Teodora, la donna diventata Imperatrice

Teodora, la donna diventata Imperatrice

Che la bella e intrigante TEODORA abbia usato il proprio corpo e il proprio fascino per sedurre il futuro Imperatore GIUSTINIANO, non abbiamo motivo di dubitare.
Né lo ha fatto alcuno storico, fino alla fine dell’Ottocento: “Con lei la prostituzione è salita al trono” scriverà Montesquieu.

Procopio, d’altronde, sul mestiere svolto da Teodora nella prima giovinezza, aveva fornito una serie di dettagli di una precisione tale da non poterli né equivocare né ritenere inventati. Tuttavia lo stesso aveva apertamente tralasciato di testimoniare che, dall’epoca del matrimonio con Giustiniano in poi, la condotta dell’imperatrice fu irreprensibile e che Giustiniano non era né succube della moglie né soggiogato dal suo fascino, ma un uomo che agiva e pensava in perfetta sintonia con la sua sposa di cui nutriva un profondo rispetto.

Fu costante il desiderio di Giustiniano di associarla ai suoi trionfi militari e agli splendori del regno. Nelle occasioni più importanti, Giustiniano consultava sempre la consorte che “Dio le aveva dato in dono” (Teodora = Dono di Dio).


Procopio tralascerà anche di menzionare l’importantissimo ruolo svolto da Teodora durante la rivolta di Nika del 532 d.C. che, senza il suo pronto e decisivo intervento, avrebbe avuto esiti alquanto drammatici. Si trattò di una rivolta popolare conseguente all’inasprimento fiscale voluto da Giustiniano per finanziare i suoi progetti di conquista.
La sommossa fu portata avanti dalle due tifoserie dell’Ippodromo, i Verdi e gli Azzurri, che si coalizzarono contro l’Imperatore e i suoi corrotti funzionari. Costantinopoli fu messa a ferro e fuoco, i ribelli devastarono anche il vestibolo del Palazzo Imperiale e la Basilica di Santa Sofia, Giustiniano in preda al panico, pensò allora di fuggire.

Fu soltanto grazie all’intervento di Teodora che la situazione non precipitò. L’Imperatrice tenne in Senato un discorso così fiero che portò il marito a desistere dal suo intento. “Quand’anche l’unica salvezza stesse nella fuga, io non fuggirò. Terrò fede all’antico detto per cui la porpora è il miglior sudario”. Giustiniano non solo non fuggì ma diede vita ad una durissima repressione affidata ai due generali Belisario e Narsete. Sedata la rivolta, Santa Sofia venne ricostruita nelle sue vesti attuali in soli 5 anni. 

L’immagine e il ruolo di Teodora saranno riabilitati solo in età contemporanea. La recente storiografia ha rivalutato l’immagine della moglie di Giustiniano prendendo spunto da fonti coeve, ben diverse da quelle di Procopio, che attestavano, ad esempio, la sensibilità dell’Imperatrice ai problemi e alle difficoltà delle categorie più deboli, specie delle donne.

Imperatrice Teodora in un dipinto di Benjamin Constant (1845-1902)

Imperatrice Teodora in un dipinto di Benjamin Constant (1845-1902)

Giustiniano, nel Corpus Iuris Civilis, base del diritto occidentale moderno, promulgherà una serie di leggi, probabilmente per influsso diretto della moglie, volte a regolamentare il diritto matrimoniale, migliorando sensibilmente la condizione femminile.

Teodora morirà nel 548, un anno dopo la consacrazione della Basilica di San Vitale di Ravenna che conserva il suo famosissimo ritratto in mosaico, all’età di 48 anni lasciando Giustiniano solo e smarrito. Teodora morirà probabilmente con il rimpianto di non aver potuto dare eredi a quell’immenso Impero che anche lei aveva contribuito a creare.

Alcuni consigli di lettura per conoscere meglio Ravenna

Alcuni consigli di lettura per conoscere meglio Ravenna

Il periodo non è dei migliori, lo sappiamo. Non possiamo farci nulla se non rispettare le norme che ci vengono imposte giustamente dal nostro Governo che ci richiedono lo sforzo di rimanere a casa.

Ben presto la situazione tornerà alla normalità ma nel mentre dobbiamo usare la testa e usare il tempo a nostra disposizione per informarci e conoscere di più il mondo attorno a noi.

Torneremo a viaggiare, questo è sicuro. E Ravenna sarà ancora qui per accogliervi e stupirvi, come sempre solatia, divertente, colta e golosa. 

Per alleggerire la vostra permanenza in casa abbiamo selezionato un piccolo elenco di libri che raccontano qualcosa di più sulla nostra città. Così da trarre qualche ispirazione, rigorosamente seduti sul divano, in vista di un prossimo viaggio, magari proprio da queste parti.


Guide (non convenzionali) su Ravenna

Partiamo col botto. Proviamo a mettere in campo subito un Premio Nobel, un cittadino onorario di Ravenna, il Giullare per eccellenza. Avete capito di chi si tratta, vero?

Dario Fo ha scritto LA VERA STORIA DI RAVENNA (Franco Cosimo Panini), una raccolta dal titolo volutamente provocatorio di aneddoti e leggende della storia romana e bizantina.
Oltre alla parte testuale, al suo interno sono raccolte anche 150 tavole pittoriche dello stesso Fo, per illustrare meglio, tra curiosità e leggenda, gli eventi di cui parla. Ne abbiamo parlato nel dettaglio qualche tempo fa in in un altro articolo.
Insomma, una storia irriverente e volutamente provocatoria, per suscitare qualche risata ma anche qualche sana stortura di naso. Una staffilata, come solo Dario Fo era in grado di fare.

Ingrid Perini ha scritto RAVENNA, UNA GUIDA (Odós). Si tratta di un approccio innamorato, da insider, attraverso il quale riesce a regalarci dieci passeggiate alla scoperta dei mosaici, dei giardini, delle piallasse, dei festival, dei silenzi e delle piadine. Dalla Sicilia, sua terra d’adozione, ci porta nel cuore di Ravenna che ogni volta la accoglie con il suo calore, il dialetto, e i cappelletti della nonna.

Eraldo Baldini ci porta invece tra I MISTERI DI RAVENNA. LA FACCIA NASCOSTA DELLA STORIA E DELLA MEMORIA (“Il Ponte Vecchio” edizioni). Una città che ha attraversato così tanti secoli e che è stata tre volte capitale ha sempre molto da svelare e nascondere. Tra momenti di splendore e periodi d’ombra, pinete e lagune, tesori d’arte e di natura, è possibile incontrare il fascino forte e duraturo dei personaggi che ne furono protagonisti, a volte quasi sconosciuti.

Come poi dimenticare, invece, un recente volume sulla storia della città, edito sempre da “Il Ponte Vecchio”, dal titolo STORIA DI RAVENNA. DALLA PREISTORIA ALL’ANNO DUEMILA e scritto a due mani da Paola Novara e Alessandro Luparini.
Un vero e proprio viaggio senza soluzione di continuità che dall’impareggiabile patrimonio artistico e architettonico dell’Antichità ci porta, passando per Dante e il Medioevo, dritti fino alla storia del Novecento con il movimento cooperativo e la nascita di alcuni partiti destinati a segnare la storia d’Italia.

In Romagna, e pertanto anche a Ravenna, non si può prescindere dal dialetto, forse uno dei più divertenti d’Italia. Ed è così che Marcello Minghetti ha pensato di mettere insieme una quarantina di sonetti romagnoli (con traduzione, non vi preoccupate!) e un centinaio di foto d’epoca per lo più inedite, per un’originalissima guida agli antichi rioni della città.
A VAION PER RAVENNA (A SPASSO PER RAVENNA) è l’affascinante rivisitazione degli studi toponomastici di Don Mario Mazzotti, corredata da notizie storiche, poesie e illustrazioni.


LIBRI PER I PIÙ PICCOLI

E per i più piccoli? Anche per le famiglie e i loro figli ci sono un sacco di spunti letterari a cui far riferimento se si vuole conoscere la storia della città di Ravenna, divertendosi.

Si può iniziare ad esempio da un’eroina nazionale dell’editoria per bambini, la celebre cagnolina PIMPA di Altan.
LA PIMPA VA A RAVENNA (Franco Cosimo Panini) è un bellissimo modo per conoscere i particolari della città, giocando e seguendo il mitico personaggio di Altan. Un nascondino tra monumenti e piazze, per svelare a poco a poco la città e il mare.

Imperdibili poi sono i due volumi scritti dalla guida turistica locale Silvia Togni UNA PIGNA PER RAVENNA e A RAVENNA UNA PIGNA TIRA L’ALTRA. ANDANDO PER VALLI E PINETE, entrambi Longo editore.
Due piccoli libri, rivolti sopratutto ai ragazzi, per comprendere meglio l’importanza della storia di Ravenna e del patrimonio naturalistico, inseguendo i consigli di una simpatica pigna.

PASSEGGIATA PER RAVENNA. 100 MONUMENTI IN 1 GIORNO. MINI GUIDA PER GIOVANI PEDONI (edizioni del Girasole) è invece la guida pensata da Scilla Cicognani con il desiderio di far sentire ai giovanissimi il fascino di questa città, camminando per le sue strade ciottolate con il naso all’insù a osservare ogni particolare.


LIBRI DI CUCINA

E infine, come abbiamo già iniziato a fare in un articolo di qualche tempo fa, alcuni spunti per iniziare a gustare la Romagna da casa vostra, in attesa di incontrarci da queste parti, brindando alla ritrovata libertà.

LA CUCINA ROMAGNOLA ILLUSTRATA (Edit Romagna) tra le oltre 200 ricette tipiche delle varie province contiene anche la versione ravennate di piadina e cappelletti, passateli e tante prelibatezze di carne e pesce.

A seguire, LA CUCINA DELLA ROMAGNA (Newton Compton Editori), un libricino facile e veloce ma davvero ben fatto, della bolognese Laura Rangoni, che lo illustra così:

Piadina a parte, la Romagna è ormai più nota come luogo di divertimenti che di cultura gastronomica. In realtà i romagnoli sono sempre stati maestri nell’arte di trarre il meglio dalla loro terra, indiscutibilmente più povera rispetto alla grassa e vicina Emilia, sostituendo con l’inventiva e la fantasia ciò che la natura somministrava con parsimonia. E le preparazioni tradizionali sono impregnate dello spirito un po’ anarchico e “ruvido” della gente, come dimostrano, simbolicamente, gli strozzapreti. Ricca e variegata, poi, è la cucina di pesce, che pure resta improntata all’essenzialità, poiché, in Romagna, ciò che conta è lo spirito, il cuore aperto, l’amicizia e la generosità nella condivisione. E questo principio a tavola vale in ogni occasione, sia per le pietanze della festa, come i cappelletti, sia davanti a qualche semplice ma gustoso sardoncello alla griglia.

E infine come non perdersi nella lettura dei libri del giornalista e gastronomo Graziano Pozzetto che ci porta dritti alla scoperta della cucina romagnola in tutte le sue forme e i suoi piatti. Il nostro consiglio allora è lasciarsi andare alla lettura dell’ENCICLOPEDIA ENOGASTRONOMICA DELLA ROMAGNA (VOLUME I, II E III) ma anche il più recente e irriverente CARO VECCHIO PORCO TI VOGLIO BENE. LA TRADIZIONE DEL MAIALE IN ROMAGNA.

Buona lettura a tutti e #iorestoacasa!

Ravenna e i suoi Porti

Ravenna e i suoi Porti

Questo porto ci dicono Cangiano
perché andando da qui si va a Marina…
dai “Sonetti Romagnoli” di Olindo Guerrini.

Nata sull’acqua, Ravenna si è vista nei secoli allontanarsi dal mare per l’incessante rimodellamento del Delta del Po. Il suo è, fin dall’antichità, un territorio fragile e mutevole in balìa del mare, dei fiumi e del clima. 

Ravenna, da “città di acque correnti” situata al centro di una laguna viva, si è pertanto trasformata progressivamente in una “città di terra”.

Consapevole dell’importanza di non interrompere questo rapporto, la città si è dotata di un cordone ombelicale, una vera e propria cerniera, che la collegasse all’Adriatico, al mondo. È questa, in sintesi, la storia dei porti di Ravenna.

Dal porto militare di Classe di età augustea a quello commerciale di epoca tardoantica, dal Porto Coriandro, dove probabilmente è sbarcato l’enorme monolite del Mausoleo di Teodorico, al Porto Candiano, posto alla foce del canale Pamphilio che sfociava “In sul lito Adriano” nei pressi della “Turaza”, fino all’attuale canale naviglio Corsini voluto da Giulio Alberoni, il Cardinale Legato al quale dobbiamo il riassetto idraulico che oggi conosciamo.

Ricostruzione di Ravenna (I secolo d.C.)

Ricostruzione di Ravenna (I secolo d.C.) | Foto tratta da http://tamoravenna.info/

Questa trasformazione è avvenuta tra il 1735 e il 1740. Fino ad allora, per secoli, Ravenna era stata una città dove la presenza dell’acqua era stata incombente e massiccia.
Una città in cui la gente aveva a che fare tutti i giorni con l’acqua perché doveva attraversare ponti, si trovava gli argini dei fiumi davanti a casa, respirava nelle stagioni più calde i miasmi di acqua putrida che faticava a scorrere verso il mare.

L’acqua venne definitivamente allontanata dalla città nella prima metà del XVIII secolo in seguito alla diversione dei fiumi Ronco e Montone negli attuali Fiumi Uniti e alla costruzione di Porto Corsini (l’attuale Marina di Ravenna) avvenuta a partire dal 1735 per iniziativa, come già ricordato, del Cardinale Legato Giulio Alberoni (il nome Corsini è il nome del Papa regnante, Clemente XII Corsini). 

Canale Corsini (Ravenna) | Foto © Biserni

Il porto, collegato al centro urbano attraverso un ampio canale navigabile, avrebbe dovuto rilanciare Ravenna come scalo principale nello Stato Pontificio, ma il suo effettivo sviluppo è successivo di oltre un secolo alla costruzione.

Con l’unificazione italiana (1861) e la costruzione della rete ferroviaria (1863), Porto Corsini divenne infatti uno dei luoghi strategici per l’economia ravennate, sia come scalo commerciale che come prima meta del turismo balneare.

Il riconoscimento di Porto Corsini come “porto nazionale”, voluto da Luigi Carlo Farini nel 1860, costituì la premessa alle opere di allargamento del canale e di sistemazione delle banchine, intraprese a partire dal 1870.

In seguito a queste opere, si insediarono, nei pressi della Stazione Ferroviaria e della Dogana, una serie di opifici e magazzini che costituirono il primo nucleo di un comparto manifatturiero destinato a crescere già fra le due guerre mondiali.

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

È curioso che ancora oggi i ravennati preferiscano chiamare il canale navigabile col nome “Candiano” e non con quello ufficiale “Corsini”, probabilmente perché sono rimasti affezionati al nome del vecchio porto ubicato a sud della città.
Candiano è in realtà un nome assai antico la cui etimologia, non nota, risale all’idronimo Candidiano che si riferiva ad uno dei corsi d’acqua che lambivano la città. Candiano è quindi un termine riferito all’acqua, alla città portuale, alle sue isole e, in epoca più recente, al canale Pamphilio. 

Sul braccio interno del canale, si trovava la cosiddetta Darsena dei velieri, che giungeva fin sotto la chiesa dei SS. Simone e Giuda (costruita tra il 1898 e il 1902), ove furono costruiti i magazzini del porto d’epoca settecentesca che Marco Fantuzzi, il magistrato illuminato di Ravenna, fece costruire su progetto di Camillo Morigia. Progetto che riporta la data del 1781.

La Darsena dei velieri, colpita dai bombardamenti aerei del 1944, venne definitivamente tombata nel Secondo Dopoguerra e dagli anni settanta i traffici marittimi si spostarono quasi interamente alle nuove Darsene San Vitale e alla penisola Trattaroli. 

La Dogana ha avuto diverse collocazioni. Inizialmente, come si vede in tante fotografie, la Regia Dogana era ubicata in testa Candiano, proprio di fianco alla Stazione Ferroviaria, poi nel 1930 fu inaugurata una nuova sede, di fianco alla Capitaneria di Porto. Distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale fu ricostruita dal lato opposto del Candiano, dove oggi ha sede la Polizia Municipale.

Moltissimi gli stabilimenti industriali e commerciali sorti sulle sponde delle vecchie darsene: raffinerie di zolfo, fornaci per mattoni, stabilimenti di legnami, fabbriche di concimi chimici, fonderie, jutifici…

È interessante notare che in molte di queste fabbriche fosse prevalente la manodopera femminile. Sia la “Saccheria Ravennate Callegari & Ghigi” sia lo “Jutificio Montecatini” assunsero centinaia di lavoratrici che si emanciparono così dalla dipendenza dal lavoro maschile e dalle mansioni domestiche.

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

Quasi tutte donne erano anche le dipendenti della “Società Conserve Alimentari Conti, Calda & C.”, più nota come “Pandurera”, stabilimento sorto a fianco della Raffineria Almagià nel 1906; inizialmente si trattava di una raffineria di zolfo, la “Lama, Giacometti & C.” ma come raffineria ebbe vita brevissima, tant’è che alla fine dello stesso anno si riconvertì in fabbrica di conserve.

Durante la Prima Guerra Mondiale la cosiddetta “Pandurera” fu colpita da un bombardamento aereo. È curioso ricordare che la grande quantità di pomodoro sparso un po’ ovunque fu scambiato per sangue e inizialmente trasse in inganno i soccorritori che temettero una strage fra le operaie, che invece si erano allontanate in tempo.

Oggi Ravenna non è più una città d’acqua, il mare si è ritirato di oltre 10 km a causa dei sedimenti depositati dal Po e dai suoi tanti affluenti, le acque toccano la città solo presso la Darsena.
Quest’area emerge fortemente come un luogo che possiede tutte le potenzialità di una “cerniera” fra il centro storico di Ravenna e il litorale e che per questo andrebbe il più possibile valorizzata.


#myRavennAmbassadors – La storia di Ravenna e del suo territorio comodamente seduti sul divano di casa vostra.

La Zuppa Inglese e Lord Byron

La Zuppa Inglese e Lord Byron

Ci sono incontri predestinati tra alcuni oggetti e il nome che indosseranno. Incontri con un luogo, un personaggio o un’intera cultura. Le montagne russe, le fiamminghe, i cavolini di Bruxelles, la pizza Margherita, il parmigiano. E anche Ravenna ha il suo meeting di nomi (e l’inglese non è a caso). Perché non c’è nessun dolce che possa accontentare il palato se non è raccontato.

Nel giugno del 1819, Lord George Gordon Byron, sesto barone Byron di Rochdale, poeta e politico inglese, giunse a Ravenna, il giorno di Pentecoste, al seguito della contessa Teresa Gamba Guiccioli, conosciuta poco prima nei salotti di Venezia.

Lord Byron in visita a Venezia

Lord Byron in visita a Venezia

Byron rimase a Ravenna per oltre due anni, legato sentimentalmente a Teresa, e qui trovò ispirazione per alcune sue importanti opere, come il “Don Juan”. Proprio in questo periodo, frequentando i palazzi dei Guiccioli e dei Gamba, pare che Byron fosse diventato ghiotto di una locale “zuppa” di crema e cioccolato, già molto nota.

Si narra che sia stato proprio il cuoco di una di queste dimore a perfezionare la ricetta, traendo spunto da un dolce inglese, il trifle, che comprendeva oltre alla crema anche il pan di Spagna, il tutto innaffiato in qualche bevanda alcolica. Il nuovo dolce venne dunque chiamato “inglese” in onore al Lord giunto da quell’Inghilterra che avrebbe tardato ancora qualche tempo per scoprire che una pietanza concepita così lontano avrebbe portato per sempre il suo nome.

Un esempio di "trifle" britannico

Un esempio di “trifle” britannico

Nacque dunque – forse – così la “Zuppa Inglese”, o la “Sopainglesa” in dialetto, che da allora viene preparata con molte varianti, con savoiardi o amaretti, alkermes o rosolio. Qui riportiamo parte della ricetta di Pellegrino Artusi, che lascia una certa acquolina in bocca:

Prendete una forma scannellata, ungetela bene con burro freddo e cominciate a riempirla nel seguente modo: una buona conserva di frutta, poi uno strato di crema ed uno di savoiardi intinti in un rosolio bianco.

Versate dell’altra crema e sovrapponete alla medesima degli altri savoiardi intinti nel rosolio e ripetete l’operazione fino a riempirne lo stampo…

Non importa quanto abbiate mangiato. C’è sempre spazio per il dolce!

La Zuppa Inglese con i savoiardi

La Zuppa Inglese con i savoiardi

Ravenna in Sette Delitti

Ravenna in Sette Delitti

Ogni città ha ombre che si riflettono sulle pieghe della sua storia, vicende che seppur di lieve entità hanno rappresentato momenti cruciali nelle vicende umane della società.

Come nelle migliori pagine di un romanzo noir, anche Ravenna non è esente da tutto ciò. Città di imperatori, anti-papi, briganti, nobili, anarchici, guerrieri e martiri, l’ex capitale bizantina è stata segnata nel corso del tempo da alcuni fatti di sangue e misteri che, tralasciando gli aspetti più cruenti, rivelano interessanti storie da conoscere, di delitti, di vendette e abili raggiri.

Apollinare, il martirio del primo vescovo

Cupola Basilica di Sant'Apollinare in Class

Cupola Basilica di Sant’Apollinare in Classe | Foto © Archivio Fotografico Comune di Ravenna

Il patrono di Ravenna è Sant’Apollinare, protovescovo della città, originario di Antiochia e ritenuto il fondatore della Chiesa di Ravenna. Spinto da un proverbiale zelo, pare che Apollinare predicasse con successo e avesse convertito molti pagani della città, attirando ben presto le ire dei pagani romani. Gli venne intimato di andarsene o di sacrificare ali antichi dei, ma egli rifiutò e per questo venne percosso, quasi a morte.

Affidato a una vedova, si riebbe dopo alcuni mesi e riprese la propria missione di evangelizzazione. Battuto nuovamente e esiliato, non lasciò mai la città poiché una tempesta impedì alla sua nave di allontanarsi dalle coste. Di nuovo minacciato, Apollinare rifiutò ancora il culto pagano, venne nuovamente battuto e infine morì per le ferite riportate. Sebbene la datazione di tali eventi sia incerta (23 luglio 74 d.C. o molto più probabilmente la fine del II secolo d.C: ), forse manipolata allo scopo di promuovere l’apostolato e quindi l’autonomia della Chiesa ravennate, resta una certezza la sua fine atroce in nome della fede.

Stilicone, il generale decapitato

Dittico di Stilicone (Cattedrale di Monza)

Dittico di Stilicone (Cattedrale di Monza) | Ph. Wikipedia, CC BY 3.0 IT

Alla morte dell’Imperatore Teodosio (395 d.C.), spetta al figlio Onorio l’Impero Romano d’Oriente con capitale Ravenna. Il suo tutore, affidatogli dallo stesso padre, è Stilicone, generale vandalo di comprovata lealtà. Ma la presenza del comandante barbaro è invisa ai maggiorenti romani, che temono la forza delle sue truppe ausiliarie barbariche: chi può controllare i barbari, domani potrebbe aizzarli contro l’Impero e proclamarsi, egli stesso, imperatore.

L’occasione si presenta durante una sollevazione delle truppe ausiliare, stanchi delle vessazioni romane. Stilicone tenta di mediare e sedare la rivolta ma il dignitario Olimpio lo accusa invece di essere stato lui stesso l’istigatore della protesta. Stilicone fugge nella cattedrale, invocando asilo, ma in vano. Catturato, rifiuta stoicamente la difesa dei suoi soldati e si lascia giustiziare. Condannato per tradimento, viene decapitato dalle guardie di Olimpio, probabilmente nella piazza antistante all’attuale Duomo di Ravenna.

Odoacre e Teodorico

Mausoleo di Teodorico | Foto © Luca Camillo via Wiki Loves Monuments 2012 (dati da Photo Emilia Romagna)

Mausoleo di Teodorico | Foto © Luca Camillo via Wiki Loves Monuments 2012 (dati da Photo Emilia Romagna)

Una vicenda degna di Shakespeare è quella che coinvolge Teodorico e Odocare sul finire del V secolo d.C. Il primo è l’astuto re degli Ostrogoti, formatosi alla corte bizantina, che sta guadagnando sempre più potere, imperversando nell’Europa orientale. L’imperatore di Bisanzio, Zenone, di cui è formalmente alleato, preoccupato dalla sua ascesa, decide di inviarlo a Ravenna per contrastare Odoacre, da una quindicina d’anni Re illegittimo d’Italia, per aver deposto l’ultimo imperatore d’occidente, il giovane Romolo Augusto.

Dopo tre anni di assedio Ravenna si arrende e grazie all’intervento del vescovo Giovanni, i due sovrani stabiliscono di spartirsi il regno a metà. Invitato a banchetto da Teodorico presso il palazzo imperiale “del Laureto” (l’edificio sorgeva in corrispondenza dell’attuale via di Roma nell’area nei pressi di via Alberoni) , Odoacre si presenta in pace con il suo Stato Maggiore. Ma il re goto lo attende a palazzo per assassinarlo, di propria mano. Nel frattempo in città scatta il repulisti delle truppe e delle loro famiglie, distratte dalle gozzoviglie per la fine delle ostilità. Era il 5 marzo 494.

Da Polenta, delitti tra le mura

Dante Alighieri (1265-1321) legge la Divina Commedia a Guido Da Polenta (1850)

Dante Alighieri (1265-1321) legge la Divina Commedia a Guido Da Polenta (1850) | Dipinto di Andrea Pierini (1798-1858), Palazzo Pitti, Firenze

Protagonista di questa vicenda è Ostasio I Da Polenta, rampollo della casata che di fatto comanderà a Ravenna tra il 1300 e il 1500. Ostasio è cugino di Guido Novello, colui che ospiterà in città Dante Alighieri durante il suo esilio e capo-clan dei Da Polenta. Guido è un notevole anfitrione ma si rivela un capo di poca tenuta e mentre è a Bologna, in qualità di capitano reggente, Ostasio ne usurpa il ruolo, facendo uccidere l’arcivescovo Rinaldo, suo cugino e fratello di Guido Novello. Guido si trova pertanto esule a Bologna, non potendo rientrare a Ravenna, in mancanza di alleati e temendo per la propria vita.

Ma Ostasio non è soddisfatto e architetta un altro piano crudele. Favorisce il rientro a Cervia di un fuoriuscito, affinché alimenti una rivolta. Durante i tumulti lo zio Bannino e il cugino Guido, reggenti della cittadina, riparano a Ravenna. Ostasio li attende per ucciderli e prendere il controllo anche del territorio cervese. Anche il figlio, Bernardino, non è da meno. Avido quanto il padre, farà morire in prigione i fratelli Pandolfo e Lamberto. Stessa sorte toccherà a suo figlio Guido l’Ultimo, a opera dei suo setti figli uno dei quali, Obizzo, che sarà responsabile della definitiva cessione della signoria di Ravenna ai Veneziani, a metà del XV secolo.

Guidarello Guidarelli, la morte e poi un bacio

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli, Museo MAR di Ravenna (1525 d.C.)

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli, Museo MAR di Ravenna (1525 d.C.) | Foto © Archivio Comune di Ravenna

Della leggenda di Guidarello Guidarelli e in particolare delle tribolate vicende della sua lastra funebre e del bacio abbiamo già disquisito. Ma come venne ucciso e perché?
Nato nella Ravenna veneziana da famiglia fiorentina, il primogenito dei Guidarelli è uomo d’arme e condottiero del Sacro Romano Impero, dunque a favore del Papa, tra le fila di Cesare Borgia. Ma non soltanto. Combatte anche per la Serenissima, contro i fiorentini e gli ottomani, e rimarrà per sempre legato a Venezia, probabilmente anche come informatore.

Questa doppia veste non piacerà a Cesare Borgia il quale, secondo una prima versione dei fatti, durante uno dei suoi rinomati balli in maschera lo farà assassinare. Una ricostruzione più accurata, alla luce di alcuni documenti esaminati attorno agli anni ’30 del secolo scorso, propone invece la morte avvenuta per la conseguenza delle ferite riportate durante una disputa armata, nata dalla mancata riconsegna di una veste prestata per una festa in maschera.  Quello che è certo è che Guidarello, in fin di vita, ebbe modo di lasciare istruzioni affinché il suo corpo venisse tumulato a Ravenna, dove ancora oggi riposa, sotto la sua celeberrima immagine.

La strage dei francesi

La morte di Gaston De Foix

La morte di Gaston De Foix

Gastone di Foix è nipote del re di Francia, nonché comandante dell’esercito francese, impegnato in Italia nel 1512 al fianco degli Este, contro il Papa, i veneziani e gli spagnoli. Nella battaglia di Ravenna (la prima sul territorio italiano a impegnare in maniera strategica batterie di cannoni) ha la meglio sugli spagnoli che sono costretti a ritirarsi, anche senza disfatta.
A Gastone, però, questa vittoria va stretta. Si lancia all’inseguimento del nemico, cercando di colpirlo alle spalle. Circondato da un drappello di cavalleggeri preso il fiume Ronco, viene isolato e colpito a morte. Nei pressi del luogo dell’agguato ancora oggi resiste una cippo monumentale che ricorda la sua morte e quella di molti altri soldati, forse ventimila, macabri protagonisti di una vera strage.
A quel punto i ferraresi e i francesi eluderanno la tregua e i patti di resa, irrompendo in città per saccheggiarla. Ventiquattro guasconi, rei di aver violato un convento di suore, saranno impiccati alla cancellata dal famoso generale Jacques de La Palice.

Stefano Pelloni, detto Il Passatore

Il Passatore, pseudonimo di Stefano Pelloni (1824 - 1851)

Il Passatore, pseudonimo di Stefano Pelloni (1824 – 1851)

Di Stefano Pelloni, detto Il Passatore, e delle sue gesta ha cantato, con una discreta dose di romanticismo e magnanimità, persino Giovanni Pascoli. Ma il brigante di Romagna, seppur a volte capace di gesti galanti e generosi, di cortese aveva ben poco. Con la sua banda si è macchiato di numerosi ammazzamenti, sanguinose rapine, smembramenti ed esecuzioni. Sarà per questo che dopo che venne braccato e ucciso dai gendarmi pontifici, nel marzo del 1851, la sua salma fu esposta in molte piazze della Romagna, come monito e trofeo. Fu il legato di Bologna, all’appropinquarsi della primavera, a mettere fine a questo lugubre rituale, e con la scusa del caldo che poteva accelerarne la decomposizione, ne impose finalmente la sepoltura.

Ravenna in Sette Delitti

La vera storia della Setta degli Accoltellatori di Ravenna

Che sia Halloween o Ognisanti, resta il fatto che giunge una notte dedicata alle anime, inquiete o gioiose che siano, che tornano a farci visita.
Chissà allora se in questi giorni, o meglio in queste notti, alcune anime inquiete vagheranno per le uggiose vie del centro storico di Ravenna, passando davanti a quei luoghi che le videro vittime in un lontano passato quando l’Italia era appena sorta.
Ecco la storia di alcuni di questi spiriti che perirono qualche secolo fa sotto le lame della Setta degli Accoltellatori.

Agli albori della lotta di classe, nella Ravenna tardo-risorgimentale di fine ‘800, nacque una “società” di accoltellatori che bersagliava esponenti delle istituzioni e facoltosi uomini del sistema bancario locale, ma anche guardie doganali, contrabbandieri, giornalisti e malcapitati.
Tra il 1865 e il 1871 23 membri della setta si macchiarono di una dozzina di delitti, prima che uno di loro, il delatore Giovanni Resta, decise di svelare tutto e poi fuggire impunito all’estero.

Al processo del 1874, che ebbe una eco nazionale, la banda, formata da anarchici ed ex- garibaldini, delusi dalla svolta monarchica che stava concludendo il Rosorgimento, venne ritenuta responsabile di incitamenti alla rivolta e del ferimento e della morte di molte personalità locali.

Questi delitti, spesso compiuti con la saracca (un tipico coltello romagnolo dalla micidiale lama diritta), si collegavano ad altri eventi sparsi per la Romagna, ai tempi percorsa da gruppi ribelli indomabili, fomentati da accese passioni politiche.

Tomba di Dante Alighieri (Ravenna)

Tomba di Dante Alighieri (Ravenna) | Foto @ Nicola Strocchi

I riferimenti toponomastici del processo e delle indagini ci permettono ancora oggi di calcare i passi della setta, immaginando un centro storico fatto di ponticelli e stradine oggi scomparse, viuzze e antiche osterie, una città in parte diversa da quella odierna, ma nella quale tuttavia molti palazzi e vicoli resistono come immutati testimoni.

Così possiamo immaginare, di fronte alla chiesa di Santa Maria del Torrione, un ponte sul fiume Montone (oggi una strada) dal quale venne gettato il corpo di Luigi Tassinari, rapito alla vita da 24 coltellate, come suo fratello, Augusto, che con lui era conosciuto con il soprannome di “Paganéll”. Era una notte di aprile del 1870 e gli accoltellatori colpivano per la settima volta.

La prima volta fu invece cinque anni prima, all’altezza del vicolo Pignata, che oggi non esiste più, all’angolo dell’odierna via Mazzini. Mentre saliva verso Porta Sisi, il Cavalier Antonio Monghini fu ferito, ma non a morte, da un’arma da taglio. Forse un avvertimento all’aristocrazia locale.

Ravenna - Porta Sisi

Ravenna | Porta Sisi

Nel maggio del 1871 venne invece colpito da un colpo di pistola il brigadiere Gaetano Plazzi, mentre sedeva a un tavolino del Caffè del Corso, oggi via Roma.

Il più “prestigioso” è forse però quello che avvenne il 1 giugno del 1868. Il Cavaliere Cesare Cappa, procuratore del Re, il quale, accompagnato dall’avvocato Malacorda, fu pugnalato a morte mentre infilava la chiave nella porta di casa nei pressi del vicolo San Vincenzo (oggi via Antica Zecca).

Così come fu pugnalato a morte il giovane Celeste Gherardi, ultima vittima della Setta, colpito da 26 pugnalate lungo la via Bassa, accanto allo scolo Lama, che ancora oggi costeggia Via Ravegnana.

Non furono gli unici eventi delittuosi e criminali attribuiti alla Setta, e molti di questi rimasero senza movente e senza colpevoli.


Prestate dunque attenzione, in queste sere, perché di sera avvennero tali misfatti. Magari qualche voce riecheggerà tra i portici e la nebbia…