La Storia delle Colonne in Piazza del Popolo a Ravenna

La Storia delle Colonne in Piazza del Popolo a Ravenna

Una volta in Piazza del Popolo c’era l’acqua. C’era un piccolo fiume, il Padenna, che solcava la città da nord a sud. Poi arrivarono i Veneziani, verso il 1441, e decisero di interrarlo, allargare la pizza e, poco dopo, innalzare due colonne, molto simili a quelle che si trovano in Piazza San Marco, a pochi passi dalla celebre Laguna.

Piazza del Popolo (Ravenna)

Piazza del Popolo (Ravenna)

Caratteristici del centro di Ravenna, queste due elementi architettonici apparentemente molto simili nascondono in realtà una serie di segreti e curiosità che vale la pena approfondire insieme.

Quando nel 1483 furono erette a delimitare la Piazza verso il corso del Padenna, in cima a una delle due fu collocato il leone di San Marco; sull’altra, la statua del patrono Sant’Apollinare. Dal 1509, anno in cui il pontefice Giulio II prese possesso della città sconfiggendo i veneziani alla Ghiaia d’Adda, le insegne della Serenissima sparirono: il leone fu sostituito dal Santo Patrono e al suo fianco comparse la statua di San Vitale, opera di Clemente Molli.

Piazza del Popolo - La statua di Sant'Apollinare

La statua di Sant’Apollinare (Piazza del Popolo) | Foto © tinatin.zu, via Instagram

Osservando con attenzione la colonna di San Vitale  – seconda curiosità! – noteremo che sulla sua superficie si trova un orologio “a linea meridiana”, realizzato prima dai veneziani e successivamente inciso nel 1793.

Serviva per indicare il mezzogiorno solare di Ravenna con le corrispondenti ore italiche cosiddette “da campanile”, a quel tempo in uso, ma anche per regolare l’orologio pubblico della piazza – meccanico – fatto costruire per la prima volta dai Da Polenta.

Dopo un restauro promosso nel 1868, la meridiana rimase senza gnomone anche perché pian piano era diventata oggetto di discussione nell’opinione pubblica (e sulle pagine del Ravennate) a causa della sua presunta inesattezza, soprattutto nei pressi di solstizi ed equinozi.

La meridiana sulla colonna nord di Piazza del Popolo, Ravenna

Piazza del Popolo (Ravenna) | Meridiana incisa sulla colonna di San Vitale

A questo punto entra in ballo l’Ofiuco, detto anche il Serpentario. Di cosa si tratta?
Ofiuco potrebbe essere il 13° carattere dello Zodiaco, ma di fatto è l’unica costellazione attraversata dall’eclittica che non ha dato il nome a un segno zodiacale.

Citato sin dai tempi di Tolomeo, raffigura un possente uomo, forse Asclepio, che tiene a bada un serpente enorme. Nel 1604 Keplero osservò vicino alla sua stella principale una delle rarissime esplosioni di supernova avvistate negli ultimi cinquecento anni.

In uno dei due basamenti delle colonne di Piazza del Popolo, entrambi realizzati da Pietro Lombardo (padre di Tullio, autore della statua del Guidarello, di cui vi abbiamo parlato in quest’articolo) troviamo un ciclo di bassorilievi con i dodici segni zodiacali, e un elemento in più raffigurante proprio l’Ofiuco che, quasi dimenticato per secoli, riappare in Piazza del Popolo a Ravenna.

Ercole Orario

Ercole Orario

Sotto l’iscrizione che conferma la paternità dei basamenti e che recita Opus Petri Lombardi 1483, è raffigurato anche un Ercole Orario, detto dai ravennati anche Conchincollo. Si tratta della miniatura di una grande statua di Ercole, fatta erigere dall’Imperatore Claudio che la tradizione toponomastica colloca più o meno nel cuore della città.

Il semidio sorreggeva, inginocchiato a causa del grande peso, un quadrante sotto forma di semisfera (quasi una conchiglia), sopra la quale era conficcato lo stilo da cui si dipartivano le linee orarie. Un enorme orologio solare, dunque (che per lungo tempo si pensò anche lunare), che segnò il tempo dei cittadini di Ravenna fino a quando crollò, nel 1591, a causa di un terremoto.

Alcuni frammenti furono in seguito utilizzati per la base della colonna che ora si trova in piazza dell’Aquila. Un piede è invece conservato al Museo Nazionale di Ravenna.

Il sapore di una terra, di una città, di un popolo, si trova spesso nei dettagli, nei centimetri, nelle porzioni di arte e bellezza, che magari ci sorprende proprio dove non ce lo aspettiamo.

Le Porte di Ravenna

Le Porte di Ravenna

Le Porte sono simboli, tracce di una Ravenna sospesa in un’altra epoca. Un arco di tempo lontano dai Regni e dagli Imperi, ma a cavallo in quei secoli fondamentali tra Rinascimento e Unità d’Italia.

Le Porte sono monumenti. Ognuna con la propria architettura, la propria storia, la propria leggenda.

Le Porte sono… portali dello spazio e del tempo. Mentre le mura cedono o sono state smantellate nel corso del tempo perché hanno esaurito la loro funzione, le porte d’accesso alla città vengono conservate, protette e ristrutturate. Restano lì, come perni del tessuto urbano, a ricordarci la Storia e a rinnovare l’idea del bello e della tradizione.

Ichnografia Urbis Antiquae Ravennae (1722, particolare)

Ichnografia Urbis Antiquae Ravennae (1722, particolare)


IL PORTONACCIO O PORTA GONZAGA

Cominciamo con un’eccezione. Questa Porta non è una Porta. Ha tutte le caratteristiche di una Porta (si trova all’estremità sud del Borgo San Rocco), ma non si trovava lungo il perimetro delle mura. Dunque qual era la sua funzione?

Il Cardinale Gonzaga la fece costruire in occasione dei lavori sulla rinnovata strada per Forlì, nel 1785. Da costui prende il nome questo pregevole manufatto, che è dunque più un arco celebrativo che un vero e proprio fornice d’accesso alla città.

Secondo Corrado Ricci non è tuttavia improbabile che sia stata edificata nel luogo ove in precedenza sorgeva un avamposto fortificato delle mura cittadine.


PORTA ADRIANA

Porta Adriana (Ravenna)

Porta Adriana (Ravenna) | Foto © _l_italiano, via Instagram

La più grande, la più famosa, la più bella. Segna il confine del centro storico, tra via Cavour (una delle principali strade pedonali) e piazza Baracca. È il primo e forse più esplicito esempio della travagliata vita che accomuna tutte le Porte di Ravenna.

Il nome le fu dato, forse, a memoria della famiglia degli Andriani, benestanti signorotti locali. Costruita in epoca incerta, venne spostata, poi rimontata dove si trova ora. Venne arricchita con i marmi della Porta Aurea, di origine romana, malamente demolita nel 1545. Durante il dominio di Venezia fu arricchita da due leoni, poi mutilati vero la fine del 1700.
La facciata fu ingrandita, le torri laterali divennero tozzi bastioni quadrati, il ponte sul fiume Montone, che le scorreva di fronte e poi attorno al centro storico, fu demolito nel 1774.  Il passaggio di Papa Pio IX, nel 1857, la arricchì di guglie e pini decorativi. Un destino di mutamenti costanti, che accomuna, come dicevamo, tutte le porte della città.

Sul lato esterno è inoltre possibile poi scorgere un freccia che indica un bisonte nero e il numero 82. L’insegna è quasi certamente quella della 5° Divisione di fanteria “Kresowa” dell’esercito polacco, forse transitato da Ravenna poco prima o poco dopo lo sfondamento del fronte lungo la via Emilia. Coraggiosi, fascinosi, rissosi, i soldati polacchi lasciarono su quel muro un simbolo, romanticamente conservato, di un passaggio (in tutti i sensi) cruciale della storia di tutti.


PORTA SERRATA (O ANASTASIA O CYBO)

Porta Serrata (Ravenna)

Porta Serrata (Ravenna) | Foto © eldem20_09, via Instagram

Tre nomi per una porta. Una grande porta, alla fine di via di Roma, che annuncia uno dei pochi tratti in lieve pendenza di Ravenna.

Il primo epiteto, Serrata, sembra derivare da una leggenda legata alla famiglia dei Da Polenta, che spadroneggò da queste parti tra la fine del 1200 e la metà del 1400. Pare che una profezia avesse predetto la loro cacciata dalla città proprio attraverso tale porta. Essi la fecero dunque murare e così rimase per molti decenni, finché Papa Giulio II la riaprì, ma solo nel 1511.

Il nome di Anastasia forse le venne dato in onore di Nastagio degli Onesti, ravennate eminente del XII secolo, protagonista di una delle novelle del Decameron di Boccaccio.

Cybo, invece, in riferimento al Cardinale Cybo, il quale la fece restaurare dopo un crollo parziale del 1600, imponendole il suo nome. Ordinanza che tuttavia i ravennati non accettarono mai nei fatti, continuando a chiamarla Porta Serrata.


PORTA NUOVA O PANPHILI

Si trova dalla parte opposta di via di Roma e chiude la traiettoria nord-sud delle mura cittadine. Ricostruita nel 1580, da cui il termine “Nuova”, venne poi restaurata a metà del ‘600 forse su progetto del Bernini. È una delle più belle della città e per i ravennati è sempre “Nuova”, anche se ha oltre quattrocento anni.

Il Cardinale Donghi, a cui si deve il restauro, fu il promotore dello scavo del canale “Pamphilio” che aveva il compito di collegare la città al vecchio porto Candiano. Due lapidi alla base ricordano ancora quella grandiosa impresa ingegneristica e civile.

Agli inizi del ‘900, il tramvai su rotaie che collegava Ravenna e Forlì passava proprio sotto la porta (allora ancora collegata alle mura) e annoverava la fermata “Porta Pamphilia”.


PORTA SISI O URSICINA

Porta Sisi (Ravenna)

Porta Sisi (Ravenna) | Foto © arrangiati2020, via Instagram

Delle due nomenclature, una forse è il diminutivo dell’altra. In documenti di varie epoche si trova traccia di una Porta Ursicinis, poi Usisina, Sisina, Sisna, Sicina, e finalmente, nel 1600 appare chiaramente il nome Sisi. Ursicino, santo cattolico di origine ligure, fu martire a Ravenna nel 66 d.C.

Nel 1568 venne rifatta nella bella e armoniosa forma attuale, ornata da due belle colonne di granito che sostengono il frontone sul quale è ancora scolpita la data del rifacimento. Questa porta era, ed è ancora, soffocata da vecchie costruzioni, tra via Mazzini e Via Castel San Pietro, tanto che pare un arco, quasi un portico, se non vi si presta attenzione.

Una curiosità: in uno statuto comunale del 1200 si proibisce, parole testuali “alle meretrici ed alle ruffiane di sostare nella pubblica via, specie nelle adiacenze di Porta Ursicina e di Porta Anastasia”.

Perché vengano citate solo quelle due porte però non ci è dato saperlo.


PORTA SAN MAMANTE

Il suo nome deriva dalla chiesa e dal monastero di San Mama, che sorgeva nelle vicinanze.

Edificata nel XI secolo nell’insieme di un complesso difensivo da tutti chiamato “I Bastioni” (ancora oggi la zona è detta “I basciòn”), fu testimone dell’inizio della Battaglia di Ravenna del 1512, con le truppe francesi che, per la prima volta  erano sostenute dall’artiglieria pesante. Solo dopo 90 anni da quei duri scontri la porta poté considerarsi completamente restaurata.

Anticamente tra questa porta e Porta Sisi entrava in città il Canale Padenna, per uscire poi dalla parte opposta nei pressi di Porta Serrata, dopo aver attraversato tutta la città.


PORTA AUREA

La Porta che non c’è. Nel periodo romano fu di certo la via d’accesso principale della città. Di fronte ad essa, dove oggi sorge l’ospedale civile, si trovava uno dei principali bacini navali di Ravenna, sede dell’imponente flotta dell’Adriatico.

Si ritiene sia stata edificata verso la metà del I° secolo dall’Imperatore Tiberio Claudio, lo stesso che fece costruire le prime mura di Ravenna. Era certamente decorata con opulenza, ricca di marmi e di intarsi.

Di questo maestoso ingresso alla città oggi rimangono soltanto i basamenti. Le due torri principali vennero demolite dai veneziani nel XV secolo e un secolo dopo venne definitivamente smantellata per ricavare materiale d’ornamento e da costruzione di altre Porte.

Indubbiamente fu una porta prestigiosa che qualcuno vorrebbe addirittura in parte dorata, da cui il nome di Aurea. Nei `”Lustri Ravennati” scritti da Serafino Pasolini si legge che “ella era adornata, tra l’altre cose, di due grandissimi specchi, acciò in essi si potessero specchiare li trionfanti entrando nella città”. Oltre che una porta essa fu, quindi, anche un “Arco di Trionfo” il che aumenta la nostra delusione per una così triste ed immeritata fine.

Gli animali fantastici della basilica San Giovanni Evangelista a Ravenna

Gli animali fantastici della basilica San Giovanni Evangelista a Ravenna

Basilica di San Giovanni Evangelista (Ravenna)

Basilica di San Giovanni Evangelista | Foto © edificistoriciravenna.it

Fra le pagine famose de Il nome della rosa di Umberto Eco vi sono quelle dedicate al portale della chiesa dell’abbazia, abitato da un lungo elenco di creature immaginifiche che spaziano dalle sirene ai dracontopodi, dai minotauri ai grifoni, dai coccodrilli ai cinocefali ai draghi. Un omnicomprensivo «bestiario di Satana» che lascia Adso in bilico tra fascinazione e terrore. 

Si tratta probabilmente di uno degli omaggi moderni più riusciti a quel capitolo della cultura e dell’arte medievale che non cessa di incantare per i suoi contenuti fantastici e favolistici: quello dei bestiari, dilagati nel mondo occidentale sul modello del Physiologus alessandrino.

La chiesa di San Giovanni Evangelista a Ravenna ne conserva un esempio in mosaico, eseguito in date lontane dall’epoca aurea e gloriosa della città. È il 1213 quando Guglielmo, abate del monastero benedettino sorto a ridosso della basilica placidiana, ordina l’innalzamento del piano pavimentale dell’edificio e la realizzazione di una nuova decorazione musiva.

I soggetti scelti rispondono al gusto enciclopedico del tempo, accostando alla vicende della Quarta Crociata da poco conclusa alcune scene ispirate a leggende e romanzi in voga e, appunto, un bestiario del quale oggi possiamo ammirare le raffigurazioni, più prosaiche, del lupo, dell’oca, dei pesci, della mucca, del cervo, e quelle, più favolose, della pantera, del grifone, dell’unicorno, della sirena e della lamia.

Basilica di San Giovanni Evangelista (Ravenna)

Basilica di San Giovanni Evangelista | Foto © edificistoriciravenna.it

Disposte originariamente in maniera contigua lungo la navata mediana, le immagini del mondo animale assumono valenze simboliche che disvelano ai mortali dogmi dottrinali e insegnamenti etici e morali.
La realtà fenomenica, creazione divina, è infatti intesa dall’uomo medievale come specchio di verità superiori. Tutto il sapere antico, dalle sacre scritture ai testi enciclopedici e ai trattati scientifici greci e latini, partecipa alla decifrazione di questa foresta di simboli, la cui corretta interpretazione più farsi guida nel percorso di riavvicinamento al divino.

Incontriamo così il LUPO, che nei testi sacri è sovente contrapposto all’agnello. Come quest’ultimo, animale sacrificale per eccellenza nella sua immacolata perfezione, è immagine di Cristo, così la bestia selvaggia si fa incarnazione del demonio, costante minaccia per il gregge dei fedeli disperso nel mondo. Al contempo, in base alla leggenda per cui il collo del lupo è rigido e impossibilitato a chinarsi, la fiera diviene emblema e monito contro il peccato della superbia, colpa somma Lucifero, il principe degli angeli ribelli.

Al lupo segue il CERVO, che nel Salmo 42,1 è similitudine, nella sua brama dell’acqua, dell’anima del fedele che anela a Dio. Il cervo è anche immagine del peccatore che purga i suoi peccati: era infatti credenza antica che quest’animale fosse in grado di stanare il serpente, divorarlo, e poi purificarsi dal veleno bagnandosi in fonti di acqua pura.

Nei bestiari medievali il nome della PANTERA affonda le proprie radici nel greco pan, tutto; per questo motivo la fiera diviene simbolo di Cristo, salvatore di tutto il creato. Il parallelismo con il Cristo è sottolineato anche nel Physiologus dove si racconta come la pantera, dopo aver mangiato, dorma tre giorni per poi emette un ruggito e un dolce profumo che invita tutti gli animali a seguirla: facile trasposizione della morte e resurrezione del Signore e del suo farsi guida del genere umano verso la salvezza.

Mostri compositi e dalle molteplici nature sono sia la SIRENA sia il GRIFONE. Tentatrice per eccellenza fin dalle pagine dell’Odissea, la sirena, creatura metà donna e metà pesce, è ammonimento costante contro le seduzioni effimere dei piaceri terreni. Significato simile ha il grifone, simbolo del pericolo e degli inganni che sempre incombono sull’uomo penitente. Al contempo però, col suo corpo di leone e le ali e artigli d’aquila, il grifone si fa nel pensiero teologico immagine del Cristo nella sua duplice natura umana e divina.

Solitario e inavvicinabile è l’UNICORNO nelle credenze medievali, e solo con l’inganno può essere catturato: ancora il Physiologus racconta infatti come quest’animale si lasci avvicinare esclusivamente da giovani vergini, nel cui grembo cade addormentato. Nell’interpretazione cristiana esso si fa quindi immagine del Figlio, incarnatosi nel ventre della Vergine Maria.
Forte fu la delusione di Marco Polo quando, nel suo viaggio in Oriente, scoprì che gli unicorni erano grandi quanto elefanti, pelosi, con la testa di cinghiale e amanti della melma e del fango. L’immaginario fantastico medievale mal si conciliava infatti con la realtà concreta, e il rinoceronte poco aveva a che fare con l’incanto seduttivo degli aristocratici unicorni.

Ravenna e i suoi Porti

Ravenna e i suoi Porti

Questo porto ci dicono Cangiano
perché andando da qui si va a Marina…
dai “Sonetti Romagnoli” di Olindo Guerrini.

Nata sull’acqua, Ravenna si è vista nei secoli allontanarsi dal mare per l’incessante rimodellamento del Delta del Po. Il suo è, fin dall’antichità, un territorio fragile e mutevole in balìa del mare, dei fiumi e del clima. 

Ravenna, da “città di acque correnti” situata al centro di una laguna viva, si è pertanto trasformata progressivamente in una “città di terra”.

Consapevole dell’importanza di non interrompere questo rapporto, la città si è dotata di un cordone ombelicale, una vera e propria cerniera, che la collegasse all’Adriatico, al mondo. È questa, in sintesi, la storia dei porti di Ravenna.

Dal porto militare di Classe di età augustea a quello commerciale di epoca tardoantica, dal Porto Coriandro, dove probabilmente è sbarcato l’enorme monolite del Mausoleo di Teodorico, al Porto Candiano, posto alla foce del canale Pamphilio che sfociava “In sul lito Adriano” nei pressi della “Turaza”, fino all’attuale canale naviglio Corsini voluto da Giulio Alberoni, il Cardinale Legato al quale dobbiamo il riassetto idraulico che oggi conosciamo.

Ricostruzione di Ravenna (I secolo d.C.)

Ricostruzione di Ravenna (I secolo d.C.) | Foto tratta da http://tamoravenna.info/

Questa trasformazione è avvenuta tra il 1735 e il 1740. Fino ad allora, per secoli, Ravenna era stata una città dove la presenza dell’acqua era stata incombente e massiccia.
Una città in cui la gente aveva a che fare tutti i giorni con l’acqua perché doveva attraversare ponti, si trovava gli argini dei fiumi davanti a casa, respirava nelle stagioni più calde i miasmi di acqua putrida che faticava a scorrere verso il mare.

L’acqua venne definitivamente allontanata dalla città nella prima metà del XVIII secolo in seguito alla diversione dei fiumi Ronco e Montone negli attuali Fiumi Uniti e alla costruzione di Porto Corsini (l’attuale Marina di Ravenna) avvenuta a partire dal 1735 per iniziativa, come già ricordato, del Cardinale Legato Giulio Alberoni (il nome Corsini è il nome del Papa regnante, Clemente XII Corsini). 

Canale Corsini (Ravenna) | Foto © Biserni

Il porto, collegato al centro urbano attraverso un ampio canale navigabile, avrebbe dovuto rilanciare Ravenna come scalo principale nello Stato Pontificio, ma il suo effettivo sviluppo è successivo di oltre un secolo alla costruzione.

Con l’unificazione italiana (1861) e la costruzione della rete ferroviaria (1863), Porto Corsini divenne infatti uno dei luoghi strategici per l’economia ravennate, sia come scalo commerciale che come prima meta del turismo balneare.

Il riconoscimento di Porto Corsini come “porto nazionale”, voluto da Luigi Carlo Farini nel 1860, costituì la premessa alle opere di allargamento del canale e di sistemazione delle banchine, intraprese a partire dal 1870.

In seguito a queste opere, si insediarono, nei pressi della Stazione Ferroviaria e della Dogana, una serie di opifici e magazzini che costituirono il primo nucleo di un comparto manifatturiero destinato a crescere già fra le due guerre mondiali.

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

È curioso che ancora oggi i ravennati preferiscano chiamare il canale navigabile col nome “Candiano” e non con quello ufficiale “Corsini”, probabilmente perché sono rimasti affezionati al nome del vecchio porto ubicato a sud della città.
Candiano è in realtà un nome assai antico la cui etimologia, non nota, risale all’idronimo Candidiano che si riferiva ad uno dei corsi d’acqua che lambivano la città. Candiano è quindi un termine riferito all’acqua, alla città portuale, alle sue isole e, in epoca più recente, al canale Pamphilio. 

Sul braccio interno del canale, si trovava la cosiddetta Darsena dei velieri, che giungeva fin sotto la chiesa dei SS. Simone e Giuda (costruita tra il 1898 e il 1902), ove furono costruiti i magazzini del porto d’epoca settecentesca che Marco Fantuzzi, il magistrato illuminato di Ravenna, fece costruire su progetto di Camillo Morigia. Progetto che riporta la data del 1781.

La Darsena dei velieri, colpita dai bombardamenti aerei del 1944, venne definitivamente tombata nel Secondo Dopoguerra e dagli anni settanta i traffici marittimi si spostarono quasi interamente alle nuove Darsene San Vitale e alla penisola Trattaroli. 

La Dogana ha avuto diverse collocazioni. Inizialmente, come si vede in tante fotografie, la Regia Dogana era ubicata in testa Candiano, proprio di fianco alla Stazione Ferroviaria, poi nel 1930 fu inaugurata una nuova sede, di fianco alla Capitaneria di Porto. Distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale fu ricostruita dal lato opposto del Candiano, dove oggi ha sede la Polizia Municipale.

Moltissimi gli stabilimenti industriali e commerciali sorti sulle sponde delle vecchie darsene: raffinerie di zolfo, fornaci per mattoni, stabilimenti di legnami, fabbriche di concimi chimici, fonderie, jutifici…

È interessante notare che in molte di queste fabbriche fosse prevalente la manodopera femminile. Sia la “Saccheria Ravennate Callegari & Ghigi” sia lo “Jutificio Montecatini” assunsero centinaia di lavoratrici che si emanciparono così dalla dipendenza dal lavoro maschile e dalle mansioni domestiche.

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

Foto Storica della Darsena di Ravenna | Foto © Istituzione Biblioteca Classense

Quasi tutte donne erano anche le dipendenti della “Società Conserve Alimentari Conti, Calda & C.”, più nota come “Pandurera”, stabilimento sorto a fianco della Raffineria Almagià nel 1906; inizialmente si trattava di una raffineria di zolfo, la “Lama, Giacometti & C.” ma come raffineria ebbe vita brevissima, tant’è che alla fine dello stesso anno si riconvertì in fabbrica di conserve.

Durante la Prima Guerra Mondiale la cosiddetta “Pandurera” fu colpita da un bombardamento aereo. È curioso ricordare che la grande quantità di pomodoro sparso un po’ ovunque fu scambiato per sangue e inizialmente trasse in inganno i soccorritori che temettero una strage fra le operaie, che invece si erano allontanate in tempo.

Oggi Ravenna non è più una città d’acqua, il mare si è ritirato di oltre 10 km a causa dei sedimenti depositati dal Po e dai suoi tanti affluenti, le acque toccano la città solo presso la Darsena.
Quest’area emerge fortemente come un luogo che possiede tutte le potenzialità di una “cerniera” fra il centro storico di Ravenna e il litorale e che per questo andrebbe il più possibile valorizzata.


#myRavennAmbassadors – La storia di Ravenna e del suo territorio comodamente seduti sul divano di casa vostra.

Venezia e Ravenna: un’eredità vecchia di secoli

Venezia e Ravenna: un’eredità vecchia di secoli

Ravenna-Venezia

Spostandosi tra un mosaico e l’altro, tra un parco e l’altro, tra un chiosco di piadina e un ristorante, è possibile seguire un sentiero che porta a Venezia. Un tour nel tour, una mappa nella mappa, per scoprire un momento della storia di Ravenna che ha lasciato impronte indelebili.

Dal 1441 al 1509 Ravenna visse sotto il dominio della Repubblica di Venezia. A quell’epoca la città era ancora circondata dai fiumi e dalla laguna e intesseva scambi e commerci con il Delta del Po e da lì verso l’Adriatico e l’Europa.

I segni della dominazione veneziana sopravvivono ancora in città, incastonati tra gli strati delle varie epoche, ma se li incorniciamo e li osserviamo da vicino ci fanno sentire il rumore dei canali e lo schiocco dei cavalli sui ponticelli di una volta.

Il ricordo più imponente è senz’altro la Rocca Brancaleone, situata appena fuori dal centro storico. Eretta poco dopo l’arrivo dei veneziani in città, è stata teatro della Battaglia di Ravenna che vide per la prima volta l’uso massiccio di artiglieria da campo, cambiando per sempre il modo di guerreggiare e il concetto stesso di cavalleria.

Rocca Brancaleone

Rocca Brancaleone | Foto @ Nicola Strocchi

Abbandonata per alcuni secoli, nel Novecento è stata recuperata e oggi ospita un grande parco, un’arena sotto le stelle e un punto ristoro. Un leone di marmo protegge ancora l’ingresso al ridotto fortificato.

Ravenna - Rocca Brancaleone

Altorilievo del Leone Alato Veneziano

Al centro del passeggio e della vita istituzionale della città c’è Piazza del Popolo, pensata nelle sue forme attuali dalla Serenissima e da allora rimasta inalterata.
Il primo podestà veneziano ordinò di ricostruire il vecchio palazzo comunale, oggi sede del Municipio, facendolo ornare con stemmi, balconcini e ghiere in terracotta. Il palazzo delimitava la piazza dal lato del fiume Padenna che attraversava la città, passando sotto il grande arco dell’attuale via Cairoli.

Piazza del Popolo (Ravenna)

Piazza del Popolo (Ravenna) | Foto @ Delio Mancini

Di fronte al palazzetto furono erette due colonne, molto simili a quelle che in piazza San Marco a Venezia delimitano lo slargo verso la laguna. Su quella più vicina al palazzo venne collocato un leone di San Marco, mentre l’altra sorreggeva il vescovo Apollinare, santo patrono di Ravenna. Oggi il leone non c’è più, sostituito in epoca papale dalla statua di San Vitale. Dalla parte opposta della piazza fu, invece, posto il primo orologio, sancendo definitivamente il ruolo di potere in quel luogo e della presenza dominante di Venezia in quei decenni.

Una delle stradine più belle del centro storico è senz’altro via Cairoli. Stretta come il canale che le scorreva in mezzo, è riservata ai pedoni (nemmeno le bici possono passare, se non condotte a mano), ospita negozi e punti gastronomici, oltre a Casa Loredan, forse dimora del primo podestà e capitano di Ravenna. Finestre a balconcino in stile gotico-veneziano, colonnette in marmo rosso di Verona, capitelli di gusto rinascimentale la rendono una delle più eleganti vestigia del governo di Venezia.

Tra le case d’età veneziana questa è forse la più graziosa. È Palazzina Diedo, in via Raul Gardini. Conserva il cotto ruvido della facciata, alcuni elementi in pietra d’Istria, oltre al balconcino sul quale s’affaccia l’elegante bifora e l’arco d’ingresso, sul quale rimangono scolpite le due bande orizzontali dell’arme dei Diedo.

Palazzina Diedo (Ravenna)

Palazzina Diedo (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli Fotoreporter (edificistoriciravenna.it)

La semplice armonia di questo edificio stride con un fatto di sangue che nella notte del 29 gennaio 1576 lo vide protagonista. Girolamo Rasponi, con i suoi seguaci, compì una missione punitiva contro la nipote e la famiglia del marito, venendo poi esiliato dalla città. L’orrendo crimine, tuttavia, non scalfì la secolare egemonia dei Rasponi nel ravennate.

MAR - Museo d'arte della Città di Ravenna

MAR – Museo d’arte della Città di Ravenna | Foto @ Archivio Comune di Ravenna

Per evitare gli assalti via mare ai Canonici regolari lateranensi, la cui sede si trovava troppo vicino alla costa, i veneziani invitarono i religiosi a spostarsi nel nuovo monastero di Santa Maria in Porto, chiamata così poiché si trovava alla foce del fiume Badareno, poi scomparso. Veneziano fu il primo priore, e squisitamente veneziano l’impianto architettonico del nuovo monastero, con l’elegante armonia di forme e proporzioni che caratterizza l’elegante loggiato a due ordini, affacciato su quelli che oggi sono i Giardini Pubblici. Veneziano anche il massiccio impiego di pietra d’Istria e il chiostro, sempre a due ordini. Oggi l’edificio ospita il MAR – Museo d’Arte di Ravenna. Per informazioni sulle mostre in corso ecco il sito del museo.

Ravenna - Palazzo Bracci

Ravenna – Palazzo Bracci (Ravenna)

Palazzo Bracci è l’ultimo dei nostri suggerimenti di questo percorso tra Ravenna e Venezia. Prima che la piazza maggiore venisse ampliata dai veneziani, di fronte a Palazzo Bracci doveva trovarsi il centro pulsante della vita della città. In quella che oggi è piazza Andrea Costa, di fronte al mercato coperto, incastonata tra la chiesa di San Michele in Africisco (oggi un negozio di abbigliamento) e la chiesa di San Domenico (oggi una sala espositiva) si trovava un nodo di acque: il Padenna, che giungeva da nord e un altro piccolo fiume che scendeva parallelo all’attuale via Cavour. Il palazzo, che oggi ospita un albergo, è austero, in laterizio grigio, con qualche tocco di bianco in pietra d’Istria, lavorata a finissimi intagli. Un’eleganza semplice, che culmina nel balconcino tipico delle dimore signorili dell’epoca. All’interno, interessanti pitture ornano il soffitto ligneo della sala lunga, di gusto tipicamente quattrocentesco, e celebrano l’unione tra i Bracci e – non potevano mancare! – i Rasponi, che ricevettero insieme il titolo di Conti, dall’Imperatore, nel 1469.

Non vi abbiamo detto tutto sull’eredità veneziana a Ravenna. Vi sono altri edifici di quell’epoca, custoditi nel centro storico. Ma vorremmo lasciare che sia l’ispirazione – o la fortuna – a farveli incontrare.

Mappa della Ravenna Veneziana

Mappa della Ravenna Veneziana