La vera storia della Setta degli Accoltellatori di Ravenna

La vera storia della Setta degli Accoltellatori di Ravenna

Che sia Halloween o Ognisanti, resta il fatto che giunge una notte dedicata alle anime, inquiete o gioiose che siano, che tornano a farci visita.
Chissà allora se in questi giorni, o meglio in queste notti, alcune anime inquiete vagheranno per le uggiose vie del centro storico di Ravenna, passando davanti a quei luoghi che le videro vittime in un lontano passato quando l’Italia era appena sorta.
Ecco la storia di alcuni di questi spiriti che perirono qualche secolo fa sotto le lame della Setta degli Accoltellatori.

Agli albori della lotta di classe, nella Ravenna tardo-risorgimentale di fine ‘800, nacque una “società” di accoltellatori che bersagliava esponenti delle istituzioni e facoltosi uomini del sistema bancario locale, ma anche guardie doganali, contrabbandieri, giornalisti e malcapitati.
Tra il 1865 e il 1871 23 membri della setta si macchiarono di una dozzina di delitti, prima che uno di loro, il delatore Giovanni Resta, decise di svelare tutto e poi fuggire impunito all’estero.

Al processo del 1874, che ebbe una eco nazionale, la banda, formata da anarchici ed ex- garibaldini, delusi dalla svolta monarchica che stava concludendo il Rosorgimento, venne ritenuta responsabile di incitamenti alla rivolta e del ferimento e della morte di molte personalità locali.

Questi delitti, spesso compiuti con la saracca (un tipico coltello romagnolo dalla micidiale lama diritta), si collegavano ad altri eventi sparsi per la Romagna, ai tempi percorsa da gruppi ribelli indomabili, fomentati da accese passioni politiche.

Tomba di Dante Alighieri (Ravenna)

Tomba di Dante Alighieri (Ravenna) | Foto @ Nicola Strocchi

I riferimenti toponomastici del processo e delle indagini ci permettono ancora oggi di calcare i passi della setta, immaginando un centro storico fatto di ponticelli e stradine oggi scomparse, viuzze e antiche osterie, una città in parte diversa da quella odierna, ma nella quale tuttavia molti palazzi e vicoli resistono come immutati testimoni.

Così possiamo immaginare, di fronte alla chiesa di Santa Maria del Torrione, un ponte sul fiume Montone (oggi una strada) dal quale venne gettato il corpo di Luigi Tassinari, rapito alla vita da 24 coltellate, come suo fratello, Augusto, che con lui era conosciuto con il soprannome di “Paganéll”. Era una notte di aprile del 1870 e gli accoltellatori colpivano per la settima volta.

La prima volta fu invece cinque anni prima, all’altezza del vicolo Pignata, che oggi non esiste più, all’angolo dell’odierna via Mazzini. Mentre saliva verso Porta Sisi, il Cavalier Antonio Monghini fu ferito, ma non a morte, da un’arma da taglio. Forse un avvertimento all’aristocrazia locale.

Ravenna - Porta Sisi

Ravenna | Porta Sisi

Nel maggio del 1871 venne invece colpito da un colpo di pistola il brigadiere Gaetano Plazzi, mentre sedeva a un tavolino del Caffè del Corso, oggi via Roma.

Il più “prestigioso” è forse però quello che avvenne il 1 giugno del 1868. Il Cavaliere Cesare Cappa, procuratore del Re, il quale, accompagnato dall’avvocato Malacorda, fu pugnalato a morte mentre infilava la chiave nella porta di casa nei pressi del vicolo San Vincenzo (oggi via Antica Zecca).

Così come fu pugnalato a morte il giovane Celeste Gherardi, ultima vittima della Setta, colpito da 26 pugnalate lungo la via Bassa, accanto allo scolo Lama, che ancora oggi costeggia Via Ravegnana.

Non furono gli unici eventi delittuosi e criminali attribuiti alla Setta, e molti di questi rimasero senza movente e senza colpevoli.


Prestate dunque attenzione, in queste sere, perché di sera avvennero tali misfatti. Magari qualche voce riecheggerà tra i portici e la nebbia…

Come quando trovi la sabbia dell’anno prima in fondo alla valigia

La chiesa che si è fatta teatro: la storia del Rasi di Ravenna

La chiesa che si è fatta teatro: la storia del Rasi di Ravenna

Che Ravenna sia una città d’arte in tutte le sue sfaccettature è noto a tutti. Per i viaggiatori interessati alla cultura e all’arte è la meta ideale: i suoi monumenti Unesco e la bellezza dei mosaici testimoniano la  sua grande storia. Insieme al pregio del suo patrimonio artistico, un altro buon motivo per visitare Ravenna è per venire a teatro. Uno dei teatri del centro storico nasconde nella sua struttura un’origine antica e più di un aneddoto da raccontare. Ravenna, si sa, è una città ricca di storie da svelare, alcune più conosciute e altre meno. Alcuni di voi probabilmente avranno già capito che sto parlando del teatro Rasi, ma prima di svelare la misteriosa vicenda, è bene partire con ordine.
Sapete chi erano i da Polenta?

I da Polenta erano una nobile famiglia italiana con casato nella signoria feudale di Ravenna (1275 – 1441). Fu la principale famiglia guelfa della città e alla sua testa spiccava la figura di Guido il Vecchio, che divenne signore assoluto di Ravenna nel 1287. Se il suo nome non vi è molto noto, sicuramente avrete sentito quello di sua figlia, Francesca da Polenta, resa celebre per il racconto che Dante fece del suo amore per Paolo nel V canto dell’Inferno.
Un membro meno “chiacchierato” della famiglia, ma non per questo meno importante, fu suor Chiara da Polenta, sorella di Francesca. Nel 1255, insieme a una comunità di clarisse ravennati, fondò un monastero e una chiesa dedicati a Santa Chiara, lasciando a Ravenna un edificio fondamentale per la cultura della città. La comunità di Santo Stefano in fundamenta Regis crebbe sulle fondamenta di quello che oggi si crede fosse un antico palazzo imperiale o, diversamente, un oratorio.

Il teatro Rasi di Ravenna | © Ravenna Festival

Il teatro Rasi di Ravenna | © Ravenna Festival

Camillo Morigia a fine Settecento ridisegnò la chiesa e l’adiacente monastero, che vennero quasi completamente ricostruiti. Dopo secoli di incessata attività, la vita del monastero si concluse bruscamente nel 1805, con la soppressione ordinata da Napoleone. Questo monastero non fu l’unico ad essere chiuso in città: stessa sorte è toccata anche a quello camaldolese (ospitato dove oggi si trova la Biblioteca Classense) e a quello del complesso di San Vitale (dove oggi si trova il Museo Nazionale). L’edificio conventuale fu demolito in seguito alla sua chiusura, ma la chiesa e il ciclo di affreschi nel presbiterio furono risparmiati. Gli affreschi, attribuiti a Pietro da Rimini e datati al secondo decennio del XIV secolo, oggi sono ammirabili presso il Museo Nazionale, dove sono stati riposti perché fossero maggiormente al riparo.  Rappresentano la storia della Salvezza, gli Evangelisti e i Dottori della Chiesa.

La chiesa, adattata prima a cavallerizza, alla fine del XIX secolo fu ceduta all’Accademia Filodrammatica e trasformata in teatroNel 1919 il teatro fu intitolato “Luigi Rasi in onore dell’attore, drammaturgo e storico ravennate di fine Ottocento. Oggi il grande artista ravennate è ricordato soprattutto perché si è a lungo dedicato alla ricerca di un metodo di recitazione più spontanea e meno artificiale.

Il teatro Rasi oggi

Oggi il teatro Rasi, in via di Roma 39, è sede di Ravenna Teatro, centro di produzione teatrale fondato dalle compagnie teatrali Teatro delle Albe e Drammatico Vegetale. La stagione teatrale di prosa che ospita è sempre notevole: le proposte sono di grande interesse e rilevanti nel panorama del teatro contemporaneo. Tra le tante iniziative, merita di essere ricordato il il “cantiere Dante” di Marco Martinelli e Ermanna Montanari, omaggio l’opera del grande poeta invitando la cittadinanza a prenderne parte. Oltre alla stagione dei teatri, il Rasi ospita molte altre iniziative nel corso dell’anno, ed è inoltre sede di manifestazioni importanti come quella di Polis Teatro Festival  (a maggio) o del rinomato Ravenna Festival (giugno-luglio).

Ciò che rimane dell’antica chiesa sono la facciata, attuale ingresso del teatro, e l’abside, inserito nell’area scenica e composto dagli stessi antichi mattoni. Questa caratteristica conferisce un carattere suggestivo all’ambiente, soprattutto per l’aspetto raccolto e intimo del palcoscenico. Insomma, il teatro Rasi sfoggia con orgoglio la sua storia portandola sempre con sé in scena… letteralmente!

Appassionata di cultura italiana e straniera, definisco la mia vita un viaggio e chi viaggia vive due volte.

Alcune cose insolite da vedere a Ravenna

Alcune cose insolite da vedere a Ravenna

Che Ravenna sia la capitale del mosaico, ormai, si potrebbe dire che lo sappiano anche i muri. Nel nostro blog ne abbiamo parlato diffusamente (siete più da mosaico contemporaneo o per i capolavori che ispirarono Dante e Klimt?), e sicuramente una tappa al Sito Unesco, se venite in città, è d’obbligo. Ma se volete andare alla ricerca di qualcosa di insolito e di particolare da vedere a Ravenna per arricchire la vostra visita, questo è il post che fa per voi! Gli appassionati delle mete originali, delle curiosità nascoste e dei musei insoliti qui troveranno pane per i loro denti.


Il Capanno di Garibaldi

A pochi chilometri da Ravenna, su via Baiona, si trova il cosiddetto “Capanno di Garibaldi”. Si tratta di una riproduzione fedele di uno dei luoghi protagonisti della trafila garibaldina, capanno che nel 1810 venne costruito a uso di caccia e distrutto da un incendio nel 1991 e subito ricostruito dalla società che dal 1882 si occupa della sua cura.

In seguito alla caduta della Repubblica Romana nel 1849, Giuseppe Garibaldi si mise in fuga imbarcandosi a Cesenatico con 250 dei suoi uomini, diretto verso Venezia. Scoperto dagli austriaci, dovette riparare sbarcando a Magnavacca (oggi Porto Garibaldi), dove appunto presero avvio i 14 giorni della trafila garibaldina (agosto 1849), operazione che impegnò i patrioti ravennati e ferraresi con l’obiettivo di proteggere il generale e sua moglie Anita, combattente coraggiosa che a Ravenna trovò la morte: a questo link trovate il racconto.

Il capanno si trova lungo la strada che da Ravenna porta al mare, verso Porto Corsini e Marina di Ravenna, immerso nell’affascinante paesaggio della Piallassa della Baiona. La sua posizione rende la visita agevole se avete intenzione di trascorrere una giornata al mare o nelle valli di Ravenna.

Maggiori informazioni sul sito ufficiale.

cose insolite da vedere a Ravenna: il Capanno di Garibaldi

Il Capanno di Garibaldi


Il Piccolo Museo di Bambole e altri balocchi

Tra i musei affascinanti e particolari da vedere a Ravenna c’è sicuramente il Piccolo Museo di Bambole e altri balocchi. Il museo si trova in centro, al numero 4 di Via Fantuzzi, ad angolo di Piazza Kennedy. Nei suoi locali sono esposte bambole e giocattoli collocabili tra la metà del XIX secolo e la metà del XX. Si possono trovvare, ad esempio, bambole in porcellana, in panno imbottito, in celluloide o cartapesta, ma anche accessori o casette, camerette, cucine, animali in peluche. Per gli amanti del vintage sarà una visita fantastica: osservare questi balocchi è come fare un viaggio nel tempo.

Oltre ai giocattoli, alcune teche espongono quaderni e oggetti di cartoleria d’epoca, vestititini e accessori d’altri tempi. Arricchisce il patrimonio una collezione di oltre 300 libri per bambini (scolastici e non) e una raccolta di bambole artigianali dedicata alle diverse zone del mondo: si trovano qui la bambola dell’aborigeno australiano, le bamboline mongole, il maori, la giapponesina e l’amish.

Per maggiori informazioni, qui trovate orari di apertura, prezzi e contatti.


MAS – Museo Nazionale delle Attività Subacquee

Il MAS – Museo Nazionale delle Attività Subacquee è la meta perfetta per gli amanti del mare e degli sport acquatici. Il museo si trova a Marina di Ravenna in Piazza Marinai d’Italia ed è visitabile tutto l’anno previa prenotazione. L’esposizione è stata realizzata e curata da The Historical Diving Society Italia, associazione storica di attività subacquee. Aperta nel 1998, in Italia costituisce il primo e unico esempio del suo genere. Il visitatore può ammirare una variegata collezione di materiali, attrezzature, stampe, diorama, attraverso pannelli esplicativi che illustrano i vari aspetti dell’attività subacquea. Il museo è diviso in sezioni dedicate alla Marina Militare, al Cristo degli abissi, al Lavoro subacqueo, a immagini e video subacquee e a mostre tematiche. Non da ultimo, in museo è presente una ricca biblioteca dedicata al mondo subacqueo disponibile per studenti e ricercatori.

Maggiori informazioni a questo sito.

MAS - Museo Nazionale delle Attività Subacquee

MAS – Museo Nazionale delle Attività Subacquee

 


Lo zoo urbano di Davide Rivalta

Le sculture di Davide Rivalta, di cui abbiamo già parlato in questo post, sono indubbiamente tra le opere d’arte contemporanea più interessanti da vedere a Ravenna. In foto potete ammirare i Gorilla (Occulti latices), installati nel 2002 nel Palazzo di Giustizia di Ravenna: questi massicci bronzi sorprendono gli avventori col realismo delle figure e l’estraneità rispetto al contesto così formale. L’effetto è sorprendente ed ironico. Oltre a questi, la città di Ravenna ospita permanentemente altre due opere di Rivalta. Dal 2008, in una delle sale dell’Autorità Portuale campeggiano su una parete le sagome in grafite dei Rinoceronti: il tratto grafico dell’artista sa dare ai suoi disegni lo stessa presenza scenica delle sue sculture. Davanti alla Basilica di Sant’Apollinare in Classe invece, giganteggiano sull’erba grandi bufali in bronzo che sembrano muoversi verso l’ingresso della chiesa, mentre all’interno del Museo Nazionale, invece, potrete trovare dei lupi.

I Gorilla di Davide Rivalta al Palazzo di Giustizia di Ravenna | © artribune.it

I Gorilla di Davide Rivalta al Palazzo di Giustizia di Ravenna | © artribune.it


La casa delle Marionette

La Casa delle Marionette ospita la Collezione Monticelli, ossia una raccolta di marionette, burattini, scenografie, copioni manoscritti e tanto altro che la famiglia ha tramandato, di padre in figlio, per ben cinque generazioni. Furono gli stessi membri della famiglia ad aver creato molte delle marionette, a partire dalla prima metà del XIX fino ai giorni nostri. La collezione comprende una cinquantina di marionette, un centinaio di burattini, circa duecento scenografie, oltre cento copioni manoscritti e numerosi materiali cartacei di tournée. Una sezione del museo è dedicata agli ultimi decenni di lavoro del Teatro del Drago, fondato nel 1979 da Andrea e Mauro Monticelli, appartenenti all’ultima generazione della famiglia.

Per avere maggiori informazioni sulle attività della Casa delle Marionette e per scoprire i giorni di apertura o come prenotare una visita, andate a questo sito.


Questi consigli vi permetteranno di arricchire la vostra permanenza aggiungendo un po’ di originalità alla “classica lista” di cose da fare e vedere a Ravenna. Per trovare altri spunti, vi consiglio di leggere anche i post dedicati alle gite da fare nei dintorni di Ravenna, alle oasi naturali e alle sue località balneari.

RavennaTourism è l’ente ufficiale di promozione turistica del Comune di Ravenna. Ogni giorno la nostra redazione racconta attraverso immagini e contributi di vario tipo la città al di fuori dei luoghi comuni, in un percorso in bilico tra arte, cultura, mare e natura.

Ricco di sapore e di storia: il castrato di Romagna

Ricco di sapore e di storia: il castrato di Romagna

Tenero, saporito e inconfondibile, il castrato di Romagna è tra le carni più tipiche della nostra terra e fa parte dell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali. Il nome, in dialetto romagnolo “e Castrè”, indica la carne fresca ottenuta da ovini maschi con 5-9 mesi di età e un peso tra 40 e 80 kg sottoposti al processo di castrazione.

L’origine di questa tradizione risale al tempo dei Romani. Nonostante la diffusione dei suini nella Pianura Padana, infatti, i concittadini di Giulio Cesare mantennero la tradizione mediterranea dell’allevamento ovino durante la loro permanenza in questa regione. La netta separazione tra usi alimentari introdotte dai Romani e quelli delle popolazioni padane divenne ancora più marcata nel Medio Evo con l’arrivo dei Longobardi, che si fermarono a Bologna. La Romagna, il cui nome fu coniato proprio in questo periodo, rimase all’interno dei territori bizantini: qui, a differenza dell’Emilia, le carni di maiale hanno continuato da allora ad accompagnarsi a quelle di pecora e, in particolare, quelle del castrato.

Il castrato di Romagna | © baciamiancora.com

La presenza di agnelli al pascolo sul territorio ravennate tra l’inizio del XIV secolo e la fine del XVI è documentata negli Statuti di Ravenna: un soldo di Ravenna era la tassa da pagare al Massaro del Comune “per ogni pecora, montone, capra, becco e castrato” che entrasse nel territorio da settembre a febbraio. In questo periodo il “castrone” era tra le carni utilizzate per la preparazione di banchetti e pranzi di rappresentanza, come riporta nel suo libro di cucina Messisbugo (1559). In Bassa Romagna l’uso della carne ovina si è mantenuto anche successivamente poiché le aree di pianura erano la meta invernale dei pastori appenninici che trasferivano lì le loro greggi e spesso compensavano l’ospitalità delle famiglie locali cedendo uno o più agnelli. Nel corso del Novecento però la diffusione del Castrato è a poco a poco diminuita. Se l’almanacco ravennate del 1956 testimonia la presenza di ben 16.000 capi ovini nel territorio provinciale, già all’inizio degli anni ’70 il numero si era ridotto a 6.000 capi.

A tavola il castrato esprime il meglio di sé in diverse preparazioni: tra le ricette pubblicate da Pellegrino Artusi nel libro La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene spiccano quelle del cosciotto o della spalla di Castrato in casseruola (due varianti) e della lombata di Castrato ripiena. Le braciole di Castrato ai ferri rimangono però ancora oggi la preparazione più diffusa e amata in Romagna. Un’occasione speciale per gustare questa carne morbida e succulenta lungo la Strada della Romagna è la Sagra del Castrato di Fossolo a Faenza, nata nel 1973 come Festa del Passatore prima di prendere l’attuale nome. L’ultima edizione si è tenuta dal 16 al 20 maggio, mentre a Bagnara di Romagna un analogo appuntamento si è tenuto alla fine di aprile.

Cosa abbinare nel calice a un buon castrato di Romagna alla griglia? Una bottiglia di Romagna Doc Sangiovese Superiore è sicuramente un’ottima scelta. Il suggerimento di giornata è il Centurione della cantina Stefano Ferrucci di Castel Bolognese: un Sangiovese dai profumi intensi e persistenti di marasca e viola e con un sapore pieno e asciutto che ben si accompagna al sapore e alla morbidezza del Castrato.


Se volete conoscere alcuni dei prodotti più tipici di Ravenna, continuate la lettura su questo post!

La Ravenna di Montale nella poesia dedicata a Dora Markus

La Ravenna di Montale nella poesia dedicata a Dora Markus

Il nome di Dora Markus forse non sarebbe ricordato se non fosse per l’omonima poesia di Eugenio Montale che l’ha reso immortale. Se non la conoscete (la trovate qui!), forse avrete sentito nominare questo nome perché a lei è stata, non a caso, dedicata una piazza a Marina di Ravenna. Il delicatissimo ritratto che il poeta fa della giovane è infatti intrecciato a qualche istantanea di Ravenna e del suo porto. Questi versi, amari e dolcissimi insieme, hanno regalato uno degli omaggi poetici più belli di questa città.

Le gambe di Dora_Markus | Wikimedia

Le gambe di Dora Markus | Wikimedia

Ma, innanzitutto, chi era Dora Markus? Dora Markus era una ragazza austriaca di origini ebraiche che, in realtà, Montale non ebbe mai modo di conoscere. Il poeta seppe di lei solo attraverso il ritratto che ne fece l’amico in comune Bobi Bazlen, critico letterario e scrittore. Fu lui a inviare a Montale la famosa foto delle “gambe meravigliose” di Dora e a invitarlo a comporre una poesia su di lei.

Il componimento è diviso in due sezioni: alla prima del 1928 ne segue un’altra del 1939. Al ritratto di Dora Markus, percepito come incompleto, si aggiunge questa seconda parte dove alla figura di Dora si sovrappone anche la storia di un’altra donna, con il quale forse il poeta si confuse: Gerti, anch’essa austriaca di origini ebraiche.

La prima parte si apre con l’immagine ampia di Porto Corsini, dove il poeta si immagina di essere stato con Dora“Fu dove il ponte di legno / mette a Porto Corsini sul mare alto / e rari uomini, quasi immoti, affondano / o salpano le reti.”. Da lì, il poeta immagina di proseguire con la giovane fino alla darsena di città, che allora era descritta ancora come “lucida di fuliggine“.

Ma ecco i versi indimenticabili che il poeta ha donato alla città:

E qui dove un’antica vita
si screzia in una dolce
ansietà d’Oriente,
le tue parole iradiavano come le scaglie
della triglia moribonda.

L’immagine della “dolce ansietà d’Oriente” rende omaggio all'”antica vita” della città, ossia quella bizantina. Il poeta condensa in questi pochi versi un grande omaggio al fascino di Ravenna, cogliendo la sua intima essenza e restituendola con un’espressione efficacissima. In queste parole sembrano brillare i tempi del passato glorioso della città, quello che si può ammirare nei mosaici dei suoi monumenti Unesco. Questo omaggio poetico, certo, è in buona compagnia (pensate ad esempio a come Ravenna ispirò Dante), ma trovo che la sensibilità montaliana sia stata capace di riassumere il rapporto della città con il fantasma della capitale bizantina in modo particolarmente sottile.

Poco oltre, a questa immagine si aggiungono  altri versi indimenticabili che Montale concepisce per ritrarre la donna:

è una tempesta anche la tua dolcezza, 
turbina e non appare,
e i suoi riposi sono anche più rari.

Il tono della poesia si fa più cupo nella seconda sezione, dove è già calata l’ombra delle leggi razziali sulla vita di Dora-Gerti, l’aria si è fatta velenosa e il ricordo delle passeggiate ravennati si è ormai lontano.

Marina di Ravenna | © Hajotthu via Wikimedia

Marina di Ravenna | © Hajotthu via Wikimedia

Dora Markus di Eugenio Montale (in Le occasioni) è una lettura imprescindibile se si vuole scoprire come il fascino di Ravenna abbia ispirato poeti e viaggiatori. L’intelligenza e la sensibilità dei suoi versi hanno donato alla città un immortale specchio poetico nel quale riflettersi.

RavennaTourism è l’ente ufficiale di promozione turistica del Comune di Ravenna. Ogni giorno la nostra redazione racconta attraverso immagini e contributi di vario tipo la città al di fuori dei luoghi comuni, in un percorso in bilico tra arte, cultura, mare e natura.

POLIS Teatro Festival: il festival del teatro e della partecipazione a Ravenna

POLIS Teatro Festival: il festival del teatro e della partecipazione a Ravenna

Dal 16 al 26 maggio a Ravenna torna POLIS Teatro Festival con la sua seconda edizione. Sono le parole di Leo de Berardinis a fare da guida a ErosAntEros (Agata Tomsic e Davide Sacco, direttori artistici del festival) nel seminare attività partecipative e collaborazioni per ritrovare il senso del teatro nel rapporto con lo spettatore:

“Il teatro si giustifica solo se è il paradigma dell’abbattimento delle differenze economiche e culturali, se ha la potenza di trasformare se stesso e gli altri, insieme agli altri, senza abbassare la propria arte”.

La cittadinanza è già stata coinvolta attraverso una chiamata ai POLITAI (i volontari del festival); attivando un progetto di BIGLIETTI SOSPESI per consentire a tutti l’accesso alla cultura teatrale, in collaborazione con Villaggio Globale; con una campagna di crowdfunding a sostegno delle attività partecipative del festival; organizzando LO SGUARDO IN OPERA. Laboratorio di scrittura critica e creativa rivolto agli studenti universitari del campus di Ravenna, in collaborazione con Fondazione Flaminia e Universirà; e, infine, i cittadini verranno coinvolti con PARTECI-POLIS, che stimola gli spettatori a condividere le proprie riflessioni sul festival e sugli spettacoli in programma durante tutte le serate del festival.

Emblema di POLIS 2019 è una donna combattente, una brigantessa, che ha scelto il brigantaggio come forma di protesta, come POLIS sceglie il teatro come forma di resistenza culturale. È, infatti, ora di armarsi fino ai denti, ma di cultura.

Il programma di POLIS

Il programma è all’insegna del teatro d’arte, senza paura di mescolare generi e generazioni, sia di artisti che di spettatori. Si parte al Teatro Alighieri il 16 maggio con LAIKA, il canto degli ultimi di Ascanio Celestini con il musicista Gianluca Casadei La settimana successiva il Festival prosegue al Teatro Rasi giovedì 23 maggio con VOGLIAMO TUTTO! spettacolo di ErosAntEros sul Sessantotto e i movimenti contemporanei. Il 24 maggio va in scena LO STUPRO DI LUCREZIA, che riporta Valter Malosti a Ravenna in un affondo nei versi di Shakespeare insieme al musicista G.U.P. Alcaro. Sabato 25 maggio con AMOR MORTO. CONCERTO MISTICO, omaggio a Carmelo Bene di Silvia Pasello e Ares Tavolazzi. Gli spettacoli di venerdì e sabato sono preceduti dal nuovo progetto fotografico-partecipativo di Marzia Bondoli Nielsen, MEETING YOUR EYES.

Il festival si conclude domenica 26 maggio con una giornata di studi e incontri alla Biblioteca Classense, riflettendo su performance e politica con il professore Marco De Marinis, su 1968-2018 e oltre con Guido Viale, per finire nuovamente all’insegna della partecipazione degli spettatori con le opere di Marzia Bondoli Nielsen, la restituzione del laboratorio LO SGUARDO IN OPERA a cura di Silvia Mei e il dibattito a partire dai commenti di PARTECI-POLIS.

Tutte le info: http://polisteatrofestival.org

ErosAntEros è una compagnia teatrale nata dall’unione di Davide Sacco e Agata Tomsic. Dal 2018 sono i direttori artistici di POLIS Teatro Festival.