Castagnole, sfrappole e tagliatelle: i dolci di Carnevale da gustare a Ravenna

Castagnole, sfrappole e tagliatelle: i dolci di Carnevale da gustare a Ravenna

Mancano ancora alcuni giorni a Carnevale, ma a Ravenna la voglia di far festa è già nell’aria. Se dovete ancora aspettare un po’ prima di sfoggiare costumi, maschere e accessori fantasiosi per festeggiare, potete invece già gustare i dolci tipici che a Ravenna si cucinano in questo periodo dell’anno. Quali sono i vostri preferiti? Ecco i dolci più amati della tradizione: le castagnole, le sfrappole e le tagliatelle fritte!


Le Castagnole

Questo piatto particolare alle Romagne, specialmente di carnevale, è a dir vero, di genere non troppo fine ma può piacere.

Così raccontava Pellegrino Artusi nella “bibbia” dei manuali di cucina: La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene (1891), una delle prime raccolte di ricette ad essersi diffusa in tutta Italia. Le Castagnole sono uno dei dolci prediletti da gustare a Carnevale, e oggi se ne possono trovare diverse varianti. Sono piuttosto semplici da preparare: la ricetta tradizionale prevede la preparazione di piccole palline di pasta composte da farina, uova, zucchero e burro, a cui si va ad aggiungere la scorza grattugiata di un limone. L’impasto, una volta fritto, viene ricoperto da abbondante zucchero a velo. Sono molto comuni (e molto belle!) quelle rosse, decorate e insaporite con l’Alchermes. Negli anni sono state inventate numerose altre varianti: si possono cucinare le castagnole al forno invece che fritte, oppure alla ricotta, ripiene di cioccolato, crema o zabaione. Piccole, soffici e deliziose: una tira l’altra!

Le castagnole rosse | © fornopasticceriaferroni.it DOLCI DI CARNEVALE DI RAVENNA

Le castagnole rosse | © fornopasticceriaferroni.it


Le Sfrappole

Le Sfrappole sono un grande classico di Carnevale e si trovano un po’ in tutta Italia, ma con nomi diversi: altrove vengono dette chiacchiere, frappe, fiocchetti, e la ricetta può cambiare leggermente. A Ravenna sono molto diffuse e amate: la ricetta è molto semplice, e cucinarle sarà un gioco da ragazzi anche per i cuochi più inesperti. Dopo aver impastato bene farina e uova e aver fatto riposare il composto, si stende la sfoglia e la si taglia con la tipica rotella dentellata a forma di rombo o di rettangolo. Si immergono in abbondante olio caldo di semi e si lasciano finché non raggiungono la giusta doratura. Una volta che si sono raffreddate, possono essere cosparse di abbondante zucchero a vero. Leggere e croccanti, sono il vero must di Carnevale.

i dolci di carnevale di ravenna Le Sfrappole | © Wikipedia

Le Sfrappole | © Wikipedia


Le tagliatelle fritte

Nate dalle semplici tradizioni contadine, le tagliatelle fritte sono tanto belle quanto buone. Si tratta davvero di una ricetta facilissima da seguire, e il risultato è garantito: una sfoglia composta da farina, uova e zucchero, aromatizzata con succo di arancia e limone viene stesa e arrotolata come per la preparazione delle tagliatelle classiche. Dal rotolo di pasta si devono ricavare sezioni di circa 1 o 2 cm che, così arrotolate, verranno fritte in abbondante olio di arachidi. Una volta freddate, possono essere spolverate con l’immancabile zucchero a velo.

Non sono bellissime?

I dolci di Carnevale di Ravenna Le tagliatelle fritte di Carnevale | © emiliaromagnaturismo.it

Le tagliatelle fritte di Carnevale | © emiliaromagnaturismo.it


Se volete scoprire tutte le iniziative, le feste e le sfilate di Carnevale che sono state organizzate a Ravenna e dintorni, a questo link troverete tutte le informazioni che vi servono!

RavennaTourism è l’ente ufficiale di promozione turistica del Comune di Ravenna. Ogni giorno la nostra redazione racconta attraverso immagini e contributi di vario tipo la città al di fuori dei luoghi comuni, in un percorso in bilico tra arte, cultura, mare e natura.

Gli innamorati di Ravenna: tre grandi storie d’amore

Gli innamorati di Ravenna: tre grandi storie d’amore

A Ravenna è facile innamorarsi. Sarà il suo fascino crepuscolare, di confine, tra terra e mare, oriente e occidente. I suggestivi angoli del suo centro storico sono lo sfondo perfetto per un appuntamento romantico, oggi come in passato. Oggi vi raccontiamo tre grandi storie d’amore, tre coppie del passato che, in qualche modo, sono parte della storia e della cultura di Ravenna, d’Italia, d’Europa.

Lord Byron e Teresa Gamba Guiccioli

George Gordon Noel Byron, meglio conosciuto come Lord Byron, grande viaggiatore, arrivò per la prima volta in Italia nel 1816. Il poeta era famoso per essere molto eccentrico e si vantava di essere un grande amatore. Ebbe molte donne ma, tra tutte, la ravennate Teresa Gamba Guiccioli fu sicuramente la più importante.

Si conobbero nella primavera del 1819 a Venezia, nel salotto della Contessa Benzoni. Fu amore a prima vista. Teresa era già stata data in moglie ad Alessandro Guiccioli, un conte di oltre quarant’anni più vecchio, ma questo non le impedì di iniziare una relazione con il bel poeta inglese. Il 9 giugno, Byron venne per un primo viaggio a Ravenna per poter stare vicino alla sua amata Teresa.

L’inverno successivo, quando tornò, l’eccezionale poeta inglese si presentò ad una festa in casa del Conte Cavalli (via Salara) con al seguito sette domestici, nove cavalli, tre pavoni, due gatti, un mastino e un’oca e si annunciò come il cavalier servente della Contessa Teresa. Era in pratica diventato il suo amante ufficiale, approvato dallo stesso marito di lei, che lo ospitò al primo piano del suo palazzo in via Cavour.

I due innamorati restarono insieme alcuni, felici anni, fintantoché, nel 1823, Byron decise partire per sposare la causa della guerra d’indipendenza greca, dove trovò la morte.


Paolo e Francesca

La coppia di amanti più famosa dell’Inferno dantesco, Paolo e Francesca, è 100% romagnola. La bella Francesca da Polenta nacque a Ravenna, figlia di Guido da Polenta, signore di Ravenna, mentre Paolo Malatesta era di origini riminesi. Quando si presenta, la tormentata anima della donna racconta delle sue origini in questa memorabile terzina (Inf. V, vv. 97-99):

Siede la terra dove nata fui
su la marina dove ‘l Po discende
per aver pace co’ seguaci sui.

Vi ricordate la loro storia? La giovane Francesca era stata data in sposa al vecchio e rozzo Gianciotto Malatesta per sancire un’alleanza tra le due famiglie romagnole. La leggenda vuole che Francesca si sia innamorata di Paolo, fratello di Gianciotto, per un malinteso: inizialmente aveva creduto che fosse lui, giovane e bello, il suo promesso sposo. I versi che raccontano della loro passione sono tra i più belli mai scritti nella storia della letteratura. Mettetevi comodi, e prendetevi un attimo per rileggerli (Inf. V, vv. 100-106):

Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e ‘l modo ancor m’offende.

 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m’abbandona.

 

Amor condusse noi ad una morte.

La tradizione vuole che, mentre stavano leggendo insieme della storia d’amore di Lancillotto e Ginevra, non riuscirono a trattenersi dall’abbandonarsi in un bacio. L’adulterio fu scoperto, e vennero entrambi assassinati dal terribile Gianciotto.

Paolo e Francesca nell'atto di leggere raffigurati da Gustave Doré | © Wikimedia

Paolo e Francesca nell’atto di leggere raffigurati da Gustave Doré | © Wikimedia


Garibaldi e Anita

Ravenna fu teatro anche degli ultimi giorni insieme della più grande coppia di rivoluzionari del Risorgimento italiano: Anita e Giuseppe Garibaldi. Come abbiamo raccontato anche in questo post, Garibaldi conobbe quella che sarebbe diventata sua moglie in Brasile, nel 1839, quando lei era ancora giovanissima. Capirono subito di essere fatti l’una per l’altro: due teste calde, due impavidi battaglieri. Se lei, che era praticamente un’amazzone, gli insegnò a cavalcare, lui le trasmise i rudimenti dell’arte militare. Anita seguì Garibaldi in Italia: sposando lui, aveva sposato anche il suo progetto rivoluzionario.

4 luglio 1849: fallimento della Repubblica Romana, i repubblicani sono costretti ad una ritirata. Garibaldi e i suoi vogliono raggiungere Venezia, che ancora resisteva. Durante la risalita, cominciano i problemi per la sua compagna: Anita, incinta di 4 mesi, a San Marino era febbricitante, ma non si volle arrendere, e continuò imperterrita verso la meta. Il ritmo della fuga si fece più concitato, e le sue condizioni di salute peggiorarono, finché il 4 agosto trovò la morte a alla Fattoria Guiccioli di Mandriole, a pochi chilometri da Ravenna.

Se siete stati incuriositi dalla storia di Anita e Giuseppe Garibaldi, vi consigliamo una visita alla Fattoria Guiccioli e al Capanno Garibaldi.

RavennaTourism è l’ente ufficiale di promozione turistica del Comune di Ravenna. Ogni giorno la nostra redazione racconta attraverso immagini e contributi di vario tipo la città al di fuori dei luoghi comuni, in un percorso in bilico tra arte, cultura, mare e natura.

Le più curiose leggende di Ravenna

Le più curiose leggende di Ravenna

Se siete appassionati di misteri, storielle popolari e curiosità, questo post fa al caso vostro! Oggi vi raccontiamo la storia di alcune interessanti leggende di Ravenna che vi sorprenderanno, sia che conosciate già bene la città, sia che stiate organizzando una prima visita. Un pizzico di mistero vi farà vedere vedere la città con nuovi occhi!

Ecco alcune delle più curiose leggende di Ravenna:

La leggenda del sandalo di San Giovanni Evangelista

L’origine della Basilica di San Giovanni Evangelista è legata alla figura di Galla Placidia: l’imperatrice la fece edificare per rispetto del voto espresso durante la terribile tempesta in mare che nel 424 d.C. incontrò durante il viaggio di ritorno da Costantinopoli a Ravenna.

La sera prima della consacrazione, Galla Placidia si rivolse a padre Barbaziano, disperata, perché non erano in possesso di reliquie del santo. Insieme al suo confessore si mise a pregare, chiedendo a Dio che mostrasse loro dove poterle trovare. Durante le orazioni notturne, i due videro apparire una figura luminosa, dalle sembianze angeliche, che con un turibolo andava incensando la chiesa. San Giovanni Evangelista aveva ascoltato i loro desideri! Galla Placidia si prostrò ai suoi piedi e, quando l’immagine evanescente scomparì, all’Imperatrice restò in mano il sandalo del santo.

L’episodio è raffigurato sul portale medievale in stile gotico, risalente al XIV secolo, antistante la Chiesa di San Giovanni Evangelista.

Il Portale di San Giovanni Evangelista (Ravenna) | © edificistoriciravenna.it

Il Portale di San Giovanni Evangelista (Ravenna) | © edificistoriciravenna.it


La Mariola e il Cavaliere

Espressioni come “Maria si va cercando per Ravenna…” o “cercando Mariola per Ravenna” sono nate in città, ma sono conosciute anche altrove. Basti pensare che quest’espressione è citata anche nel Don Chisciotte, dove uno stanco Sancho Panza esclama:

Y màs que asì serà buscar a Dulcinea por el Toboso como a Marica per Ravena o al Bachiller en Salamanca!

Conoscete l’origine di questo detto? Nella Torre Civica in via Ponte Marino, dove una volta scorreva il Padenna, ci sono incastonate due figure marmoree che dal XV secolo hanno animato le storie e le leggende da cui il proverbio ha avuto origine. Un bassorilievo romano (III sec.) raffigurante un cavaliere è affiancato ad un volto scolpito ormai rovinatissimo, del quale non sono più riconoscibili i connotati. Non è difficile lasciarsi trasportare dalla fantasia e immaginare che l’uomo a cavallo sia alla ricerca della sua amata perduta che, ironia della sorte, si trova proprio al suo fianco.

Il significato del proverbio quindi vuole descrivere la ricerca incessante di qualcosa che si trova proprio sotto il nostro naso. Oggi, purtroppo, queste due sculture non sono più visibili a causa della struttura in legno che ricopre la parte inferiore della torre.

La Mariola e il cavaliere nella Torre Civica di Ravenna | © arte.it

La Mariola e il cavaliere nella Torre Civica di Ravenna | © arte.it


La leggenda della lastra sepolcrale di Guidarello Guidarelli

Il cavaliere Guidarello Guidarelli (di cui qui abbiamo raccontato la storia) è il soggetto di una delle più famose leggende di Ravenna. La sua lastra tombale, un’opera cinquecentesca oggi custodita presso il MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna, è sempre stata oggetto di ammirazione per la bellezza del giovane viso scolpito nel marmo.

Negli anni Trenta del secolo scorso, le attenzioni diventarono davvero troppe: iniziò infatti a circolare la diceria che se una donna avesse baciato le fredde labbra di Guidarello si sarebbe sposata entro l’anno, mentre quelle già sposate avrebbero partorito un bambino. Oggi forse sembra incredibile, ma a causa della gran quantità di donne che si recarono alla Pinacoteca Comunale, per un periodo la lastra originale dovette essere nascosta e ne venne esposta una copia. Oggi, manco a dirlo, è severamente vietato avvicinarsi alla lastra, ma il fascino della leggenda è ancora vivo.

Se volete scoprire il motivo della nascita di questa leggenda, andate a leggere questo vecchio post 😉

La lastra tombale di Guidarello Guidarelli | © Wikimedia


La storia della Madonna del Sudore

Lungo la navata laterale destra del Duomo di Ravenna c’è una piccola cappella dedicata alla cosiddetta Madonna del Sudore, il cui nome ha origine in un’antica leggenda cittadina. La tradizione vuole che l’immagine un tempo si trovasse in una piccola nicchia all’interno di una bettola di Ravenna. Una notte, un soldato la pugnalò, perda di uno scatto d’ira dovuto alla perdita di un’ingente quantità di denaro al gioco dei dadi, e il ritratto della Madonna “sudò” sangue.

Si narra che l’episodio si ripeté altre due volte: durante il sacco della sanguinosa Battaglia di Ravenna, nel 1512, e nel 1630, quando i cittadini, spaventati dal morbo della peste, fecero voto alla Madonna.


Se queste storie vi sono piaciute, vi consigliamo di recuperare la lettura del post sul mostro di Ravenna e sulle leggende che circondano la morte di Teodorico, re dei Goti.

Conoscete altre leggende di Ravenna? Raccontatecele tramite TELL YOUR STORY!

RavennaTourism è l’ente ufficiale di promozione turistica del Comune di Ravenna. Ogni giorno la nostra redazione racconta attraverso immagini e contributi di vario tipo la città al di fuori dei luoghi comuni, in un percorso in bilico tra arte, cultura, mare e natura.

Storia e leggenda di Teodorico, re dei Goti

Storia e leggenda di Teodorico, re dei Goti

La storia di Teodorico, re dei Goti, è un capitolo molto importante per la città di Ravenna. L’ascesa e la caduta del re barbaro raccontano molto, infatti, di alcuni dei monumenti più visitati della nostra città: conoscerle significa scoprire il significato profondo di alcuni di essi. Aldilà dei fatti storici, interessante è anche tutto ciò che riguarda la sua morte, ammantata di mistero: la leggenda di Teodorico è, in realtà, un incredibile groviglio di fantasie diverse, una più sorprendente dell’altra. Favola e realtà si intrecciano, come spesso accade, nel racconto della storia di Ravenna.

Le origini e la giovinezza

Teodorico nacque nel 454 d.C. in Pannonia, una zona che oggi si trova tra l’Austria e l’Ungheria. Essendo figlio dal Re degli Ostrogoti Teodemiro, a soli 8 anni venne mandato come ostaggio alla corte dell’Imperatore di Costantinopoli Leone I, dove visse per dieci anni come pegno di garanzia della pace tra Ostrogoti e Bizantini. Costantinopoli era la città più colta e illuminata del suo tempo, e qui fu istruito dai migliori maestri, anche se non si dedicò mai allo studio con grande interesse (pare fosse rimasto quasi analfabeta). Sembra che fosse convinto del fatto che l’utilizzo della penna lo rendesse più debole nell’esercizio con la spada.

Alla morte del padre, nel 474, gli successe al trono. Continuò la politica di alleanza con l’Impero bizantino, appoggiando il nuovo imperatore Zenone nelle sue campagne militari. L’Imperatore lo insignì del titolo di patrizio, ma cominciò a preoccuparsi della sempre maggiore popolarità che il giovane re ostrogoto stava cominciando a guadagnarsi. Affinché si allontanasse dalla sua corte, acconsentì che Teodorico partisse per l’Italia, dove aveva intenzione di conquistare il regno erulo di Odoacre.

Teodorico re dei Goti e il Palazzo di Teodorico nella Basilica di Sant'Apollinare Nuovo

Una moneta raffigurante Teodorico re dei Goti e il Palazzo di Teodorico nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo

Alla conquista dell’Italia

Nel 488 Teodorico partì tutto il suo popolo e un forte esercito (parliamo di oltre un centinaio di migliaia di persone!). L’impresa non fu affatto semplice: nel 489, al momento di valicare le Alpi, dovettero affrontare un inverno rigidissimo. Giunto in Italia, Teodorico riuscì a sconfiggere in più battaglie le truppe di Odoacre, grazie anche al sostegno dei Visigoti galli di re Alarico II.

Odoacre fu costretto a ritirarsi a Ravenna, dove si sentiva protetto dai paesaggi lacustri che la circondavano. Dopo tre lunghi anni di assedio, i barbari di Teodorico, negli accampamenti, erano vessati dalla malaria:le perdite erano state enormi.  La vittoria di Teodorico arrivò nel 493, dopo la presa di Rimini: Odoacre e il suo popolo si trovavano ormai “chiusi” a Ravenna, dove si moriva di stenti ed epidemie. Il 27 febbraio 493 si firmò il trattato di pace ma, durante un banchetto celebrativo, Teodorico fece uccidere Odoacre e tutte le persone a lui più fedeli perché sembrava intenzionato ad organizzare un colpo di stato.

Re Teodorico e Ravenna capitale

Divenuto padrone d’Italia, Teodorico governò con l’obiettivo di far convivere pacificamente le due anime del suo regno, ossia quella gota e quella romana: se ai primi vennero lasciate tutte le cariche militari, ai secondi vennero dati quasi tutti gli incarichi civili. Allo stesso modo, Teodorico non impose il suo credo religioso, l’arianesimo, ai cattolici. Anzi, si infastidiva quando qualcuno si convertiva pensando di fargli piacere: chi non è fedele al suo dio, come potrà essere fedele al suo re?

La città di Ravenna tornò a risplendere. La produzione agricola e la costruzione edilizia ebbero una nuova fioritura, in città come nel resto del regno. Benché Teodorico non fosse molto interessato alla cultura, capiva perfettamente l’importanza di finanziare lo sviluppo delle arti. Forse era stato Severino Boezio, il grande filosofo che ebbe modo di conoscere a Roma, a fargliene cogliere il grande valore. Per questo, se a Roma fece restaurare antichi monumenti, a Ravenna ne fece costruire di nuovi.

Si devono a Teodorico il Battistero degli Ariani, la Chiesa dello Spirito Santo, la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo e il Mausoleo che Teodorico fece costruire per la sua sepoltura. Ben tre degli otto monumenti del nostro sito Unesco!  Purtroppo è andato perduto il suo Palazzo in stile imperiale, costruito nei pressi di Sant’Apollinare Nuovo (da non confondere con il cosiddetto Palazzo di Teodorico, di cui non si conosce la vera origine).

Gli ultimi anni

Purtroppo, benché per molti anni Teodorico abbia governato in pace, gli ultimi anni furono del tutto diversi. Se era stato un sovrano illuminato, alla fine dei suoi giorni divenne invece cupo, diffidente, paranoico. Vedeva nemici e complotti ovunque, e si spezzò quel clima di armonia che aveva contraddistinto il suo regno.

La sua reputazione cominciò ad incrinarsi con la condanna a morte di Albino, console romano accusato di aver ordito una congiura, e di Boezio, che era stato un suo grande amico, e Simmaco, il suocero, che avevano tentato di opporsi a questa decisione ingiusta. A peggiorare la situazione, Il nuovo Imperatore bizantino, Giustino I, iniziò un’aspra campagna contro l’arianesimo. Il re goto, nel tentativo di arginare il problema, inviò lo stesso papa Giovanni perché convincesse l’Imperatore a ritirare gli editti emanati contro il suo credo religioso. Ma, essendo tornato in Italia senza aver ottenuto risultati, nel 526 Teodorico lo punì richiudendolo in prigione e lasciandolo morire in miseria.

Le tante leggende sulla morte di Teodorico

Teodorico esalò l’ultimo respiro il 30 agosto 526, nel suo Palazzo a Ravenna. Si era guadagnato un bel numero di nemici, e molte sono le leggende che si raccontano sul suo trapasso. C’è chi crede che, sul punto di spirare, preso dai sensi di colpa vide il fantasma del filosofo Boezio, antico amico che tradì mandando a morte. I cattolici, invece, diffusero la credenza che la sua morte fosse avvenuta per volere divino, poiché il re, eretico, aveva mandato a morte il Papa. Altri non si sentirono di escludere l’avvelenamento.

Dario Fo, che si interessò ai racconti popolari della nostra città, non poteva certo trascurare la leggenda di Teodorico! Ne La vera storia di Ravenna riportò due differenti versioni. La prima, piuttosto nota, rimanda alla credenza che l’Ostrogoto, in groppa al suo cavallo, venne rapito da un demone che si era impossessato dell’animale che lo trascinò con sé nel cratere infuocato di un vulcano. Giosuè Carducci ne raccontò una sua personale versione nella lunga poesia La leggenda di Teodorico.

Un’altra versione, più fantasiosa,  racconta di un Teodorico ormai triste, depresso, roso dai sensi di colpa. I suoi cuochi cercavano sempre di tirarlo su con deliziosi manicaretti, finché…

Steso su un vassoio molto grande viene portato in sala da pranzo un grosso pesce rosato pronto per essere servito a tavola. La bocca del pesce si spalanca  e fra i suoi denti appare la testa di un uomo: è quella del senatore Simmaco! Il re, qualche giorno prima, aveva ordinato che gli fosse mozzato il capo, e quindi gettato a mare.
A Teodorico sfugge un urlo di raccapriccio, trema, poi spalanca gli occhi e la bocca in una terrificante smorfia. Si rovescia in avanti verso il pesce e si ritrova faccia a faccia con il capo mozzo del senatore. Entrambi morti stecchiti.

Ancora più suggestiva è l’ultima leggenda che vogliamo raccontarvi. Questa versione narra che Teodorico, terrorizzato dai fulmini da quando un’oscura profezia gli aveva predetto che uno gli avrebbe dato la morte, fece costruire il suo Mausoleo proprio per ripararsi durante i temporali. Ma la grande cupola monolitica in pietra d’Istria non bastò a proteggerlo dal suo destino e, un giorno, un fulmine la crepò arrivando a colpire il re dei Goti.

Il Mausoleo di Teodorico a Ravenna | Wikimedia

Il Mausoleo di Teodorico a Ravenna | Wikimedia

Le numerose leggende che si raccontano di Teodorico arricchiscono di fantasia la storia della città e dei nostri monumenti Unesco. Quale è la vostra preferita? 😉

RavennaTourism è l’ente ufficiale di promozione turistica del Comune di Ravenna. Ogni giorno la nostra redazione racconta attraverso immagini e contributi di vario tipo la città al di fuori dei luoghi comuni, in un percorso in bilico tra arte, cultura, mare e natura.

Un casting televisivo nel cuore di Ravenna

Un casting televisivo nel cuore di Ravenna

Ti piacerebbe recitare in una grande produzione televisiva ed entrare a far parte della nuova serie tv che verrà girata a Ravenna? La Cattleya, celebre casa di produzione indipendente italiana, che si è fatta conoscere per titoli di spicco come Suburra, Gomorra e Tutto può succedere, apre un casting a Ravenna per una nuova, importante, serie televisiva di prossima realizzazione.

La produzione è alla ricerca di ragazzi e ragazze che dimostrino un’età compresa tra i 18 e i 21 anni per interpretare ruoli da co-protagonisti. Chi fosse interessato, si dovrà presentare lunedì 4 febbraio e martedì 5 febbraio dalle 13 alle 18 presso il Palazzo del Cinema e dei Congressi, in Largo Firenze 1.

I minori devono essere accompagnati da un genitore o da un maggiorenne fornito di autorizzazione, dotato di un documento che ne attesti la regolare e legale responsabilità. Gli interessanti che sono impossibilitati a partecipare al casting possono comunque mandare una presentazione o un curriculum, allegando due foto (primo piano e figura intera) all’indirizzo castingcattleyaemiliaromagna@gmail.com. La produzione contatterà i candidati ritenuti idonei, come precisa la pagina di Emilia Romagna Creativa. Verrà presa in considerazione la candidatura di chiunque, indipendentemente da disabilità, nazionalità di origine, etnia o da altri elementi considerati discriminatori dalla legge.

Le riprese di Gomorra, una produzione Cattleya | © sky.it

Le riprese di Gomorra, una produzione Cattleya | © sky.it

RavennaTourism è l’ente ufficiale di promozione turistica del Comune di Ravenna. Ogni giorno la nostra redazione racconta attraverso immagini e contributi di vario tipo la città al di fuori dei luoghi comuni, in un percorso in bilico tra arte, cultura, mare e natura.

La storia del trafugamento delle ossa dantesche

La storia del trafugamento delle ossa dantesche

La Tomba di Dante è uno dei punti di interesse più visitati di Ravenna. Moltissimi sono i turisti, italiani e stranieri, e gli studenti che amano recarsi nella Zona del Silenzio, il cuore dantesco della città, a rendere omaggio al Sommo Poeta nel luogo della sua sepoltura. Anche i ravennati, benché siano familiari al tempietto, non si scordano di onorare l’Alighieri, ogni tanto. C’è una storiella interessante che, però, non tutti conoscono, e che vale la pena di conoscere: riguarda le ossa di Dante e il trafugamento di cui furono oggetto nel Cinquecento.

Come ben saprete, Dante a Ravenna ha trovato il suo ultimo rifugio, dove riparò all’esilio da Firenze cui era stato condannato per motivi politici. Non si sa di preciso quando si installò in città definitivamente (Boccaccio indicava il 1314, ma è più probabile che fu tra il ’17 e il ’18), ma vi restò fino alla fine dei suoi giorni, nel 1321. Era ospite di Guido Novello Da Polenta, che gli fornì una casa e incoraggiò la scrittura delle sue opere. Alla sua morte, vennero celebrati i funerali solenni nella Basilica di San Francesco, luogo a cui Dante era molto affezionato. Il poeta venne sepolto inizialmente in un sarcofago collocato all’esterno della Basilica, a sinistra, accanto alle mura del convento dei Francescani.

Trascorsi quasi due secoli, i Fiorentini iniziarono a reclamare i resti del poeta perché volevano restituirlo alla città da cui aveva dovuto dolorosamente distaccarsi. Nel 1519, l’allora papa Leone X, fiorentino di nascita in quanto Medici, autorizzò le richieste dell’Accademia Medicea per trasferire le ossa di Dante. Michelangelo Buonarroti, che era tra i firmatari, prometteva di erigere una sepoltura degna del poeta. Ma quando i delegati dell’Accademia aprirono il sarcofago dantesco lo trovarono vuoto, e dovettero andarsene a mani vuote.

 

In seguito si scoprì che erano stati i frati francescani ad aver prontamente fatto sparire le ossa del Poeta, rimuovendole dal sarcofago attraverso un foro effettuato nel muro di cinta su cui poggiava il sarcofago. I frati le tennero celate all’interno del convento e nel 1677 furono collocate in una cassetta di legno per volere del priore Antonio Santi. Nel 1810, a causa delle leggi napoleoniche, i frati dovettero lasciare il convento e quindi si premurarono di nascondere la cassetta in una porta murata del Quadrarco di Braccioforte.

Le ossa di Dante furono ritrovate per caso solamente nel 1865, durante alcuni lavori fatti eseguire nella zona in vista delle celebrazioni del poeta. La piccola cassa, apparentemente anonima e degna di poco interesse, pare che stesse per essere buttata, come se fosse cosa di poco conto. Fortunatamente, un giovane studente di nome Anastasio Matteucci si accorse che su di essa vi erano scritte alcune scarne informazioni che chiarivano inequivocabilmente quanto di prezioso vi era contenuto. I resti furono finalmente sistemati nel tempietto commemorativo eretto nel 1780 dall’architetto Camillo Morigia, quello che oggi conosciamo come Tomba di Dante.

Il ritrovamento delle ossa di Dante durante i lavori al Quadrarco di Braccioforte del 1865 | © centrodantesco.it

Il ritrovamento delle ossa di Dante durante i lavori al Quadrarco di Braccioforte del 1865 | © centrodantesco.it

 

Purtroppo, le spoglie dantesche non conobbero pace nemmeno nel XX secolo. Chi ha fatto visita alla sua sepoltura probabilmente sa già a che cosa mi riferisco: tra la Tomba di Dante e il Quadrarco di Braccioforte, è infatti ancora visibile il cumulo sotto il quale la cassetta fu nascosta nel 1944 per proteggere le reliquie dai bombardamenti della seconda guerra mondiale: una lapide ne dà notizia.

 

Il viaggio è la mia dimensione, l’amore per la scoperta una delle sue forme.