Storie di Cinema a Ravenna

Storie di Cinema a Ravenna

Il 29 aprile scorso è arrivata su Netflix Summertime, una produzione originale italiana, liberamente ispirata ai romanzi di Federico Moccia. La serie è stata girata tra Ravenna e Cesenatico e racconta la storia d’amore tra Summer (l’esordiente Coco Rebecca Edogamhe) e Ale (Ludovico Tersigni, noto per il ruolo di Giovanni in “Skam Italia”).
L
ei è una ragazza indipendente e responsabile che sogna di lasciare la Riviera; lui è un “ribelle”, giovane promessa della moto, deciso a darsi una regolata e iniziare un nuovo capitolo della sua vita. Una normale estate si trasformerà per loro in un viaggio alla scoperta l’uno dell’altra, e al contempo di se stessi.

Prosegue quindi il legame di Ravenna con la produzione per il cinema e la televisione, legame che spesso nel corso degli anni passati ha avuto modo di svilluparsi sul filo della sperimentazione e della storia.

Nel 1957 Michelangelo Antonioni gira tra Veneto e l’Emilia-Romagna, Il grido, film segnalato all’interno della Mostra del cinema di Venezia tra i 100 film italiani da salvareRavenna è una delle location principali della pellicola che vede tra i protagonisti Steve Cochran e Alida Valli: una storia drammatica di amori e amanti, di vagabondaggi e snodi di una vita da riscoprire, sullo sfondo di una Italia fatta di province laboriose e fabbriche, emancipazione femminile, scioperi e cambiamenti sociali decisivi.

Antonioni torna a Ravenna anche nel 1963 per girare Deserto Rosso, suo primo film a colori (doveva intitolarsi infatti Celeste e verde), con il quale l’anno successiva vincerà il Leone d’Oro a Venezia.
Prosegue qui per Antonioni il percorso nel cinema dell’alienazione, ancora una volta in una Ravenna in cui «In mezzo agli alberi ci passano le navi», come annotò egli stesso sul proprio taccuino durante uno dei primi sopralluoghi.
Una giovane Monica Vitti, Richard Harris e Carlo Chionetti sono tra i protagonisti di un film di importanza mondiale, che ispirerà tantissimi grandi registi come Martin Scorsese, che lo annovera tra le pellicole più importanti di sempre.

Deserto Rosso (1964) | Foto © domusweb.it

Gli scenari dei film di Antonioni sono anche diventati uno degli itinerari di Cineturismo, grandioso progetto della Cineteca di Bologna per scoprire i luoghi del cinema italiano. Così si può rivedere il Ricovero Garibaldi (Il grido), o il negozio di Giuliana (Moniva Vitti in Deserto Rosso), che si trova in via Pietro Alighieri e Porta Nuova, una delle porte antiche più belle di Ravenna e la zona ANIC, di cui Antonioni voleva restituire il fascino.

Anche le fabbriche possono essere dotate di grande bellezza. Le linee rette e curve delle fabbriche e delle loro ciminiere possono essere anche più belle di un filare d’alberi che l’occhio ha già visto troppe volte. È un mondo ricco, vivo, utile.

Nel 1952, sempre tra Ravenna e il mare, Goffredo Alessandrinni gira Camice Rosse – Anita Garibaldi, storia della trafila Garibaldina nella fuga verso Venezia. Anche in questo caso è possibile seguire un altro bellissimo itinerario, che si snoda tra Ferrara e Rimini, passando per la riserva naturale Foce del Fiume Reno.

Provincia Meccanica (2005) | Foto © cgentertainment.it

Provincia Meccanica (2005) | Foto © cgentertainment.it

La lista dei film e delle serie che hanno avuto però come scenario Ravenna rimane comunque lunga.
Da Paolo e Francesca – La storia di Francesca da Rimini (Matarazzo, 1950) a Johnny Stecchino (Benigni, 1991), da Teodora Imperatrice di Bisanzio (Freda, 1954) a Agata e La Tempesta (Soldini, 2004), dal colossal russo Viking (2016) diretto da Andrej Kravčuk a Provincia Meccanica del 2004, opera prima del regista Stefano Mordini, candidato l’anno successivo all’Orso d’Oro durante il Festival di Berlino.
In quest’ultima pellicola Stefano Accorsi e Valentina Cervi sono Marco e Silva, i due protagonisti, che vivono in una paesino vicino a Ravenna e si scontrano con una vita e una famiglia inconsuete, alla ricerca di armonia e libertà.

Oltre ai grandi registi, Ravenna è poi culla di numerosi giovani talenti che si cimentano nella settima arte con impegno e passione. Tra questi non possiamo non citare EmpiRa, l’associazione che dal 2010 offre momenti di condivisione per i fan della saga di Star Wars, tra cui il recente fanfilm dal titolo Sacrificio.

E ora arriva a Ravenna il colosso Netflix, per la sua quarta produzione italiana del 2020 (e settima totale nostrana). Nei mesi scorsi li abbiamo accompagnati nella produzione di Summertime, ma non possiamo svelarvi nulla! Non vi resta che andarvela a vedere…

La Chiesa di San Carlino, un gioiello barocco nel cuore di Ravenna

La Chiesa di San Carlino, un gioiello barocco nel cuore di Ravenna

L’esistenza della Chiesa di San Carlino, in origine dedicata agli apostoli Simone e Giuda e ai martiri Fabiano e Sebastiano, è attestata dai documenti a partire dall’anno Mille.

La struttura fu voluta da Oddone dall’Ova che la consacrò nel 1062. I primi proprietari furono dunque i Tombesi dall’Ova, una famiglia di grandi condottieri, che gestirono l’edificio fino agli inizi del 1500. Il loro stemma araldico era un leone rampante con una banda laterale. 

Ai dall’Ova, trucidati dai Rasponi in un drammatico fatto di sangue, seguirono i Dal Corno che nel 1700 restaurano pressoché totalmente il piccolo oratorio, riportandolo al suo aspetto attuale. Si servirono dell’architetto Domenico Barbiani che eseguì anche le decorazioni pittoriche, e del decoratore Giuliano Garavini che realizzò gli eleganti stucchi. Ancora oggi lo stemma dei Dal Corno (un corno con tre stelle) si può rinvenire ovunque al suo interno e persino sulla maniglia della porta d’ingresso.

Alla fine ‘700 la famiglia dei Dal Corno si estinse e l’edificio passò a quella dei Lovatelli. È infatti presente all’interno della piccola chiesa una lapide in cui è tracciata la pianta di un loro antico fondo donato per il mantenimento di questa piccolo complesso.

Chiesa di San Carlino (Ravenna)

Chiesa di San Carlino (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli

Nei primi anni del ‘600, l’edificio divenne sede di una confraternita legata alla figura di San Carlo, composta da laici e religiosi. L’intitolazione a San Carlo Borromeo, detto volgarmente San Carlino dai ravennati per le dimensioni ridotte dell’edificio, è quindi puramente affettiva.

Il culto di San Carlo si affermò nei primi anni del 1600 e la devozione si diffuse subito anche a Ravenna dove il Borromeo aveva ricoperto la carica di cardinale legato tra il 1560 e il 1563 e dove era ritornato nel 1583, un anno prima della sua morte. 

Carlo Borromeo, per la sua vicenda personale, incarnerà il modello del perfetto pastore. Nipote del papa Pio IV (il papa che aveva concluso i lavori del Concilio di Trento), nonostante le sue nobili origini aveva rinunciato alla carriera ecclesiastica che lo avrebbe sicuramente portato a Roma, per seguire le pecorelle della sua diocesi milanese. Ciò, ovviamente, aveva suscitato enorme scalpore e ammirazione tanto che quando tornò a Ravenna nel 1583 la devozione nei suoi confronti era fortissima. 

Secondo gli storici a Ravenna si conservavano ben due reliquie del Borromeo, oggi disperse. Innanzitutto l’honestina, ovvero la salvietta di lino che il cardinale aveva usato durante un pranzo con i canonici di Santa Maria in Porto. Quest’ultima, dopo la beatificazione avvenuta nel 1610, sarebbe addirittura stata esposta quale vera reliquia il 4 novembre, festa liturgica del Santo.

Nell’oratorio, inoltre, veniva conservata, secondo il Pasolini, una spugna impregnata del sangue del Santo. Anche di quest’ultima, purtroppo, si sono perdute le tracce.

Chiesa di San Carlino (Ravenna)

Chiesa di San Carlino (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli

Il massimo periodo di espansione delle confraternite fu negli anni immediatamente successivi al Concilio di Trento (1545-1565). Questo giustifica la nascita a Ravenna di ben due confraternite legate al culto del Borromeo, un vero e proprio campione della Controriforma: una (detta in urbe) aveva sede proprio qui, l’altra in borgo San Rocco (detta in suburbe essendo fuori le mura).

Le confraternite erano enti laici ad ispirazione religiosa che nacquero in età medievale. Tra le più antiche esistenti a Ravenna vi erano: quella del Rosario, collegata alla chiesa di San Domenico, chiesa attestata già dal 1260 col nome di Santa Maria in Gallopes; quella del SS. Sacramento, che aveva sede nella chiesa di Sant’Agata; la confraternita portuense dei Figli di Maria, collegata alla devozione della Madonna Greca, e infine la confraternita dei Flagellanti con sede in Sant’Apollinare Nuovo.

Lo scopo principale delle confraternite era quello di “condividere la fede”, ovvero di diffondere l’ortodossia, di contrastare l’eresia e di fare da apripista all’affermazione delle parrocchie nelle città.
Seguivano una liturgia ben precisa e rigorosa. Sfilavano in città durante le festività solenni e in periodo di Quaresima e Avvento recitavano il Rosario. Anzi la lettura del Rosario era il principale strumento di lotta contro l’eresia.
Questi enti svolgevano anche un’importante azione sociale: innanzitutto la lettura del Rosario avveniva in volgare e non in latino, e questo era importantissimo ai fini dell’alfabetizzazione, poi recavano soccorso sia spirituale sia materiale alle persone, infine fungevano da primo centro di orientamento a chi arrivava per la prima volta in città. 

Gli interni della chiesa di San Carlino

All’interno dell’oratorio si trova la Pala d’Altare che raffigura San Carlo Borromeo tra i quattro santi titolari. La pala, eseguita nel 1628, è di Giovanni Barbiani, capostipite di una famiglia di artisti che lavorerà a Ravenna tra ‘600 e ‘700.

La fisionomia di Carlo si fissa subito nell’iconografia, quindi quello che qui vediamo ritratto è il vero volto del Borromeo: volto scavato, naso robusto, con indosso l’abituale abito cardinalizio.

Sulla destra, San Sebastiano martire è facilmente riconoscibile perché è legato a una colonna con inflitte nel corpo le frecce del martirio. Dalla parte opposta, cioè primo a sinistra, riconosciamo San Fabiano martire perché indossa la mitria, infatti fu papa di Roma nel III secolo. Di fianco a San Carlo, i due apostoli titolari dell’oratorio, Simone Zelota e Giuda Taddeo che sono qui associati perché molte leggende agiografiche li vogliono martiri insieme.

Chiesa di San Carlino (Ravenna)

Chiesa di San Carlino (Ravenna) | Foto © Giampiero Corelli

Sulla parete sinistra dell’oratorio, troviamo il Tabernacolo, un’opera di fine ‘400 proveniente dall’antica Ursiana. Secondo Corrado Ricci l’autore del Tabernacolo marmoreo fu uno scultore lombardo. La volta prospettica eccezionale ricorda, infatti, la prospettiva di San Satiro a Milano. Il committente fu, invece, l’arcivescovo Roverella per l’antica cappella dell’Ursiana del SS. Sacramento.

Nell’antica Cattedrale, il Tabernacolo rimase in uso fino agli inizi del ‘600, quando il cardinale Pietro Aldobrandini decise di realizzare una nuova cappella monumentale dedicata al tema dell’Eucarestia affidando i lavori a Carlo Maderno e la decorazione a Guido Reni.
Il Tabernacolo marmoreo non si sposava con il nuovo ambiente e quindi venne inizialmente spostato nella cappella della Madonna del Sudore dove rimase fino al 1759, quando anche in quella cappella furono eseguiti degli importanti lavori di rinnovamento.
In questa occasione, il Tabernacolo fu smontato e acquistato dalla famiglia Dal Corno che lo collocò in San Carlino inserendo un piccolo bassorilievo della Vergine a ricordo della devozione dei ravennati nei confronti di questa immagine. 

Le pitture della cupola sono state realizzate da Domenico Barbiani verso la metà del ‘700 quando l’edificio venne totalmente ristrutturato. I cieli sono aperti a conferma dell’unione tra cielo e terra e della comunione dei Santi. I medaglioni presentano i 4 Santi titolari dell’oratorio.
Essi vengono qui ribaditi a testimoniare l’indirizzo dato dalla Controriforma. Dato che la Riforma Protestante aveva abolito moltissimi Santi, la Chiesa cattolica riempì le sue chiese di figure di santità. Sono poi rappresentate le 4 Virtù Cardinali a ribadire uno degli scopi principali della confraternita cioè condurre una vita virtuosa: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza.

Dal 1792 l’oratorio fu prima ridotto a cantina, poi chiuso al pubblico, ed infine donato all’Orfanotrofio adiacente nel 1808.

#SalutidaRavenna, qual è il tuo posto del cuore a Ravenna?

#SalutidaRavenna, qual è il tuo posto del cuore a Ravenna?

Sarà una prima primavera diversa dal solito quest’anno, è inevitabile.
Mancheranno le masse di studenti in gita per le strade del centro, il vociare dei cittadini che il sabato mattina si ritrovano in Piazza del Popolo, i turisti davanti ai monumenti Unesco e anche le code in direzione delle spiagge per godersi una rilassante Pasquetta tra amici e parenti.

Avete presente quella luce che lambisce via Cavour nei pomeriggi assolati, che acceca mentre la si percorre in bicicletta verso Porta Adriana? E le margherite che spuntano sui prati verdi dei Giardini Pubblici o della Rocca Brancaleone?

A noi mancheranno molto! Come del resto le pause pranzo sospesi sulle panchine in Piazza Kennedy, le prime uscite serali e gli apertivi al mare aspettando il tramonto.

Per questo, oggi più che mai, sentiamo la necessità di rivivere nei nostri occhi e nella nostra memoria quei luoghi, per ricordarci la loro bellezza e aumentare – soprattutto quando tutto sarà finito (speriamo presto!) – la consapevolezza e la fortuna di vivere in una delle Regioni più belle del mondo.

#SalutidaRavenna

Abbiamo pensato di mettere in moto un piccolo progetto.
Lo abbiamo chiamato #SalutidaRavenna, riferendoci alle vecchie cartoline che un tempo si spedivano quando si andava in vacanza in una determinata località.

Questa volta però la prospettiva cambia. Siamo noi cittadini a diventare ambasciatori. Siamo noi chiamati a diventare narratori attivi della città e delle sue bellezze e spedire da Ravenna a tutto il mondo una cartolina, un abbraccio virtuale di speranza e bellezza.

Come partecipare?

  1. Scegliete una o più foto di Ravenna a cui siete particolarmente legati che avete scattato prima dell’emergenza CoVid-19;
  2. Pubblicatela sul vostro profilo Instagram o Facebook, taggando @RavennaTourism (Facebook | Instagram) e inserendo l’hashtag #SalutidaRavenna. Possono essere anche foto già presenti sui vostri profili a cui potete aggiungere menzione e hashtag;
  3. Taggate nei commenti 5 persone a cui volete inviare il vostro saluto, invitandoli a tornare a Ravenna quando tutto questo sarà finito.

Un ringraziamento per le foto va ai ragazzi del progetto #arRAngiati – La Maratona Fotografica più divertente di Ravenna

La Storia delle Colonne in Piazza del Popolo a Ravenna

La Storia delle Colonne in Piazza del Popolo a Ravenna

Una volta in Piazza del Popolo c’era l’acqua. C’era un piccolo fiume, il Padenna, che solcava la città da nord a sud. Poi arrivarono i Veneziani, verso il 1441, e decisero di interrarlo, allargare la pizza e, poco dopo, innalzare due colonne, molto simili a quelle che si trovano in Piazza San Marco, a pochi passi dalla celebre Laguna.

Piazza del Popolo (Ravenna)

Piazza del Popolo (Ravenna)

Caratteristici del centro di Ravenna, queste due elementi architettonici apparentemente molto simili nascondono in realtà una serie di segreti e curiosità che vale la pena approfondire insieme.

Quando nel 1483 furono erette a delimitare la Piazza verso il corso del Padenna, in cima a una delle due fu collocato il leone di San Marco; sull’altra, la statua del patrono Sant’Apollinare. Dal 1509, anno in cui il pontefice Giulio II prese possesso della città sconfiggendo i veneziani alla Ghiaia d’Adda, le insegne della Serenissima sparirono: il leone fu sostituito dal Santo Patrono e al suo fianco comparse la statua di San Vitale, opera di Clemente Molli.

Piazza del Popolo - La statua di Sant'Apollinare

La statua di Sant’Apollinare (Piazza del Popolo) | Foto © tinatin.zu, via Instagram

Osservando con attenzione la colonna di San Vitale  – seconda curiosità! – noteremo che sulla sua superficie si trova un orologio “a linea meridiana”, realizzato prima dai veneziani e successivamente inciso nel 1793.

Serviva per indicare il mezzogiorno solare di Ravenna con le corrispondenti ore italiche cosiddette “da campanile”, a quel tempo in uso, ma anche per regolare l’orologio pubblico della piazza – meccanico – fatto costruire per la prima volta dai Da Polenta.

Dopo un restauro promosso nel 1868, la meridiana rimase senza gnomone anche perché pian piano era diventata oggetto di discussione nell’opinione pubblica (e sulle pagine del Ravennate) a causa della sua presunta inesattezza, soprattutto nei pressi di solstizi ed equinozi.

La meridiana sulla colonna nord di Piazza del Popolo, Ravenna

Piazza del Popolo (Ravenna) | Meridiana incisa sulla colonna di San Vitale

A questo punto entra in ballo l’Ofiuco, detto anche il Serpentario. Di cosa si tratta?
Ofiuco potrebbe essere il 13° carattere dello Zodiaco, ma di fatto è l’unica costellazione attraversata dall’eclittica che non ha dato il nome a un segno zodiacale.

Citato sin dai tempi di Tolomeo, raffigura un possente uomo, forse Asclepio, che tiene a bada un serpente enorme. Nel 1604 Keplero osservò vicino alla sua stella principale una delle rarissime esplosioni di supernova avvistate negli ultimi cinquecento anni.

In uno dei due basamenti delle colonne di Piazza del Popolo, entrambi realizzati da Pietro Lombardo (padre di Tullio, autore della statua del Guidarello, di cui vi abbiamo parlato in quest’articolo) troviamo un ciclo di bassorilievi con i dodici segni zodiacali, e un elemento in più raffigurante proprio l’Ofiuco che, quasi dimenticato per secoli, riappare in Piazza del Popolo a Ravenna.

Ercole Orario

Ercole Orario

Sotto l’iscrizione che conferma la paternità dei basamenti e che recita Opus Petri Lombardi 1483, è raffigurato anche un Ercole Orario, detto dai ravennati anche Conchincollo. Si tratta della miniatura di una grande statua di Ercole, fatta erigere dall’Imperatore Claudio che la tradizione toponomastica colloca più o meno nel cuore della città.

Il semidio sorreggeva, inginocchiato a causa del grande peso, un quadrante sotto forma di semisfera (quasi una conchiglia), sopra la quale era conficcato lo stilo da cui si dipartivano le linee orarie. Un enorme orologio solare, dunque (che per lungo tempo si pensò anche lunare), che segnò il tempo dei cittadini di Ravenna fino a quando crollò, nel 1591, a causa di un terremoto.

Alcuni frammenti furono in seguito utilizzati per la base della colonna che ora si trova in piazza dell’Aquila. Un piede è invece conservato al Museo Nazionale di Ravenna.

Il sapore di una terra, di una città, di un popolo, si trova spesso nei dettagli, nei centimetri, nelle porzioni di arte e bellezza, che magari ci sorprende proprio dove non ce lo aspettiamo.

Le Porte di Ravenna

Le Porte di Ravenna

Le Porte sono simboli, tracce di una Ravenna sospesa in un’altra epoca. Un arco di tempo lontano dai Regni e dagli Imperi, ma a cavallo in quei secoli fondamentali tra Rinascimento e Unità d’Italia.

Le Porte sono monumenti. Ognuna con la propria architettura, la propria storia, la propria leggenda.

Le Porte sono… portali dello spazio e del tempo. Mentre le mura cedono o sono state smantellate nel corso del tempo perché hanno esaurito la loro funzione, le porte d’accesso alla città vengono conservate, protette e ristrutturate. Restano lì, come perni del tessuto urbano, a ricordarci la Storia e a rinnovare l’idea del bello e della tradizione.

Ichnografia Urbis Antiquae Ravennae (1722, particolare)

Ichnografia Urbis Antiquae Ravennae (1722, particolare)


IL PORTONACCIO O PORTA GONZAGA

Cominciamo con un’eccezione. Questa Porta non è una Porta. Ha tutte le caratteristiche di una Porta (si trova all’estremità sud del Borgo San Rocco), ma non si trovava lungo il perimetro delle mura. Dunque qual era la sua funzione?

Il Cardinale Gonzaga la fece costruire in occasione dei lavori sulla rinnovata strada per Forlì, nel 1785. Da costui prende il nome questo pregevole manufatto, che è dunque più un arco celebrativo che un vero e proprio fornice d’accesso alla città.

Secondo Corrado Ricci non è tuttavia improbabile che sia stata edificata nel luogo ove in precedenza sorgeva un avamposto fortificato delle mura cittadine.


PORTA ADRIANA

Porta Adriana (Ravenna)

Porta Adriana (Ravenna) | Foto © _l_italiano, via Instagram

La più grande, la più famosa, la più bella. Segna il confine del centro storico, tra via Cavour (una delle principali strade pedonali) e piazza Baracca. È il primo e forse più esplicito esempio della travagliata vita che accomuna tutte le Porte di Ravenna.

Il nome le fu dato, forse, a memoria della famiglia degli Andriani, benestanti signorotti locali. Costruita in epoca incerta, venne spostata, poi rimontata dove si trova ora. Venne arricchita con i marmi della Porta Aurea, di origine romana, malamente demolita nel 1545. Durante il dominio di Venezia fu arricchita da due leoni, poi mutilati vero la fine del 1700.
La facciata fu ingrandita, le torri laterali divennero tozzi bastioni quadrati, il ponte sul fiume Montone, che le scorreva di fronte e poi attorno al centro storico, fu demolito nel 1774.  Il passaggio di Papa Pio IX, nel 1857, la arricchì di guglie e pini decorativi. Un destino di mutamenti costanti, che accomuna, come dicevamo, tutte le porte della città.

Sul lato esterno è inoltre possibile poi scorgere un freccia che indica un bisonte nero e il numero 82. L’insegna è quasi certamente quella della 5° Divisione di fanteria “Kresowa” dell’esercito polacco, forse transitato da Ravenna poco prima o poco dopo lo sfondamento del fronte lungo la via Emilia. Coraggiosi, fascinosi, rissosi, i soldati polacchi lasciarono su quel muro un simbolo, romanticamente conservato, di un passaggio (in tutti i sensi) cruciale della storia di tutti.


PORTA SERRATA (O ANASTASIA O CYBO)

Porta Serrata (Ravenna)

Porta Serrata (Ravenna) | Foto © eldem20_09, via Instagram

Tre nomi per una porta. Una grande porta, alla fine di via di Roma, che annuncia uno dei pochi tratti in lieve pendenza di Ravenna.

Il primo epiteto, Serrata, sembra derivare da una leggenda legata alla famiglia dei Da Polenta, che spadroneggò da queste parti tra la fine del 1200 e la metà del 1400. Pare che una profezia avesse predetto la loro cacciata dalla città proprio attraverso tale porta. Essi la fecero dunque murare e così rimase per molti decenni, finché Papa Giulio II la riaprì, ma solo nel 1511.

Il nome di Anastasia forse le venne dato in onore di Nastagio degli Onesti, ravennate eminente del XII secolo, protagonista di una delle novelle del Decameron di Boccaccio.

Cybo, invece, in riferimento al Cardinale Cybo, il quale la fece restaurare dopo un crollo parziale del 1600, imponendole il suo nome. Ordinanza che tuttavia i ravennati non accettarono mai nei fatti, continuando a chiamarla Porta Serrata.


PORTA NUOVA O PANPHILI

Si trova dalla parte opposta di via di Roma e chiude la traiettoria nord-sud delle mura cittadine. Ricostruita nel 1580, da cui il termine “Nuova”, venne poi restaurata a metà del ‘600 forse su progetto del Bernini. È una delle più belle della città e per i ravennati è sempre “Nuova”, anche se ha oltre quattrocento anni.

Il Cardinale Donghi, a cui si deve il restauro, fu il promotore dello scavo del canale “Pamphilio” che aveva il compito di collegare la città al vecchio porto Candiano. Due lapidi alla base ricordano ancora quella grandiosa impresa ingegneristica e civile.

Agli inizi del ‘900, il tramvai su rotaie che collegava Ravenna e Forlì passava proprio sotto la porta (allora ancora collegata alle mura) e annoverava la fermata “Porta Pamphilia”.


PORTA SISI O URSICINA

Porta Sisi (Ravenna)

Porta Sisi (Ravenna) | Foto © arrangiati2020, via Instagram

Delle due nomenclature, una forse è il diminutivo dell’altra. In documenti di varie epoche si trova traccia di una Porta Ursicinis, poi Usisina, Sisina, Sisna, Sicina, e finalmente, nel 1600 appare chiaramente il nome Sisi. Ursicino, santo cattolico di origine ligure, fu martire a Ravenna nel 66 d.C.

Nel 1568 venne rifatta nella bella e armoniosa forma attuale, ornata da due belle colonne di granito che sostengono il frontone sul quale è ancora scolpita la data del rifacimento. Questa porta era, ed è ancora, soffocata da vecchie costruzioni, tra via Mazzini e Via Castel San Pietro, tanto che pare un arco, quasi un portico, se non vi si presta attenzione.

Una curiosità: in uno statuto comunale del 1200 si proibisce, parole testuali “alle meretrici ed alle ruffiane di sostare nella pubblica via, specie nelle adiacenze di Porta Ursicina e di Porta Anastasia”.

Perché vengano citate solo quelle due porte però non ci è dato saperlo.


PORTA SAN MAMANTE

Il suo nome deriva dalla chiesa e dal monastero di San Mama, che sorgeva nelle vicinanze.

Edificata nel XI secolo nell’insieme di un complesso difensivo da tutti chiamato “I Bastioni” (ancora oggi la zona è detta “I basciòn”), fu testimone dell’inizio della Battaglia di Ravenna del 1512, con le truppe francesi che, per la prima volta  erano sostenute dall’artiglieria pesante. Solo dopo 90 anni da quei duri scontri la porta poté considerarsi completamente restaurata.

Anticamente tra questa porta e Porta Sisi entrava in città il Canale Padenna, per uscire poi dalla parte opposta nei pressi di Porta Serrata, dopo aver attraversato tutta la città.


PORTA AUREA

La Porta che non c’è. Nel periodo romano fu di certo la via d’accesso principale della città. Di fronte ad essa, dove oggi sorge l’ospedale civile, si trovava uno dei principali bacini navali di Ravenna, sede dell’imponente flotta dell’Adriatico.

Si ritiene sia stata edificata verso la metà del I° secolo dall’Imperatore Tiberio Claudio, lo stesso che fece costruire le prime mura di Ravenna. Era certamente decorata con opulenza, ricca di marmi e di intarsi.

Di questo maestoso ingresso alla città oggi rimangono soltanto i basamenti. Le due torri principali vennero demolite dai veneziani nel XV secolo e un secolo dopo venne definitivamente smantellata per ricavare materiale d’ornamento e da costruzione di altre Porte.

Indubbiamente fu una porta prestigiosa che qualcuno vorrebbe addirittura in parte dorata, da cui il nome di Aurea. Nei `”Lustri Ravennati” scritti da Serafino Pasolini si legge che “ella era adornata, tra l’altre cose, di due grandissimi specchi, acciò in essi si potessero specchiare li trionfanti entrando nella città”. Oltre che una porta essa fu, quindi, anche un “Arco di Trionfo” il che aumenta la nostra delusione per una così triste ed immeritata fine.