolo “Cervese del secolo”, in modo che non sia mai dimenticata.

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Le 5 immagini più amate di @igers_ravenna

Le 5 immagini più amate di @igers_ravenna

Benvenuti in questo breve racconto della mia esperienza come Local Manager per la community di igers_ravenna. Mi presento: sono Sara Capelli, molto piacere. Sono nata a Rimini e amo profondamente la Romagna per le esperienze che questa regione può offrire.
Il team di cui faccio parte è composto da tre ragazze: inizialmente ognuna di noi si è avvicinata al mondo dei social media per passione, ma oggi per noi si è trasformato in un’avventura, in una sfida da vivere. Dalla mia passione per la comunicazione è nato il desiderio di specializzarmi attraverso un Master in “Social Media Marketing and Digital Communication” presso l’Università Iulm di Milano.

La missione di igers_ravenna è rendere noti luoghi, eventi e personaggi del territorio. Grazie a questa attività ho scoperto la ricchezza che ogni comune di Ravenna possiede: ogni luogo di questa provincia dona la propria bellezza a cittadini e turisti senza parsimonia. Ravenna è una città unica, innovativa per gli eventi culturali ed affascinante per la sua storia conosciuta in tutto il mondo.

Su igers_ravenna, insieme a Ilaria Facchini e Martina Babini gestiamo la ripubblicazione delle foto più belle di Ravenna che vengono postate su Instagram dagli utenti. Svolgiamo questa attività da pochi mesi e siamo grate ai nostri follower che apprezzano i contenuti digitali sulla community. Sono attenta ad analizzare anche i dati Insight del nostro profilo: questa attività ci permette di migliorare le nostre prestazioni, capire chi sono i nostri utenti e a quali contenuti siano interessati.
Pubblichiamo diversi argomenti con cadenza programmata, proprio come un magazine. Se siete curiosi di scoprirli, ecco una breve descrizione delle nostre Rubriche:

  • #ComuniOfRavenna ogni lunedì racconta i 18 comuni della provincia attraverso repost e stories. Troviamo foto stupende online, foto che ci offrono la possibilità di far conoscere la Biblioteca Classense nel centro di Ravenna, le campagne incontaminate di Alfonsine, i murales di Cotignola, fino ai fenicotteri rosa delle Saline di Cervia: veramente un viaggio fotografico.
  • #Artistipedia valorizza gli artisti ed influencer della zona, ogni quindici giorni presentiamo un personaggio e in concomitanza esce un articolo dedicato su Ravenna E Dintorni, il settimanale cartaceo della Provincia.
  • #Ravennaintavola rende omaggio alle tradizioni culinarie del territorio: ogni venerdì condividiamo qualche piatto gustoso per gli amanti della buona cucina (e non solo).

Ora vi presento le 5 immagini che hanno riscosso il maggior successo sella pagina di igers_ravenna, cinque luoghi della Provincia che hanno catturato l’attenzione del nostro pubblico su Instagram . “Un’immagine vale più di mille parole”: siete d’accordo anche voi? Ecco gli scatti ed il nome di chi ha realizzato le fotografie.

Un fenicottero rosa alle Saline di Cervia | @bertoni_ivan

Un fenicottero rosa alle Saline di Cervia | @bertoni_ivan


 

Alba al Sant'Apollinare in Classe | @vanni_photos 

Alba al Sant’Apollinare in Classe | @vanni_photos


 

Il Dante Alighieri di Kobra | @simona_esse_

Il Dante Alighieri di Kobra | @simona_esse_


 

L'Aula Magna della Biblioteca Classense | @shadeamini

L’Aula Magna della Biblioteca Classense | @shadeamini


 

Scarpe rosse in Piazza del Popolo | @vincenzos1986 

Scarpe rosse in Piazza del Popolo | @vincenzos1986


Grazie a tutti,  vi aspetto su Instagram 🙂

Sara Capelli di igers_ravenna

5 consigli per andare alla scoperta dei mosaici contemporanei di Ravenna

5 consigli per andare alla scoperta dei mosaici contemporanei di Ravenna

Ravenna è giustamente conosciuta come la capitale del mosaico, ma spesso si commette l’errore di pensare unicamente ai mosaici dei monumenti del Sito Unesco. Sicuramente le decorazioni dei nostri monumenti paleocristiani valgono il viaggio, ma per scoprire davvero questa tecnica artistica è bene dedicare una visita anche ai più bei mosaici contemporanei di Ravenna.

Che l’arte del mosaico, a Ravenna, sia ancora molto viva si percepisce anche nelle strade del centro storico. Le targhe dove sono inscritti i nomi delle vie sono decorate con variopinte tessere di mosaico, che brillano mentre ci si perde tra le viuzze disegnate dagli antichi corsi fluviali che passavano per la città. Diverse sono le botteghe dei mosaicisti contemporanei che si possono scoprire passeggiando, dove gli artisti si possono vedere all’opera e dove talvolta sono organizzati corsi per principianti.

Dopo aver ammirato le brillanti tessere che ci hanno resi famosi in tutto il mondo, averne scoperto la storia, i simboli e il potere fascinatorio, possono essere utili alcuni consigli per andare alla scoperta dei mosaici contemporanei di Ravenna. Ecco 5 delle tappe che potreste aggiungere al vostro percorso se venite in visita nella nostra città!


La collezione di mosaici contemporanei del MAR

Al MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna è presente la più importante collezione di mosaici contemporanei di Ravenna. Al piano terra della Loggetta Lombardesca si possono ammirare opere dei più importanti artisti italiani e internazionali. Il primo nucleo di questa esposizione nacque per volere di Giuseppe Bovini alla metà del secolo scorso: dopo aver incoraggiato la riproduzione di alcune delle più note raffigurazioni paleocristiane dei monumenti ravennati, organizzò nel ’59 la “Mostra dei Mosaici Moderni”. Ad alcuni artisti figurativi come Chagall, Guttuso, Reggiani, ma anche Michelangelo Antonioni, venne chiesto di disegnare dei cartoni preparatori affinché maestri mosaicisti ne realizzassero dei pannelli in mosaico. Qui sotto trovate l’immagine del mosaico di Antonio Rocchi, su bozzetto di Marc Chagall: Le coq blue.

Insieme a queste opere, la collezione vanta acquisizioni recenti di affermati artisti ravennati, italiani ed internazionali. Qui sotto potete ammirarne due esempi: Folla di Luca Barberini (2011) e Unicorno di Dusciana Bravura (2007).


I mosaici danteschi al museo TAMO

Il TAMO – Tutta l’Avventura del Mosaico è il museo di Ravenna interamente dedicato all’arte musiva. Allestito nella suggestiva chiesa di San Nicolò, propone un affascinante percorso che parte dall’epoca antica, con le pavimentazioni di una domus imperiale romana rinvenuta nel centro storico, fino ad arrivare a produzioni contemporanee. La sezione “Mosaici tra Inferno e Paradiso”, imperdibile, è dedicata a raffigurazioni della commedia dantesca.

Gli iracondi di Renato Signorini (su disegno di Domenico Cantatore) | © tamoravenna.it

Gli iracondi di Renato Signorini (su disegno di Domenico Cantatore) | © tamoravenna.it


La fontana dell’Ardea Purpurea

La fontana dell’Adrea Purpurea di Marco Bravura (2004) sorge in Piazza della Resistenza a Ravenna, a due passi dal centro storico. Maestosa nei suoi 12 metri di altezza, è composta da due grandi ali che si torcono su se stesse e sembrano danzare, o abbracciarsi. La sua forma ricorda un po’ quella del DNA, ma è ispirata all’Araba Fenice, l’uccello mitico che rinasce dalle proprie ceneri. Sul sito di mosaicoravenna.it si legge:

L’iconografia è fortemente simbolica e ispirata soprattutto a lingue antiche e orientali: sul prezioso fondo oro le tessere compongono lettere dell’alfabeto fenicio, simboli della religione giudaica, parole in sanscrito, aramaico ed anche in greco e giapponese antico.

Il monumento ravennate ha in realtà un antecedente libanese: Bravura, nel 1999, ne aveva già realizzata una versione per Beirut, leggermente più piccola. La fontana contribuì a dare nuova vita alla città, che doveva rinascere dalle macerie della guerra.

L'Ardea Purpurea di Marco Bravura | © toursinemiliaromagna via Twitter

L’Ardea Purpurea di Marco Bravura | © toursinemiliaromagna via Twitter


La Gerusalemme Celeste ai Giardini Speyer

A pochi passi dalla Stazione e antistante la Basilica di San Giovanni Evangelista, c’è la piccola area verde dei Giardini Speyer, chiamati così in onore della città tedesca di Spira, gemellata con Ravenna. La Gerusalemme Celeste (2003) è la preziosa colonna in mosaico progettata da Enzo Pezzi e realizzata dagli allievi del Consorzio Provinciale per la Formazione Professionale di Ravenna. L’opera si ispira all’iconografia dei mosaici bizantini della Basilica di San Vitale e del Sant’Apollinare nuovo, dove sono rappresentate le torri delle città sante di Betlemme e Gerusalemme. Una scultura in mosaico di arte contemporanea ispirata dai mosaici antichi ravennati: quando passato e presente si fondono armoniosamente.

La Gerusalemme Celeste | via Pinterest

La Gerusalemme Celeste | via Pinterest


Invader a Ravenna

Se siete alla ricerca di mosaici contemporanei di Ravenna, non dovete dimenticarvi della presenza delle opere di Invader, artista francese che fonde street art e mosaico. Questo “UFA” (Unidentified Free Artist) si ispira agli alieni pixelati del celebre gioco Space Invaders, che raffigura con piccole mattonelle colorate che applica nei più disparati angoli delle città del mondo con la tecnica del mosaico. A Ravenna ha già compiuto due incursioni, nel 2014 e nel 2015. Se passeggiate per la città, facilmente troverete una delle sue opere: ne ha realizzate una quarantina! Buona caccia al tesoro 😉

Invader al Porto di Marina di Ravenna | © www.space-invaders.com

Invader a Marina di Ravenna | © space-invaders.com


Oltre a queste 5 tappe proposte, molti altri sono le opere contemporanee di interesse a Ravenna e dintorni, a cominciare dal Parco della Pace, concepito come un museo all’aria aperta, fino ad arrivare all’Onda che esonda, opera simbolo del nuovo museo di Classis.

L’arte del mosaico a Ravenna è più viva che mai: si respira per le strade, nei musei, nei parchi, nelle botteghe. Non ne avete abbastanza? Quest’anno ci sarà anche la biennale di Ravenna Mosaico!

Il viaggio è la mia dimensione, l’amore per la scoperta una delle sue forme.

Come Popski salvò Sant’Apollinare in Classe dal bombardamento

Come Popski salvò Sant’Apollinare in Classe dal bombardamento

C’è una pagina della storia della Seconda Guerra Mondiale a Ravenna che sembra essere poco nota ai più, ma che è sicuramente di grande interesse. Si tratta del racconto di come, fortunatamente, la Basilica di Sant’Apollinare in Classe fu salvata dall’essere bombardata. Protagonisti di quest’operazione sono un soldato di origini russe, la sua squadra in jeep, e un gruppo di partigiani del territorio. Ma procediamo con ordine.

Vladimir Peniakoff, detto Popski | Wikimedia

Vladimir Peniakoff, detto Popski | Wikimedia

Vladimir Peniakoff, detto Popski, nato in Belgio da genitori russi, era un uomo di mondo, dotato di grande cultura e fluente in molte lingue. La guerra intralciò i suoi studi quando era giovanissimo: se era stato costretto ad abbandonare l’Università a causa dell’invasione tedesca del Belgio nel 1914, la decisione di lasciare gli studi a Cambridge fu invece consapevole. La Grande Guerra imperversava, e si arruolò come volontario nelle file dell’artiglieria francese.

Durante la Seconda Guerra Mondiale, visti i suoi successi militari, venne costituita una sua squadra speciale, la Popski’s Private Army (PPA). La PPA era un’unità irregolare delle forze armate britanniche che operò sia sul fronte italiano che su quello africano. Era facile riconoscere gli uomini di Popski perché erano dotati di grandi jeep attrezzate (non a caso Popski intitolò la sua autobiografia Corsari in jeep). Erano soliti portare anche una spilla molto speciale, simbolo del gruppo, appuntata sul basco. Si trattava di un’immagine ispirata ad un ex libris rappresentante un astrolabio, un simbolo adatto “per un’unità che doveva navigare osservando le stelle”.

Popski e la sua Jeep | Wikimedia

Popski e la sua Jeep | Wikimedia

L’operazione Basilica

Popski e la PPA diventano protagonisti della storia che vogliamo raccontare nel 1944, quando si trovavano in missione a Ravenna. L’esercito tedesco si era distaccato dal fronte, aveva preso Cervia, e allagato Ravenna rompendo gli argini del Ronco e del Canale del Molino. In estate i tedeschi occuparono la Basilica di Sant’Apollinare in Classe: il suo bel campanile era stato scelto come torre d’avvistamento in virtù della sua altezza (ben 37 metri!). Il 18 novembre, i tedeschi decisero di minare il campanile della Basilica, per prepararsi all’attacco imminente del fronte opposto. Gli alleati, infatti, avevano intenzione di bombardare il Sant’Apollinare per sconfiggere il distaccamento nazista che lo stava occupando.

Fu il comandante Popski ad opporsi a questo piano. Conosceva il valore artistico e storico della Basilica e dei mosaici che custodiva al suo interno, non poteva permettere che andassero distrutti! Ottenne che l’offensiva fosse rimandata di un giorno, in modo che i partigiani del Distaccamento Garavini (28ª Brigata Garibaldi “Mario Gordini”) potessero tentare un’operazione notturna per evitare di ricorrere al bombardamento dell’area. L’agguato risultò l’arma vincente: l’azione combinata di Popski e dei partigiani salvò la Basilica, che fu liberata la mattina del 19 novembre 1944.

Questa emozionante storia, che oggi sembra essere confermata da più fonti, tuttavia è contestata da altre due versioni. La prima vorrebbe che il merito dell’incursione notturna nella Basilica andasse al repubblicano Guerrino Ravaioli. L’altra racconta che fu un prete a salvare il campanile dal tritolo tedesco, facendo ubriacare il soldato incaricato dell’operazione. Oggi siamo portati a credere che il motivo dell’occultamento dei meriti dei partigiani, ed in particolare del compagno Règan, Ateo Minghelli, fosse di natura politica. Con ogni probabilità, la decisione di non omaggiare i protagonisti dell’eroica impresa dei giusti onori venne presa perché, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, non si voleva far sapere che i salvatori della Basilica paleocristiana fossero stati un russo e dei comunisti.

Il campanile di Sant'Apollinare in Classe Danneggiato | © resistenzamappe.it

Il campanile di Sant’Apollinare in Classe Danneggiato | © resistenzamappe.it

 

Purtroppo, l’azione di Popski non bastò a salvaguardare completamente l’integrità della Basilica. Prima che i tedeschi lasciassero definitivamente Ravenna, quell’obiettivo venne preso di mira da oltre duecento granate naziste, che danneggiarono la fiancata nord, l’ingresso e alcuni mosaici, come si legge su Resistenza mAPPe. Se volete approfondire la storia della Resistenza a Ravenna e in Emilia Romagna, ecco il link alla loro pagina!

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La storia di Gugù, la Rasponi dal cuore grande

La storia di Gugù, la Rasponi dal cuore grande

Passeggiando per Ravenna è facile che il nome dei Rasponi vi salti agli occhi. Sono molti i Palazzi in città che sono o erano chiamati con questo nome, così come la bellissima Cripta Rasponi, meta molto amata dai visitatori. Il motivo è presto detto: la famiglia Rasponi è stata nel corso dei secoli una delle più ricche ed influenti di Ravenna. Sebbene molti membri di questa famiglia siano ricordati per essersi macchiati di cattive azioni, crimini e delitti, oggi vogliamo parlare di un esempio davvero virtuoso: Gugù Rasponi.

Gugù Rasponi

Gugù Rasponi

Augusta Rasponi del Sale nacque il 16 novembre 1864 a Ravenna, dove operò per la quasi totalità della sua vita, fino alla morte nel 1942. Il nome con cui è nota, Gugù, nasce in ambito familiare: la chiamano così i suoi genitori, il Conte Lucio Rasponi del Sale e Amelia Campana, di cui è l’unica figlia. Cresce nel cuore pulsante di Ravenna, a Palazzo Rasponi del Sale, oggi Gargantini, che affaccia su Piazza del Popolo. Studia lettere classiche, la lingua francese e quella inglese, che conosce bene: tanto che, da adulta, tradurrà anche Kipling. Ha molti talenti, ma una passione spicca su tutte: il disegno.

Augusta inizia a disegnare molto giovane, e si firma da subito Gugù, pseudonimo che nella sua carriera da illustratrice non abbandonerà mai. I soggetti che ritrae sono sempre i bambini, ai quali si dedicherà tutta la vita: spensierati, incuriositi, sereni, sorpresi, intenti a giocare.

Esordisce nel 1899 con Il Calendario di Gugù, e a questo seguono molti libri illustratiMother duck’s children, Inconcludenza di GugùAbecedario di Gugù… Affianco ai ragazzini, spesso c’è una buffa oca, in cui molti vedono una sorta di suo alter ego, che gioca e si diverte insieme a loro. Attraverso il pennello si materializza il suo progetto pedagogico, il suo sogno più grande: il desiderio che ogni fanciullo possa essere sano e felice.

Illustrazione di Gugù, Augusta Rasponi del Sale | © edificistoriciravenna.it

Illustrazione di Gugù, Augusta Rasponi del Sale | © edificistoriciravenna.it

Gugù Rasponi: una vita dedicata alla felicità dei bambini

L’amore di Gugù per bimbe e bimbi nasce infatti da un’attitudine da vera filantropaLa mia statistica, piccolo studio sull’allevamento dei bambini del 1914, ad esempio, nasce come piccolo manuale per istruire i genitori e aiutarli nel crescere bambini sani, descrivendo alcune buone pratiche da adottare.

Tutta la vita si dedicò ai ragazzini in difficoltà economiche, con problemi di salute, o privi di genitori: nel 1908, dopo il terremoto di Messina del 1908, offrì un primo sostegno ai bambini rimasti orfani, e durante la Grande Guerra offerse il suo aiuto nel soccorso dei malati. Della sua immensa fortuna, alla morte dei propri genitori (1916-1918) vendette quasi tutto per donarlo in beneficenza. Lasciò il grande palazzo in Piazza del Popolo, per andare a vivere in una residenza più modesta. Ricoprì importanti incarichi a Ravenna: diresse  l’Opera dei figli dei carcerati, e dal 1933 ricoprì fu patronessa dell’OMNI, Opera Nazionale Maternità e Infanzia.

 

Augusta Rasponi, detta Gugù, è uno dei grandi personaggi di Ravenna che hanno fatto grande la nostra città. A lei è dedicata una via, vicino al centro storico, e la Scuola dell’Infanzia, perché il suo esempio di bontà non venga dimenticato.

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