Storie di Cinema a Ravenna

Storie di Cinema a Ravenna

Il 29 aprile scorso è arrivata su Netflix Summertime, una produzione originale italiana, liberamente ispirata ai romanzi di Federico Moccia. La serie è stata girata tra Ravenna e Cesenatico e racconta la storia d’amore tra Summer (l’esordiente Coco Rebecca Edogamhe) e Ale (Ludovico Tersigni, noto per il ruolo di Giovanni in “Skam Italia”).
L
ei è una ragazza indipendente e responsabile che sogna di lasciare la Riviera; lui è un “ribelle”, giovane promessa della moto, deciso a darsi una regolata e iniziare un nuovo capitolo della sua vita. Una normale estate si trasformerà per loro in un viaggio alla scoperta l’uno dell’altra, e al contempo di se stessi.

Prosegue quindi il legame di Ravenna con la produzione per il cinema e la televisione, legame che spesso nel corso degli anni passati ha avuto modo di svilluparsi sul filo della sperimentazione e della storia.

Nel 1957 Michelangelo Antonioni gira tra Veneto e l’Emilia-Romagna, Il grido, film segnalato all’interno della Mostra del cinema di Venezia tra i 100 film italiani da salvareRavenna è una delle location principali della pellicola che vede tra i protagonisti Steve Cochran e Alida Valli: una storia drammatica di amori e amanti, di vagabondaggi e snodi di una vita da riscoprire, sullo sfondo di una Italia fatta di province laboriose e fabbriche, emancipazione femminile, scioperi e cambiamenti sociali decisivi.

Antonioni torna a Ravenna anche nel 1963 per girare Deserto Rosso, suo primo film a colori (doveva intitolarsi infatti Celeste e verde), con il quale l’anno successiva vincerà il Leone d’Oro a Venezia.
Prosegue qui per Antonioni il percorso nel cinema dell’alienazione, ancora una volta in una Ravenna in cui «In mezzo agli alberi ci passano le navi», come annotò egli stesso sul proprio taccuino durante uno dei primi sopralluoghi.
Una giovane Monica Vitti, Richard Harris e Carlo Chionetti sono tra i protagonisti di un film di importanza mondiale, che ispirerà tantissimi grandi registi come Martin Scorsese, che lo annovera tra le pellicole più importanti di sempre.

Deserto Rosso (1964) | Foto © domusweb.it

Gli scenari dei film di Antonioni sono anche diventati uno degli itinerari di Cineturismo, grandioso progetto della Cineteca di Bologna per scoprire i luoghi del cinema italiano. Così si può rivedere il Ricovero Garibaldi (Il grido), o il negozio di Giuliana (Moniva Vitti in Deserto Rosso), che si trova in via Pietro Alighieri e Porta Nuova, una delle porte antiche più belle di Ravenna e la zona ANIC, di cui Antonioni voleva restituire il fascino.

Anche le fabbriche possono essere dotate di grande bellezza. Le linee rette e curve delle fabbriche e delle loro ciminiere possono essere anche più belle di un filare d’alberi che l’occhio ha già visto troppe volte. È un mondo ricco, vivo, utile.

Nel 1952, sempre tra Ravenna e il mare, Goffredo Alessandrinni gira Camice Rosse – Anita Garibaldi, storia della trafila Garibaldina nella fuga verso Venezia. Anche in questo caso è possibile seguire un altro bellissimo itinerario, che si snoda tra Ferrara e Rimini, passando per la riserva naturale Foce del Fiume Reno.

Provincia Meccanica (2005) | Foto © cgentertainment.it

Provincia Meccanica (2005) | Foto © cgentertainment.it

La lista dei film e delle serie che hanno avuto però come scenario Ravenna rimane comunque lunga.
Da Paolo e Francesca – La storia di Francesca da Rimini (Matarazzo, 1950) a Johnny Stecchino (Benigni, 1991), da Teodora Imperatrice di Bisanzio (Freda, 1954) a Agata e La Tempesta (Soldini, 2004), dal colossal russo Viking (2016) diretto da Andrej Kravčuk a Provincia Meccanica del 2004, opera prima del regista Stefano Mordini, candidato l’anno successivo all’Orso d’Oro durante il Festival di Berlino.
In quest’ultima pellicola Stefano Accorsi e Valentina Cervi sono Marco e Silva, i due protagonisti, che vivono in una paesino vicino a Ravenna e si scontrano con una vita e una famiglia inconsuete, alla ricerca di armonia e libertà.

Oltre ai grandi registi, Ravenna è poi culla di numerosi giovani talenti che si cimentano nella settima arte con impegno e passione. Tra questi non possiamo non citare EmpiRa, l’associazione che dal 2010 offre momenti di condivisione per i fan della saga di Star Wars, tra cui il recente fanfilm dal titolo Sacrificio.

E ora arriva a Ravenna il colosso Netflix, per la sua quarta produzione italiana del 2020 (e settima totale nostrana). Nei mesi scorsi li abbiamo accompagnati nella produzione di Summertime, ma non possiamo svelarvi nulla! Non vi resta che andarvela a vedere…

Almanacco dei Personaggi Innamorati di Ravenna

Almanacco dei Personaggi Innamorati di Ravenna

Siamo a cena con un ospite norvegese, uno americano e un iraniano (e non è una barzelletta). Riviviamo la giornata in giro per Ravenna e rispuntano i nomi di Dante, Garibaldi e Teodorico. A un tratto uno di loro chiede: “Sì, ma personaggi illustri che hanno avuto a che fare con Ravenna di recente?”.

Siamo prontissimi a questa evenienza. E per non dimenticare nulla sfoderiamo il nostro personale e manoscritto Almanacco dei Personaggi Eccellenti Innamorati di Ravenna. Casualmente in ordine alfabetico.


Borges, Jorge Luis. In Storia del guerriero e della prigioniera, pubblicato in Aleph quasi trent’anni prima della sua visita a Ravenna, il grande scrittore argentino racconta di Droctulft e del suo legame con questa città.

Personaggio storico e qui letterario, il guerriero dell’esercito longobardo passò poi a combattere per l’impero, difendendo Ravenna, che scelse poi come dimora e patria. Ravenna come città cosmopolita e paradigma di una contemporaneità in cui ognuno può scegliere e cambiare la propria storia e quella del mondo.

Non ci sono tradimenti, né “invasioni barbariche”. Soltanto illuminazioni. Gli abitanti di Ravenna dettero a Droctulft sepoltura in un tempio ed espressero la loro gratitudine in un epitaffio, evidenziando il contrasto tra l’aspetto atroce del condottiero e la sua semplicità e bontà. Borges, che visitò Ravenna oramai vecchio e cieco, insieme all’editore locale Lapucci, respirò grazie a quest’ultimo l’atmosfera e i luoghi che tre decenni prima aveva potuto soltanto immaginare.


Byron, George Gordon, per gli amici semplicemente “Lord“. Eccentrico e mondano nobile inglese, giunse a Ravenna per il Grand Tour nel 1819 con sette domestici, alcuni gatti e una scimmia.

Fu “amico” (qualcosa di più, dai) della Contessa Teresa Gamba Guiccioli e ciò lo mise assai nei guai con il di lei marito, il Conte Alessandro Guiccioli. Fu vicino alla setta dei carbonari del di lei fratello, Pietro, e anche questa simpatia lo mise alquanto nei guai, tanto che dovette…
Se volete saperne di più della sua storia e della Ravenna di quell’epoca, leggete questo articolo.


Callas, Maria. La Divina, Miss Sold Out, una delle voci d’opera più peculiari, agili ed estese del Novecento. Soprano, nata in America da una famiglia di origine greca (e per breve tempo anche cittadina italiana) fu a Ravenna nel 1954 per interpretare al Teatro Alighieri, La Forza del Destino di Giuseppe Verdi. Pienone e standing ovation.

L’amai, gli è ver!
Ma di beltà e valore
Cotanto Iddio l’ornò.
Che l’amo ancor.
Nè togliermi dal core
L’immagin sua saprò.


D‘Annunzio, Gabriele, per gli amici (ma anche i nemici) “Il Vate”, “l’Immaginifico”, il “Principe di Montenevoso” o più semplicemente “Gabri”, ma soltanto per la Duse. Venne a Ravenna più volte, ma di certo vi fu nel maggio del 1902 per assistere al Tristano e Isotta, opera diretta dal maestro Vittorio Maria Vanzo.

Nel palco con lui anche Eleonora Duse e Olindo Guerrini, come non manca di notare con enfasi nelle sue pagine Il Ravennate di quei giorni. D’Annunzio dedicherà a Ravenna alcuni versi delle Laudi – II Elettra (in questa pagina il testo completo):

Il mistico Presagio

Ravenna, glauca notte rutilante d’oro,
sepolcro di violenti custodito
da terribili sguardi,
cupa carena. grave d’un incarco
imperiale, ferrea, construtta
di quel ferro onde il Fato
è invincibile, spinta dal naufragio
ai confini del mondo,
sopra la riva estrema! […]


James, Henry, scrittore e critico americano e poi inglese, si recò a Ravenna più volte tra il 1874 e il 1883. Alla città romagnola dedicò molte pagine in quel taccuino di viaggio che divenne, nel 1909, Ore Italiane. Dipinge così (e concordiamo con lui) la Basilica di Sant’Apollinare in Classe:

Tra la città e la foresta, […] si innalza la più bella delle chiese ravennati, l’imponente tempio di Sant’Apollinare in Classe. L’imperatore Augusto aveva costruito nei dintorni un porto, per la sua flotta, che i secoli hanno insabbiato e che sopravvive solo nel nome di questa antica chiesa. La sua posizione di assoluta solitudine ne raddoppia l’effetto.


Jung, Gustav. Psichiatra, filosofo e psicologo tra i più rilevanti di sempre, visitò Ravenna due volte, a distanza di vent’anni, agli inizi del Novecento. Proprio a Ravenna gli capitò un fatto curioso, a metà tra l’allucinazione e il prodigio. Era convinto di avere un ricordo nitido di alcuni mosaici, ma in realtà tali mosaici non esistevano! Di quali mosaici si trattava? Scopritelo dalle sue stesse incredibili parole in questo post.


Kandinsky, Wassily. Pittore e teorico dell’arte russo, scrive così all’amico Paul Klee nel 1930:

Ho visto finalmente Ravenna, e tutte le mie aspettative erano nulla di fronte alla realtà. Sono i mosaici più belli e e più formidabili che io abbia mai visto. Non sono soltanto mosaici, ma vere e proprie opere.

Racconta la moglie, di quella visita a Ravenna, che Kandinsky appariva commosso. Non disse una parola guardando i mosaici e quando uscì dalla chiesa disse che era un’arte paragonabile alle antiche icone russe, a lui così care e grande fonte di ispirazione.


Klee, Paul. Pittore tedesco, viaggiò moltissimo in Europa e in Italia. Ci racconta il figlio, che nel 1926 era con lui a Ravenna, che:

Questa città così poco italiana, esercitò su di lui un incanto particolare, con i suoi mosaici bizantini dai coloro sfarzosi. Forse il suo periodo divisionista che ebbe inizio nel 1930 ricevette il suo principale impulso dai mosaici di Ravenna.


Klimt, Gustav. Un altro Gustav, che viene fatalmente ispirato dai mosaici di Ravenna, praticamente negli stessi anni. Un caso? Non crediamo proprio

Un uomo ipocondriaco e ansioso, che non ama lasciare la propria Vienna. Eppure si concede ben due volte a Ravenna. Due viaggi. Come Jung. Un altro caso? Forse no. I monumenti ravennati di “increndible splendore” (e siamo anche in questo caso d’accordo con lui) furono fondamentali per la sua opera e la sua formazione. Avete presente tutto quell’oro ne Il bacio o nel Ritratto di Adele Bloch-Bauer I? Della sua storia completa abbiamo parlato in questo post.

In definitiva per Klee, come per Klimt, Kandinsky (tutti con la “K”! Un kaso? Non krediamo proprio…) e altri pittori (ah, ok! Forse era davvero solo un caso) Ravenna, le sue atmosfere e i suoi tesori d’arte risulteranno di enorme suggestione e ricopriranno grande e durevole importanza.


Le Corbusier (sì, lo mettiamo sotto la “L”), pseudonimo del grande architetto Charles-Édouard Jeanneret-Gris. Durante le sue peregrinazioni italiane visitò anche Ravenna, riproducendo in acquerelli e tempere i soggetti dei più importanti monumenti cittadini (oltre ad approvvigionarsi lautamente di cibo e vino, in compagnia del suo inseparabile gatto, particolari che egli amava spesso ricordare di quel grandioso viaggio).


Montale, Eugenio. Poeta, scrittore, traduttore, uomo politico ma anche, così per dire, Premio Nobel per la Letteratura nel 1975. Soggiorna a Ravenna e incornicia Porto Corsini (villaggio sul mare a pochi chilometri dalla città) per immortalare la figura di Dora Markus, giovane ragazza austriaca che ispirerà una poesia omonima, anche se Montale non la incontrerà mai. Della sua figura e della “dolce ansietà d’Oriente” che Ravenna sprigiona, trovate ogni sillaba in questo post.


Porter, Cole. Cliccate qui e alzate un po’ il volume. Questa è Night and Day, composizione del musicista americano di cui poco sopra. Si dice (e noi ci crediamo) che l’ispirazione gli venne dopo aver visitato i mosaici di Ravenna e in particolare quelli del Mausoleo di Galla Placidia. Il giorno fuori, la notte all’interno. Con la volta scura e le stelle d’oro. Ti penso notte e giorno, giorno e notte. I think of you night and day, day and night…


Pound, Ezra anche se americano, visse gran parte della sua vita in Europa e in Italia. La sua opera più importante, i Cantos, una sorta di moderna Divina Commedia, assai lirica ed epica, ma allo stesso tempo immediata e spoglia, ha trovato ispirazione anche a Ravenna.

Dai sarcofagi di Galla Placidia, infatti, emerge Gemisto, filosofo neoplatonico, personaggio illuminante del poema. Lo stesso tempio, ristrutturato nel ‘400, rappresenta per l’autore la rinascenza dell’ideale classico, si rianima “e dappertutto sui sepolcri spuntano vessilli di vittoria.”


Youcernar, Marguerite. Scrittrice e poetessa francese, giunge “Pellegrina e straniera” a Ravenna nel 1935. Questa città le ispirerà un saggio fulminante, dal quale estrapoliamo alcuni assiomi:

Uno dei segreti di Ravenna sta in questo confinare dell’immobilità con la velocità suprema: essa conduce alla vertigine. Il secondo segreto di Ravenna è quello dell’ascesa al profondo, l’enigma del Nadir. Letteralmente, i personaggi dei mosaici sono minati: hanno scavato in se stessi enormi caverne nelle quali raccolgono Dio.

Ravenna è dunque un cappotto di pietra, una vertigine, una città che ascende (e fa ascendere) dal profondo. Un luogo nel quale si sente potente lo stacco “tra l’interno e l’esterno, tra la vita pubblica e la segreta vita solitaria.”. Semplice fuori, ricca dentro. Come una delle tante chiese bizantine, così spoglie all’esterno e così magnifiche una volta solcata la soglia.


Wilde, Oscar. Che dire? Grandissimo aforista e drammaturgo, critico, saggista e poeta irlandese. Ebbene sì, anch’egli folgorato da Ravenna. Dalle sue voci, dalla grande Storia che qui fu scritta, dalla sua natura, dalla sua gente. Ecco le parole che gli scaturirono quando giunse per la prima volta in città. Le riportiamo prima in inglese, perché non c’è paragone, poi tradotte:

O how my heart with boyish passion burned,
When far away across the sedge and mere
I saw that Holy City rising clear,
Crowned with her crown of towers! – On and on
I galloped, racing with the setting sun,
And ere the crimson after-glow was passed,
I stood within Ravenna’s walls at last!

Oh, quale passione
Giovanile arse il mio cuore, quando oltre i canneti
E la palude io vidi chiara sorgere la Città Sacra
Dalla sua corona di torri incoronata! Avanti,
Avanti, in gara con il sole io galoppai,
E prima che le luci del tramonto
Fossero al tutto spente, entro la cinta
Murata finalmente mi trovai.

La bellezza e il fascino di Ravenna (e dell’Italia che visitò, bisogna ammetterlo) le porterà fino in Patria e scalderanno a tal punto il suo animo che anche la “nordica primavera” gli sembrerà più bella e folgorante.

Ma questo era il racconto di una cena con ospiti stranieri, ricorderete. Affascinati dal lungo elenco di innamorati di Ravenna (ma una lista ancora più lunga potete trovarla qui), attendevano la chicca finale. Ed eccola. Spezziamo l’ordine alfabetico, ma ci piaceva tenerla come dolce, in fondo.

Non è necessario fare troppa scorta di Ravenna, tanto è probabile che prima o poi ritornerete. Ma non lo diciamo noi (campanilisti che non siamo altro!). Lo lasciamo dire a…


Hesse, Herman il quale scrisse, agli inizi del Novecento, appena lasciata questa terra:

È come per le canzoni un po’ passate
Nessuno ride dopo averle ascoltate
Ma poi tutti le voglion riascoltare
E sino a tarda notte meditare

La Pasqua a Ravenna tra ricette e tradizioni

La Pasqua a Ravenna tra ricette e tradizioni

Quând che Sa’ Zörz l’è vsen a Pasqua
E’ mònd l’andrà in burrasca
“Quando San Giorgio (23 aprile) è vicino a Pasqua
Il mondo andrà in burrasca”

Questo antico proverbio romagnolo non è una semplice previsione meteorologica. Sulla popolazione, sia rurale che cittadina, una Pasqua molto alta faceva calare pensieri assai nefasti. Scontri tra Dio e il Diavolo, con conseguenza inimmaginabili.

Ci si affidava dunque ad uno degli eroi cristiani per eccellenza, quel San Giorgio che uccise il drago, ovvero il male, il diavolo, l’uragano e quindi la burrasca. Quandunque arrivasse, il popolo cercava nella Pasqua la salvezza e qualcuno che lo potesse salvare. L’oberato San Giorgio era invocato anche per altre attività:

Pur Sa’ Zörz 
U s’pianta l’ort.
“Per San Giorgio
Si Pianta l’orto”

In quest caso l’orto in questione è la cumarëra, ovvero l’orto dei cocomeri. Ad ogni modo

O elta o basa
L’é invëran insèna a  Pasqua
“Alta o bassa
È inverno fino a Pasqua”

Ma che fosse alta o bassa la Pasqua segnava comunque la rinascita, il rinnovamento, la resurrezione. E anche la natura non poteva ignorare la questione.

Têrd la Pasqua
Têrd la Frasca
“Tardi la Pasqua
Tardi la foglia”

E infine:

S’è piöv int la Pelma
U n’ piöv int agl’ov
“Se piove il giorni delea Palme
Non popve sulla uova – il giorni di Pasqua”

…che vale anche viceversa!

Ad ogni modo, la Pasqua archivia l’inverno con i suoi piatti caldi e saporiti. Lascia spazio alla freschezza, ai prodotti stagionali, senza mai dimenticare i pilastri della nostra tradizione. Il pranzo di Pasqua è ancora uno dei momenti più simbolici, e quasi rituali, in Romagna come in tutta Italia.

La tavola imbandita, preparata dalle azdore, cola di antipasti di erbe, asparagi, carciofi o affettati e un bel uovo sodo propiziatorio. Poi i primi di pasta ripiena o al ragù. Lasagne, la tardura, che è una pappa fatta con gli ingredienti dei passatelli. E infine, dall’incrocio tra tradizione ebraica e cristiana, l’agnello al forno o con i piselli oppure, in alternativa, coniglio in porchetta arrosto.

Per finire ovviamente l’uovo e la Colomba – naturale! – ma anche la ciambella e i Gialletti, ovvero i biscottini dell’Artusi. Facili da preparare anche in periodi di costrizione casalinga. La premessa originale è:

Signore mamme, trastullate i vostri bambini con questi gialletti; ma avvertite di non assaggiarli se non volete sentirli piangere pel caso molto probabile che a loro ne tocchi la minor parte.

Farina di granturco, gr. 300
Detta di grano, gr. 100
Zibibbo, gr. 100
Zucchero, gr. 50
Burro, gr. 30
Lardo, gr. 30
Lievito di birra, gr. 20
Un pizzico di sale

Con la metà della farina di grano e col lievito di birra, intrisi con acqua tiepida, formate un panino e ponetelo a lievitare. Frattanto impastate con acqua calda le due farine mescolate insieme con tutti gl’ingredienti suddetti, eccetto l’uva. Aggiungete al pastone il panino quando sarà lievitato, lavoratelo alquanto e per ultimo uniteci l’uva. Dividetelo in quindici o sedici parti formandone tanti panini in forma di spola, e con la costola di un coltello incidete sulla superficie d’ognuno un graticolato a mandorla. Poneteli a lievitare in luogo tiepido, poi cuoceteli al forno o al forno da campagna a moderato calore onde restino teneri.

Impossibile poi non menzionare il ciambellone, entrato a fa parte dei nostri riti e delle nostre più antiche tradizioni. Le forme più semplici e povere, venivano accostate a quelle più “ricche” che avevano sopra le codette, cioè piccoli granelli di zucchero che la impreziosivano. La friabilità e il profumo della ciambella sono e saranno sempre insostituibili.

Negli ultimi anni, tuttavia, si è diffusa una spiccata sensibilità animalista, e in Romagna, forte della sua tradizione marinara, si può tranquillamente trovare una valida alternativa in un secondo a base di pesce come le seppie in umido con i piselli, un brodetto della tradizione o le intramontabili mazzancolle al sale.

Nelle nostre campagne il giovedì santo era usanza legare gli alberi da frutto, lo stesso giorno in cui venivano legate le campane della chiesa e iniziava un periodo di digiuno. Si pensava che, in questo modo, gli alberi avrebbero dato un raccolto più abbondante e che la nebbia non li avrebbe danneggiati.

Il sabato santo invece, quando le campane venivano sciolte, i contadini festeggiavano e tornavano a liberare i rami degli alberi legati due giorni prima. Anche le fanciulle, allo slegare delle campane, scioglievano i propri capelli per farli crescere più lunghi e voluminosi!

Gli uomini e le donne si lavavano il viso senza asciugarlo, pensando che ciò avrebbe permesso di avere una buona vista, mentre Dopo la messa si udivano colpi di fucile o petardi: erano gli uomini che sparavano per uccidere Barabba, esplodendo sempre un numero dispari di colpi per non fare “le corna al Signore.”

Il giorno di Pasqua invece nel ravennate nel ravennate era diffuso anche il detto:

E’ dè ‘d Pasqua e e’ dè ed Nadèl
Totti al galein a e’ su puler
Il giorno di Pasqua e di Natale
Ogni gallina nel suo pollaio

ovvero: nel giorno di Pasqua le donne non andavano a far visita in casa altrui, poiché ciò avrebbe portato disgrazia, quindi ogni “gallina” restava nel proprio “pollaio.”

Il lunedì di Pasquetta è poi da tempo immemore la giornata dedicata a gite e feste campestri, sagre e avanzi. Accompagnati spesso dall’indulgente sensazione che per mettersi in riga, anche in Romagna, c’è sempre tempo. Almeno fino alla Pasqua successiva.

#SalutidaRavenna, qual è il tuo posto del cuore a Ravenna?

#SalutidaRavenna, qual è il tuo posto del cuore a Ravenna?

Sarà una prima primavera diversa dal solito quest’anno, è inevitabile.
Mancheranno le masse di studenti in gita per le strade del centro, il vociare dei cittadini che il sabato mattina si ritrovano in Piazza del Popolo, i turisti davanti ai monumenti Unesco e anche le code in direzione delle spiagge per godersi una rilassante Pasquetta tra amici e parenti.

Avete presente quella luce che lambisce via Cavour nei pomeriggi assolati, che acceca mentre la si percorre in bicicletta verso Porta Adriana? E le margherite che spuntano sui prati verdi dei Giardini Pubblici o della Rocca Brancaleone?

A noi mancheranno molto! Come del resto le pause pranzo sospesi sulle panchine in Piazza Kennedy, le prime uscite serali e gli apertivi al mare aspettando il tramonto.

Per questo, oggi più che mai, sentiamo la necessità di rivivere nei nostri occhi e nella nostra memoria quei luoghi, per ricordarci la loro bellezza e aumentare – soprattutto quando tutto sarà finito (speriamo presto!) – la consapevolezza e la fortuna di vivere in una delle Regioni più belle del mondo.

#SalutidaRavenna

Abbiamo pensato di mettere in moto un piccolo progetto.
Lo abbiamo chiamato #SalutidaRavenna, riferendoci alle vecchie cartoline che un tempo si spedivano quando si andava in vacanza in una determinata località.

Questa volta però la prospettiva cambia. Siamo noi cittadini a diventare ambasciatori. Siamo noi chiamati a diventare narratori attivi della città e delle sue bellezze e spedire da Ravenna a tutto il mondo una cartolina, un abbraccio virtuale di speranza e bellezza.

Come partecipare?

  1. Scegliete una o più foto di Ravenna a cui siete particolarmente legati che avete scattato prima dell’emergenza CoVid-19;
  2. Pubblicatela sul vostro profilo Instagram o Facebook, taggando @RavennaTourism (Facebook | Instagram) e inserendo l’hashtag #SalutidaRavenna. Possono essere anche foto già presenti sui vostri profili a cui potete aggiungere menzione e hashtag;
  3. Taggate nei commenti 5 persone a cui volete inviare il vostro saluto, invitandoli a tornare a Ravenna quando tutto questo sarà finito.

Un ringraziamento per le foto va ai ragazzi del progetto #arRAngiati – La Maratona Fotografica più divertente di Ravenna

L’Ars Bizantina, il ricamo “made in Ravenna”

L’Ars Bizantina, il ricamo “made in Ravenna”

Ravenna conserva con orgoglio un grande passato. Ad ogni angolo, in ogni pietra la storia rivive.
L’ORO dei suoi mosaici ci svela una gloria ineguagliabile fatta di re, imperatori, soldati, santi che sfilano in lunghe ed eleganti teorie nella cui estensione lo sguardo si perde. Il colore BLU ci ricorda che l’acqua fu compagna di Ravenna per millenni. Il Verde è il colore delle sconfinate pinete che, ancora oggi, circondano la città. Il ROSSO è il colore della passione della gente di Romagna, gente schietta, cordiale e accogliente.

Questa straordinaria gamma cromatica la ritroviamo nei ricami della BIZANTINA ARS, ovvero del ricamo bizantino, quel prezioso ricamo impiegato dalle nostre madri o nonne per realizzare tende, tovaglie o centri tavola custoditi gelosamente nei cassetti dei loro armadi serbandoli per le occasioni più speciali. 

Il ricamo bizantino trae ispirazione dai celebri mosaici ravennati di V e VI secolo e dalle elegantissime decorazioni – geometriche, floreali o animali – degli elementi di arredo liturgico e architettonico delle nostre antiche basiliche: transenne e capitelli che sembrano veri merletti di marmo grazie ai raffinati contrasti chiaroscurali determinati dai pieni e dai vuoti. 

Basilica di San Vitale, Ravenna - Capitelli bizantini

Basilica di San Vitale, Ravenna – Capitelli bizantini | Foto © Sailko, via Wikimedia

Il ricamo bizantino viene eseguito su tessuti a trama fitta e regolare e consiste, innanzitutto, nel contornare con il punto erba semplice le figure del disegno ispirato a motivi tratti dai mosaici o dai rilievi, dopodiché il punto bizantino (punto stuoia) viene utilizzato per la riempitura del fondo. Il punto bizantino deve essere eseguito a telaio, unicamente a drittofilo e ricoprendo, filo per filo, la trama del tessuto. 

Sebbene il nome sappia di antico, il ricamo bizantino è nato soltanto nella prima metà del secolo scorso inserendosi in quel generale fenomeno di risveglio dell’arte del ricamo che si verificò negli ultimi decenni dell’Ottocento, dopo un lungo periodo di decadenza.
Questa rinascita ebbe luogo a partire dal 1872 quando una nobile veneziana, per sostenere le donne in un particolare momento di crisi, diede nuovo impulso alla lavorazione del punto Burano, ormai quasi del tutto cessata.

Questa vicenda sollecitò iniziative analoghe in altre regioni italiane: a Bologna sorse la Aemilia Ars, nelle Marche la Feltria Ars, e così in molte altre zone della penisola. 

Nel primo dopoguerra sorse anche a Ravenna una Scuola di Ricamo per iniziativa delle sorelle Poggiali, Rosalia e Nerina, che invitarono in città un’esperta ricamatrice della ditta milanese Canetta. Questa collaborazione stimolò la creazione di una nuova ed esclusiva forma di ricamo in grado di valorizzare il più possibile il patrimonio artistico della città, ispirandosi a motivi tratti dai mosaici e dai rilievi. 

Secondo alcuni, i primi disegni di ricamo sarebbero addirittura stati realizzati da un sacerdote e ciò convalida ancora di più l’utilizzo di simboli religiosi tratti dall’iconografia cristiana: agnelli, cervi, colombe, pavoni, foglie di acanto, tralci di vite, ghirlande e palme. 

Il successo della Scuola e dei suoi prodotti le consentirono di sostenersi con i proventi della propria attività senza bisogno di sovvenzioni e di avviare, successivamente, un’opera di promozione su tutto il territorio italiano inviando i lavori di maggior pregio a mostre dell’artigianato di rilevanza nazionale. Nacquero così opere di grande valore e di altissimo livello qualitativo come paralumi, tovagliati ed arredi tessili liturgici.

La Scuola fu chiusa durante la Seconda Guerra Mondiale con conseguente sospensione di tutte le attività. Venne riaperta nel dopoguerra sempre su iniziativa delle sorelle Poggiali e diretta dalla ricamatrice Alberta Pironi (già allieva della scuola di ricamo della Gioventù Femminile Cattolica presso la basilica di Santa Maria Maggiore) arrivando a contare più di trenta allieve. Furono ripresi i vecchi disegni e ne furono introdotti di nuovi. 

La Scuola, successivamente, ebbe una serie di difficoltà dovute soprattutto alla promulgazione delle legge sull’apprendistato interrompendo quel processo di sviluppo che sembrava ormai avviato. Il laboratorio fu chiuso ma le ricamatrici continuarono a lavorare presso le proprie abitazioni producendo saltuariamente lavori su commissione. Tutto ciò contribuì, a lungo andare, a destinare il ricamo Bizantino all’oblio. 

Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna | Foto © RavennaTourism

Mausoleo di Galla Placidia, Ravenna | Foto © RavennaTourism

Solo alla fine degli anni Ottanta, il CIF (Comitato Italiano Femminile) decise di promuovere il rilancio del Bizantino organizzando nel 1988 una conferenza su questo tema, presieduta dal professor Foschi, e allestendo presso la Casa Matha una mostra di manufatti concessi per l’occasione da privati e sacerdoti.
La mostra ebbe un tale successo per cui fu subito inaugurato un primo corso per l’insegnamento del ricamo bizantino a cui, visto il grandissimo riscontro, ne seguirono molti altri. 

Alla rinascita o riscoperta della Bizantina Ars contribuì anche un concorso, indetto dal Lions Club alla fine degli anni Ottanta, che premiò tale ricamo come “Monumento da salvare”.

Il pubblico femminile che oggi partecipa a questi corsi è assai eterogeneo, sia per età sia per interessi, ma fortemente motivato nella sua scelta. Chi ama dedicarsi al ricamo, non lo fa certo, nella maggioranza dei casi, per trovare una fonte di reddito ma piuttosto per la gioia pura e semplice di stare insieme e per la consapevolezza di coltivare un’arte che ha radici esclusive nella nostra città e che contribuisce a far meglio apprezzare i monumenti paleocristiani e bizantini di Ravenna. 

I ricami bizantini, nei loro colori sgargianti, richiamano il Blu del cielo stellato del Mausoleo di Galla Placidia, il Verde del catino absidale di Sant’Apollinare in Classe, l’Oro usato nei sottofondi dei mosaici, il Porpora dei mantelli di Giustiniano e Teodora in San Vitale. 

Questa forma d’arte, unica e preziosa, costituisce un’importante testimonianza della cultura ravennate. È un vero e proprio patrimonio gestuale che si tramanda da generazioni da maestra ad allieva. La valorizzazione del patrimonio identitario della nostra città passa anche e soprattutto per il recupero e la salvaguardia delle sue tradizioni. 

Teodora, la donna diventata Imperatrice

Teodora, la donna diventata Imperatrice

Che la bella e intrigante TEODORA abbia usato il proprio corpo e il proprio fascino per sedurre il futuro Imperatore GIUSTINIANO, non abbiamo motivo di dubitare.
Né lo ha fatto alcuno storico, fino alla fine dell’Ottocento: “Con lei la prostituzione è salita al trono” scriverà Montesquieu.

Procopio, d’altronde, sul mestiere svolto da Teodora nella prima giovinezza, aveva fornito una serie di dettagli di una precisione tale da non poterli né equivocare né ritenere inventati. Tuttavia lo stesso aveva apertamente tralasciato di testimoniare che, dall’epoca del matrimonio con Giustiniano in poi, la condotta dell’imperatrice fu irreprensibile e che Giustiniano non era né succube della moglie né soggiogato dal suo fascino, ma un uomo che agiva e pensava in perfetta sintonia con la sua sposa di cui nutriva un profondo rispetto.

Fu costante il desiderio di Giustiniano di associarla ai suoi trionfi militari e agli splendori del regno. Nelle occasioni più importanti, Giustiniano consultava sempre la consorte che “Dio le aveva dato in dono” (Teodora = Dono di Dio).


Procopio tralascerà anche di menzionare l’importantissimo ruolo svolto da Teodora durante la rivolta di Nika del 532 d.C. che, senza il suo pronto e decisivo intervento, avrebbe avuto esiti alquanto drammatici. Si trattò di una rivolta popolare conseguente all’inasprimento fiscale voluto da Giustiniano per finanziare i suoi progetti di conquista.
La sommossa fu portata avanti dalle due tifoserie dell’Ippodromo, i Verdi e gli Azzurri, che si coalizzarono contro l’Imperatore e i suoi corrotti funzionari. Costantinopoli fu messa a ferro e fuoco, i ribelli devastarono anche il vestibolo del Palazzo Imperiale e la Basilica di Santa Sofia, Giustiniano in preda al panico, pensò allora di fuggire.

Fu soltanto grazie all’intervento di Teodora che la situazione non precipitò. L’Imperatrice tenne in Senato un discorso così fiero che portò il marito a desistere dal suo intento. “Quand’anche l’unica salvezza stesse nella fuga, io non fuggirò. Terrò fede all’antico detto per cui la porpora è il miglior sudario”. Giustiniano non solo non fuggì ma diede vita ad una durissima repressione affidata ai due generali Belisario e Narsete. Sedata la rivolta, Santa Sofia venne ricostruita nelle sue vesti attuali in soli 5 anni. 

L’immagine e il ruolo di Teodora saranno riabilitati solo in età contemporanea. La recente storiografia ha rivalutato l’immagine della moglie di Giustiniano prendendo spunto da fonti coeve, ben diverse da quelle di Procopio, che attestavano, ad esempio, la sensibilità dell’Imperatrice ai problemi e alle difficoltà delle categorie più deboli, specie delle donne.

Imperatrice Teodora in un dipinto di Benjamin Constant (1845-1902)

Imperatrice Teodora in un dipinto di Benjamin Constant (1845-1902)

Giustiniano, nel Corpus Iuris Civilis, base del diritto occidentale moderno, promulgherà una serie di leggi, probabilmente per influsso diretto della moglie, volte a regolamentare il diritto matrimoniale, migliorando sensibilmente la condizione femminile.

Teodora morirà nel 548, un anno dopo la consacrazione della Basilica di San Vitale di Ravenna che conserva il suo famosissimo ritratto in mosaico, all’età di 48 anni lasciando Giustiniano solo e smarrito. Teodora morirà probabilmente con il rimpianto di non aver potuto dare eredi a quell’immenso Impero che anche lei aveva contribuito a creare.