Almanacco dei Personaggi Innamorati di Ravenna

Almanacco dei Personaggi Innamorati di Ravenna

Siamo a cena con un ospite norvegese, uno americano e un iraniano (e non è una barzelletta). Riviviamo la giornata in giro per Ravenna e rispuntano i nomi di Dante, Garibaldi e Teodorico. A un tratto uno di loro chiede: “Sì, ma personaggi illustri che hanno avuto a che fare con Ravenna di recente?”.

Siamo prontissimi a questa evenienza. E per non dimenticare nulla sfoderiamo il nostro personale e manoscritto Almanacco dei Personaggi Eccellenti Innamorati di Ravenna. Casualmente in ordine alfabetico.


Borges, Jorge Luis. In Storia del guerriero e della prigioniera, pubblicato in Aleph quasi trent’anni prima della sua visita a Ravenna, il grande scrittore argentino racconta di Droctulft e del suo legame con questa città.

Personaggio storico e qui letterario, il guerriero dell’esercito longobardo passò poi a combattere per l’impero, difendendo Ravenna, che scelse poi come dimora e patria. Ravenna come città cosmopolita e paradigma di una contemporaneità in cui ognuno può scegliere e cambiare la propria storia e quella del mondo.

Non ci sono tradimenti, né “invasioni barbariche”. Soltanto illuminazioni. Gli abitanti di Ravenna dettero a Droctulft sepoltura in un tempio ed espressero la loro gratitudine in un epitaffio, evidenziando il contrasto tra l’aspetto atroce del condottiero e la sua semplicità e bontà. Borges, che visitò Ravenna oramai vecchio e cieco, insieme all’editore locale Lapucci, respirò grazie a quest’ultimo l’atmosfera e i luoghi che tre decenni prima aveva potuto soltanto immaginare.


Byron, George Gordon, per gli amici semplicemente “Lord“. Eccentrico e mondano nobile inglese, giunse a Ravenna per il Grand Tour nel 1819 con sette domestici, alcuni gatti e una scimmia.

Fu “amico” (qualcosa di più, dai) della Contessa Teresa Gamba Guiccioli e ciò lo mise assai nei guai con il di lei marito, il Conte Alessandro Guiccioli. Fu vicino alla setta dei carbonari del di lei fratello, Pietro, e anche questa simpatia lo mise alquanto nei guai, tanto che dovette…
Se volete saperne di più della sua storia e della Ravenna di quell’epoca, leggete questo articolo.


Callas, Maria. La Divina, Miss Sold Out, una delle voci d’opera più peculiari, agili ed estese del Novecento. Soprano, nata in America da una famiglia di origine greca (e per breve tempo anche cittadina italiana) fu a Ravenna nel 1954 per interpretare al Teatro Alighieri, La Forza del Destino di Giuseppe Verdi. Pienone e standing ovation.

L’amai, gli è ver!
Ma di beltà e valore
Cotanto Iddio l’ornò.
Che l’amo ancor.
Nè togliermi dal core
L’immagin sua saprò.


D‘Annunzio, Gabriele, per gli amici (ma anche i nemici) “Il Vate”, “l’Immaginifico”, il “Principe di Montenevoso” o più semplicemente “Gabri”, ma soltanto per la Duse. Venne a Ravenna più volte, ma di certo vi fu nel maggio del 1902 per assistere al Tristano e Isotta, opera diretta dal maestro Vittorio Maria Vanzo.

Nel palco con lui anche Eleonora Duse e Olindo Guerrini, come non manca di notare con enfasi nelle sue pagine Il Ravennate di quei giorni. D’Annunzio dedicherà a Ravenna alcuni versi delle Laudi – II Elettra (in questa pagina il testo completo):

Il mistico Presagio

Ravenna, glauca notte rutilante d’oro,
sepolcro di violenti custodito
da terribili sguardi,
cupa carena. grave d’un incarco
imperiale, ferrea, construtta
di quel ferro onde il Fato
è invincibile, spinta dal naufragio
ai confini del mondo,
sopra la riva estrema! […]


James, Henry, scrittore e critico americano e poi inglese, si recò a Ravenna più volte tra il 1874 e il 1883. Alla città romagnola dedicò molte pagine in quel taccuino di viaggio che divenne, nel 1909, Ore Italiane. Dipinge così (e concordiamo con lui) la Basilica di Sant’Apollinare in Classe:

Tra la città e la foresta, […] si innalza la più bella delle chiese ravennati, l’imponente tempio di Sant’Apollinare in Classe. L’imperatore Augusto aveva costruito nei dintorni un porto, per la sua flotta, che i secoli hanno insabbiato e che sopravvive solo nel nome di questa antica chiesa. La sua posizione di assoluta solitudine ne raddoppia l’effetto.


Jung, Gustav. Psichiatra, filosofo e psicologo tra i più rilevanti di sempre, visitò Ravenna due volte, a distanza di vent’anni, agli inizi del Novecento. Proprio a Ravenna gli capitò un fatto curioso, a metà tra l’allucinazione e il prodigio. Era convinto di avere un ricordo nitido di alcuni mosaici, ma in realtà tali mosaici non esistevano! Di quali mosaici si trattava? Scopritelo dalle sue stesse incredibili parole in questo post.


Kandinsky, Wassily. Pittore e teorico dell’arte russo, scrive così all’amico Paul Klee nel 1930:

Ho visto finalmente Ravenna, e tutte le mie aspettative erano nulla di fronte alla realtà. Sono i mosaici più belli e e più formidabili che io abbia mai visto. Non sono soltanto mosaici, ma vere e proprie opere.

Racconta la moglie, di quella visita a Ravenna, che Kandinsky appariva commosso. Non disse una parola guardando i mosaici e quando uscì dalla chiesa disse che era un’arte paragonabile alle antiche icone russe, a lui così care e grande fonte di ispirazione.


Klee, Paul. Pittore tedesco, viaggiò moltissimo in Europa e in Italia. Ci racconta il figlio, che nel 1926 era con lui a Ravenna, che:

Questa città così poco italiana, esercitò su di lui un incanto particolare, con i suoi mosaici bizantini dai coloro sfarzosi. Forse il suo periodo divisionista che ebbe inizio nel 1930 ricevette il suo principale impulso dai mosaici di Ravenna.


Klimt, Gustav. Un altro Gustav, che viene fatalmente ispirato dai mosaici di Ravenna, praticamente negli stessi anni. Un caso? Non crediamo proprio

Un uomo ipocondriaco e ansioso, che non ama lasciare la propria Vienna. Eppure si concede ben due volte a Ravenna. Due viaggi. Come Jung. Un altro caso? Forse no. I monumenti ravennati di “increndible splendore” (e siamo anche in questo caso d’accordo con lui) furono fondamentali per la sua opera e la sua formazione. Avete presente tutto quell’oro ne Il bacio o nel Ritratto di Adele Bloch-Bauer I? Della sua storia completa abbiamo parlato in questo post.

In definitiva per Klee, come per Klimt, Kandinsky (tutti con la “K”! Un kaso? Non krediamo proprio…) e altri pittori (ah, ok! Forse era davvero solo un caso) Ravenna, le sue atmosfere e i suoi tesori d’arte risulteranno di enorme suggestione e ricopriranno grande e durevole importanza.


Le Corbusier (sì, lo mettiamo sotto la “L”), pseudonimo del grande architetto Charles-Édouard Jeanneret-Gris. Durante le sue peregrinazioni italiane visitò anche Ravenna, riproducendo in acquerelli e tempere i soggetti dei più importanti monumenti cittadini (oltre ad approvvigionarsi lautamente di cibo e vino, in compagnia del suo inseparabile gatto, particolari che egli amava spesso ricordare di quel grandioso viaggio).


Montale, Eugenio. Poeta, scrittore, traduttore, uomo politico ma anche, così per dire, Premio Nobel per la Letteratura nel 1975. Soggiorna a Ravenna e incornicia Porto Corsini (villaggio sul mare a pochi chilometri dalla città) per immortalare la figura di Dora Markus, giovane ragazza austriaca che ispirerà una poesia omonima, anche se Montale non la incontrerà mai. Della sua figura e della “dolce ansietà d’Oriente” che Ravenna sprigiona, trovate ogni sillaba in questo post.


Porter, Cole. Cliccate qui e alzate un po’ il volume. Questa è Night and Day, composizione del musicista americano di cui poco sopra. Si dice (e noi ci crediamo) che l’ispirazione gli venne dopo aver visitato i mosaici di Ravenna e in particolare quelli del Mausoleo di Galla Placidia. Il giorno fuori, la notte all’interno. Con la volta scura e le stelle d’oro. Ti penso notte e giorno, giorno e notte. I think of you night and day, day and night…


Pound, Ezra anche se americano, visse gran parte della sua vita in Europa e in Italia. La sua opera più importante, i Cantos, una sorta di moderna Divina Commedia, assai lirica ed epica, ma allo stesso tempo immediata e spoglia, ha trovato ispirazione anche a Ravenna.

Dai sarcofagi di Galla Placidia, infatti, emerge Gemisto, filosofo neoplatonico, personaggio illuminante del poema. Lo stesso tempio, ristrutturato nel ‘400, rappresenta per l’autore la rinascenza dell’ideale classico, si rianima “e dappertutto sui sepolcri spuntano vessilli di vittoria.”


Youcernar, Marguerite. Scrittrice e poetessa francese, giunge “Pellegrina e straniera” a Ravenna nel 1935. Questa città le ispirerà un saggio fulminante, dal quale estrapoliamo alcuni assiomi:

Uno dei segreti di Ravenna sta in questo confinare dell’immobilità con la velocità suprema: essa conduce alla vertigine. Il secondo segreto di Ravenna è quello dell’ascesa al profondo, l’enigma del Nadir. Letteralmente, i personaggi dei mosaici sono minati: hanno scavato in se stessi enormi caverne nelle quali raccolgono Dio.

Ravenna è dunque un cappotto di pietra, una vertigine, una città che ascende (e fa ascendere) dal profondo. Un luogo nel quale si sente potente lo stacco “tra l’interno e l’esterno, tra la vita pubblica e la segreta vita solitaria.”. Semplice fuori, ricca dentro. Come una delle tante chiese bizantine, così spoglie all’esterno e così magnifiche una volta solcata la soglia.


Wilde, Oscar. Che dire? Grandissimo aforista e drammaturgo, critico, saggista e poeta irlandese. Ebbene sì, anch’egli folgorato da Ravenna. Dalle sue voci, dalla grande Storia che qui fu scritta, dalla sua natura, dalla sua gente. Ecco le parole che gli scaturirono quando giunse per la prima volta in città. Le riportiamo prima in inglese, perché non c’è paragone, poi tradotte:

O how my heart with boyish passion burned,
When far away across the sedge and mere
I saw that Holy City rising clear,
Crowned with her crown of towers! – On and on
I galloped, racing with the setting sun,
And ere the crimson after-glow was passed,
I stood within Ravenna’s walls at last!

Oh, quale passione
Giovanile arse il mio cuore, quando oltre i canneti
E la palude io vidi chiara sorgere la Città Sacra
Dalla sua corona di torri incoronata! Avanti,
Avanti, in gara con il sole io galoppai,
E prima che le luci del tramonto
Fossero al tutto spente, entro la cinta
Murata finalmente mi trovai.

La bellezza e il fascino di Ravenna (e dell’Italia che visitò, bisogna ammetterlo) le porterà fino in Patria e scalderanno a tal punto il suo animo che anche la “nordica primavera” gli sembrerà più bella e folgorante.

Ma questo era il racconto di una cena con ospiti stranieri, ricorderete. Affascinati dal lungo elenco di innamorati di Ravenna (ma una lista ancora più lunga potete trovarla qui), attendevano la chicca finale. Ed eccola. Spezziamo l’ordine alfabetico, ma ci piaceva tenerla come dolce, in fondo.

Non è necessario fare troppa scorta di Ravenna, tanto è probabile che prima o poi ritornerete. Ma non lo diciamo noi (campanilisti che non siamo altro!). Lo lasciamo dire a…


Hesse, Herman il quale scrisse, agli inizi del Novecento, appena lasciata questa terra:

È come per le canzoni un po’ passate
Nessuno ride dopo averle ascoltate
Ma poi tutti le voglion riascoltare
E sino a tarda notte meditare

Teodora, la donna diventata Imperatrice

Teodora, la donna diventata Imperatrice

Che la bella e intrigante TEODORA abbia usato il proprio corpo e il proprio fascino per sedurre il futuro Imperatore GIUSTINIANO, non abbiamo motivo di dubitare.
Né lo ha fatto alcuno storico, fino alla fine dell’Ottocento: “Con lei la prostituzione è salita al trono” scriverà Montesquieu.

Procopio, d’altronde, sul mestiere svolto da Teodora nella prima giovinezza, aveva fornito una serie di dettagli di una precisione tale da non poterli né equivocare né ritenere inventati. Tuttavia lo stesso aveva apertamente tralasciato di testimoniare che, dall’epoca del matrimonio con Giustiniano in poi, la condotta dell’imperatrice fu irreprensibile e che Giustiniano non era né succube della moglie né soggiogato dal suo fascino, ma un uomo che agiva e pensava in perfetta sintonia con la sua sposa di cui nutriva un profondo rispetto.

Fu costante il desiderio di Giustiniano di associarla ai suoi trionfi militari e agli splendori del regno. Nelle occasioni più importanti, Giustiniano consultava sempre la consorte che “Dio le aveva dato in dono” (Teodora = Dono di Dio).


Procopio tralascerà anche di menzionare l’importantissimo ruolo svolto da Teodora durante la rivolta di Nika del 532 d.C. che, senza il suo pronto e decisivo intervento, avrebbe avuto esiti alquanto drammatici. Si trattò di una rivolta popolare conseguente all’inasprimento fiscale voluto da Giustiniano per finanziare i suoi progetti di conquista.
La sommossa fu portata avanti dalle due tifoserie dell’Ippodromo, i Verdi e gli Azzurri, che si coalizzarono contro l’Imperatore e i suoi corrotti funzionari. Costantinopoli fu messa a ferro e fuoco, i ribelli devastarono anche il vestibolo del Palazzo Imperiale e la Basilica di Santa Sofia, Giustiniano in preda al panico, pensò allora di fuggire.

Fu soltanto grazie all’intervento di Teodora che la situazione non precipitò. L’Imperatrice tenne in Senato un discorso così fiero che portò il marito a desistere dal suo intento. “Quand’anche l’unica salvezza stesse nella fuga, io non fuggirò. Terrò fede all’antico detto per cui la porpora è il miglior sudario”. Giustiniano non solo non fuggì ma diede vita ad una durissima repressione affidata ai due generali Belisario e Narsete. Sedata la rivolta, Santa Sofia venne ricostruita nelle sue vesti attuali in soli 5 anni. 

L’immagine e il ruolo di Teodora saranno riabilitati solo in età contemporanea. La recente storiografia ha rivalutato l’immagine della moglie di Giustiniano prendendo spunto da fonti coeve, ben diverse da quelle di Procopio, che attestavano, ad esempio, la sensibilità dell’Imperatrice ai problemi e alle difficoltà delle categorie più deboli, specie delle donne.

Imperatrice Teodora in un dipinto di Benjamin Constant (1845-1902)

Imperatrice Teodora in un dipinto di Benjamin Constant (1845-1902)

Giustiniano, nel Corpus Iuris Civilis, base del diritto occidentale moderno, promulgherà una serie di leggi, probabilmente per influsso diretto della moglie, volte a regolamentare il diritto matrimoniale, migliorando sensibilmente la condizione femminile.

Teodora morirà nel 548, un anno dopo la consacrazione della Basilica di San Vitale di Ravenna che conserva il suo famosissimo ritratto in mosaico, all’età di 48 anni lasciando Giustiniano solo e smarrito. Teodora morirà probabilmente con il rimpianto di non aver potuto dare eredi a quell’immenso Impero che anche lei aveva contribuito a creare.

La Zuppa Inglese e Lord Byron

La Zuppa Inglese e Lord Byron

Ci sono incontri predestinati tra alcuni oggetti e il nome che indosseranno. Incontri con un luogo, un personaggio o un’intera cultura. Le montagne russe, le fiamminghe, i cavolini di Bruxelles, la pizza Margherita, il parmigiano. E anche Ravenna ha il suo meeting di nomi (e l’inglese non è a caso). Perché non c’è nessun dolce che possa accontentare il palato se non è raccontato.

Nel giugno del 1819, Lord George Gordon Byron, sesto barone Byron di Rochdale, poeta e politico inglese, giunse a Ravenna, il giorno di Pentecoste, al seguito della contessa Teresa Gamba Guiccioli, conosciuta poco prima nei salotti di Venezia.

Lord Byron in visita a Venezia

Lord Byron in visita a Venezia

Byron rimase a Ravenna per oltre due anni, legato sentimentalmente a Teresa, e qui trovò ispirazione per alcune sue importanti opere, come il “Don Juan”. Proprio in questo periodo, frequentando i palazzi dei Guiccioli e dei Gamba, pare che Byron fosse diventato ghiotto di una locale “zuppa” di crema e cioccolato, già molto nota.

Si narra che sia stato proprio il cuoco di una di queste dimore a perfezionare la ricetta, traendo spunto da un dolce inglese, il trifle, che comprendeva oltre alla crema anche il pan di Spagna, il tutto innaffiato in qualche bevanda alcolica. Il nuovo dolce venne dunque chiamato “inglese” in onore al Lord giunto da quell’Inghilterra che avrebbe tardato ancora qualche tempo per scoprire che una pietanza concepita così lontano avrebbe portato per sempre il suo nome.

Un esempio di "trifle" britannico

Un esempio di “trifle” britannico

Nacque dunque – forse – così la “Zuppa Inglese”, o la “Sopainglesa” in dialetto, che da allora viene preparata con molte varianti, con savoiardi o amaretti, alkermes o rosolio. Qui riportiamo parte della ricetta di Pellegrino Artusi, che lascia una certa acquolina in bocca:

Prendete una forma scannellata, ungetela bene con burro freddo e cominciate a riempirla nel seguente modo: una buona conserva di frutta, poi uno strato di crema ed uno di savoiardi intinti in un rosolio bianco.

Versate dell’altra crema e sovrapponete alla medesima degli altri savoiardi intinti nel rosolio e ripetete l’operazione fino a riempirne lo stampo…

Non importa quanto abbiate mangiato. C’è sempre spazio per il dolce!

La Zuppa Inglese con i savoiardi

La Zuppa Inglese con i savoiardi

Ravenna in Sette Delitti

Ravenna in Sette Delitti

Ogni città ha ombre che si riflettono sulle pieghe della sua storia, vicende che seppur di lieve entità hanno rappresentato momenti cruciali nelle vicende umane della società.

Come nelle migliori pagine di un romanzo noir, anche Ravenna non è esente da tutto ciò. Città di imperatori, anti-papi, briganti, nobili, anarchici, guerrieri e martiri, l’ex capitale bizantina è stata segnata nel corso del tempo da alcuni fatti di sangue e misteri che, tralasciando gli aspetti più cruenti, rivelano interessanti storie da conoscere, di delitti, di vendette e abili raggiri.

Apollinare, il martirio del primo vescovo

Cupola Basilica di Sant'Apollinare in Class

Cupola Basilica di Sant’Apollinare in Classe | Foto © Archivio Fotografico Comune di Ravenna

Il patrono di Ravenna è Sant’Apollinare, protovescovo della città, originario di Antiochia e ritenuto il fondatore della Chiesa di Ravenna. Spinto da un proverbiale zelo, pare che Apollinare predicasse con successo e avesse convertito molti pagani della città, attirando ben presto le ire dei pagani romani. Gli venne intimato di andarsene o di sacrificare ali antichi dei, ma egli rifiutò e per questo venne percosso, quasi a morte.

Affidato a una vedova, si riebbe dopo alcuni mesi e riprese la propria missione di evangelizzazione. Battuto nuovamente e esiliato, non lasciò mai la città poiché una tempesta impedì alla sua nave di allontanarsi dalle coste. Di nuovo minacciato, Apollinare rifiutò ancora il culto pagano, venne nuovamente battuto e infine morì per le ferite riportate. Sebbene la datazione di tali eventi sia incerta (23 luglio 74 d.C. o molto più probabilmente la fine del II secolo d.C: ), forse manipolata allo scopo di promuovere l’apostolato e quindi l’autonomia della Chiesa ravennate, resta una certezza la sua fine atroce in nome della fede.

Stilicone, il generale decapitato

Dittico di Stilicone (Cattedrale di Monza)

Dittico di Stilicone (Cattedrale di Monza) | Ph. Wikipedia, CC BY 3.0 IT

Alla morte dell’Imperatore Teodosio (395 d.C.), spetta al figlio Onorio l’Impero Romano d’Oriente con capitale Ravenna. Il suo tutore, affidatogli dallo stesso padre, è Stilicone, generale vandalo di comprovata lealtà. Ma la presenza del comandante barbaro è invisa ai maggiorenti romani, che temono la forza delle sue truppe ausiliarie barbariche: chi può controllare i barbari, domani potrebbe aizzarli contro l’Impero e proclamarsi, egli stesso, imperatore.

L’occasione si presenta durante una sollevazione delle truppe ausiliare, stanchi delle vessazioni romane. Stilicone tenta di mediare e sedare la rivolta ma il dignitario Olimpio lo accusa invece di essere stato lui stesso l’istigatore della protesta. Stilicone fugge nella cattedrale, invocando asilo, ma in vano. Catturato, rifiuta stoicamente la difesa dei suoi soldati e si lascia giustiziare. Condannato per tradimento, viene decapitato dalle guardie di Olimpio, probabilmente nella piazza antistante all’attuale Duomo di Ravenna.

Odoacre e Teodorico

Mausoleo di Teodorico | Foto © Luca Camillo via Wiki Loves Monuments 2012 (dati da Photo Emilia Romagna)

Mausoleo di Teodorico | Foto © Luca Camillo via Wiki Loves Monuments 2012 (dati da Photo Emilia Romagna)

Una vicenda degna di Shakespeare è quella che coinvolge Teodorico e Odocare sul finire del V secolo d.C. Il primo è l’astuto re degli Ostrogoti, formatosi alla corte bizantina, che sta guadagnando sempre più potere, imperversando nell’Europa orientale. L’imperatore di Bisanzio, Zenone, di cui è formalmente alleato, preoccupato dalla sua ascesa, decide di inviarlo a Ravenna per contrastare Odoacre, da una quindicina d’anni Re illegittimo d’Italia, per aver deposto l’ultimo imperatore d’occidente, il giovane Romolo Augusto.

Dopo tre anni di assedio Ravenna si arrende e grazie all’intervento del vescovo Giovanni, i due sovrani stabiliscono di spartirsi il regno a metà. Invitato a banchetto da Teodorico presso il palazzo imperiale “del Laureto” (l’edificio sorgeva in corrispondenza dell’attuale via di Roma nell’area nei pressi di via Alberoni) , Odoacre si presenta in pace con il suo Stato Maggiore. Ma il re goto lo attende a palazzo per assassinarlo, di propria mano. Nel frattempo in città scatta il repulisti delle truppe e delle loro famiglie, distratte dalle gozzoviglie per la fine delle ostilità. Era il 5 marzo 494.

Da Polenta, delitti tra le mura

Dante Alighieri (1265-1321) legge la Divina Commedia a Guido Da Polenta (1850)

Dante Alighieri (1265-1321) legge la Divina Commedia a Guido Da Polenta (1850) | Dipinto di Andrea Pierini (1798-1858), Palazzo Pitti, Firenze

Protagonista di questa vicenda è Ostasio I Da Polenta, rampollo della casata che di fatto comanderà a Ravenna tra il 1300 e il 1500. Ostasio è cugino di Guido Novello, colui che ospiterà in città Dante Alighieri durante il suo esilio e capo-clan dei Da Polenta. Guido è un notevole anfitrione ma si rivela un capo di poca tenuta e mentre è a Bologna, in qualità di capitano reggente, Ostasio ne usurpa il ruolo, facendo uccidere l’arcivescovo Rinaldo, suo cugino e fratello di Guido Novello. Guido si trova pertanto esule a Bologna, non potendo rientrare a Ravenna, in mancanza di alleati e temendo per la propria vita.

Ma Ostasio non è soddisfatto e architetta un altro piano crudele. Favorisce il rientro a Cervia di un fuoriuscito, affinché alimenti una rivolta. Durante i tumulti lo zio Bannino e il cugino Guido, reggenti della cittadina, riparano a Ravenna. Ostasio li attende per ucciderli e prendere il controllo anche del territorio cervese. Anche il figlio, Bernardino, non è da meno. Avido quanto il padre, farà morire in prigione i fratelli Pandolfo e Lamberto. Stessa sorte toccherà a suo figlio Guido l’Ultimo, a opera dei suo setti figli uno dei quali, Obizzo, che sarà responsabile della definitiva cessione della signoria di Ravenna ai Veneziani, a metà del XV secolo.

Guidarello Guidarelli, la morte e poi un bacio

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli, Museo MAR di Ravenna (1525 d.C.)

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli, Museo MAR di Ravenna (1525 d.C.) | Foto © Archivio Comune di Ravenna

Della leggenda di Guidarello Guidarelli e in particolare delle tribolate vicende della sua lastra funebre e del bacio abbiamo già disquisito. Ma come venne ucciso e perché?
Nato nella Ravenna veneziana da famiglia fiorentina, il primogenito dei Guidarelli è uomo d’arme e condottiero del Sacro Romano Impero, dunque a favore del Papa, tra le fila di Cesare Borgia. Ma non soltanto. Combatte anche per la Serenissima, contro i fiorentini e gli ottomani, e rimarrà per sempre legato a Venezia, probabilmente anche come informatore.

Questa doppia veste non piacerà a Cesare Borgia il quale, secondo una prima versione dei fatti, durante uno dei suoi rinomati balli in maschera lo farà assassinare. Una ricostruzione più accurata, alla luce di alcuni documenti esaminati attorno agli anni ’30 del secolo scorso, propone invece la morte avvenuta per la conseguenza delle ferite riportate durante una disputa armata, nata dalla mancata riconsegna di una veste prestata per una festa in maschera.  Quello che è certo è che Guidarello, in fin di vita, ebbe modo di lasciare istruzioni affinché il suo corpo venisse tumulato a Ravenna, dove ancora oggi riposa, sotto la sua celeberrima immagine.

La strage dei francesi

La morte di Gaston De Foix

La morte di Gaston De Foix

Gastone di Foix è nipote del re di Francia, nonché comandante dell’esercito francese, impegnato in Italia nel 1512 al fianco degli Este, contro il Papa, i veneziani e gli spagnoli. Nella battaglia di Ravenna (la prima sul territorio italiano a impegnare in maniera strategica batterie di cannoni) ha la meglio sugli spagnoli che sono costretti a ritirarsi, anche senza disfatta.
A Gastone, però, questa vittoria va stretta. Si lancia all’inseguimento del nemico, cercando di colpirlo alle spalle. Circondato da un drappello di cavalleggeri preso il fiume Ronco, viene isolato e colpito a morte. Nei pressi del luogo dell’agguato ancora oggi resiste una cippo monumentale che ricorda la sua morte e quella di molti altri soldati, forse ventimila, macabri protagonisti di una vera strage.
A quel punto i ferraresi e i francesi eluderanno la tregua e i patti di resa, irrompendo in città per saccheggiarla. Ventiquattro guasconi, rei di aver violato un convento di suore, saranno impiccati alla cancellata dal famoso generale Jacques de La Palice.

Stefano Pelloni, detto Il Passatore

Il Passatore, pseudonimo di Stefano Pelloni (1824 - 1851)

Il Passatore, pseudonimo di Stefano Pelloni (1824 – 1851)

Di Stefano Pelloni, detto Il Passatore, e delle sue gesta ha cantato, con una discreta dose di romanticismo e magnanimità, persino Giovanni Pascoli. Ma il brigante di Romagna, seppur a volte capace di gesti galanti e generosi, di cortese aveva ben poco. Con la sua banda si è macchiato di numerosi ammazzamenti, sanguinose rapine, smembramenti ed esecuzioni. Sarà per questo che dopo che venne braccato e ucciso dai gendarmi pontifici, nel marzo del 1851, la sua salma fu esposta in molte piazze della Romagna, come monito e trofeo. Fu il legato di Bologna, all’appropinquarsi della primavera, a mettere fine a questo lugubre rituale, e con la scusa del caldo che poteva accelerarne la decomposizione, ne impose finalmente la sepoltura.

La Ravenna di Lord Byron, il più eccentrico degli inglesi

La Ravenna di Lord Byron, il più eccentrico degli inglesi

Per gli appassionati di letteratura e storia che, quando viaggiano, amano ripercorrere le tracce dei più grandi poeti e scrittori, Ravenna offre diverse possibilità. Oggi è soprattutto nota per essere una delle “capitali” dantesche, ma la città si presta anche a chi vuole avvicinarsi al poeta più eccentrico della letteratura inglese, che soggiornò a lungo tra queste mura. Avete capito chi sarà il protagonista di questo post? Ecco la storia di Lord Byron a Ravenna!

George Gordon Noel Byron (1788 – 1824) ebbe una vita molto avventurosa. Nato a Londra da una famiglia nobile, ebbe modo di viaggiare fin da giovanissimo: il suo animo irrequieto e la sua curiosità lo portarono alla scoperta dell’Europa. Ahhh, i bei tempi del grand tour!
Per la prima volta arrivò in Italia nel 1816, dove si creò la fama di essere un grande amatore. Delle tante donne che frequentò, quella che ebbe più a cuore fu la bella ravennate Teresa Gamba Guiccioli. Si conobbero nel 1819 a Venezia, in primavera, nel salotto della Contessa Benzoni. Fu amore a prima vista. Teresa era già sposata con Alessandro Guiccioli, un conte di oltre quarant’anni più vecchio, ma questo matrimonio combinato non impedì i due giovani innamorati di lasciarsi andare al sentimento. Il 9 giugno 1819 fu la prima volta di Lord Byron a Ravenna, dove si recò per poter stare vicino alla sua amata Teresa.

Lord Byron | © Wikimedia

Lord Byron | © Wikimedia

A Ravenna, dove ormai era diventato l’amante ufficiale e riconosciuto della contessina, Byron trascorse alcuni anni felici. L’influenza di Teresa rese questo soggiorno tra i periodi più sereni della sua vita, anche se non mancò l’avventura. Qui infatti, grazie alla conoscenza di Pietro Gamba, fratello dell’amata, si avvicinò alla setta dei Carbonari, di cui sposò la causa. Quando nel 1821 Guiccioli, il marito di Teresa, lo denunciò, dovette lasciare velocemente Ravenna per raggiungere prima Pisa e poi Livorno, fintantoché, nel 1823, Byron lasciò definitivamente l’Italia (e Teresa). Andò in Grecia per prendere parte alla guerra d’indipendenza dove, l’anno successivo, trovò la morte.

In due anni di permanenza a Ravenna Byron compose quattro grandi opere drammaturgiche: Caino, Marin Faliero, Sardanapalo e I due Foscari, più alcuni brani del Don Giovanni, la Profezia di Dante e il Lamento del Tasso. Oltre a questi, molti frammenti e poesie testimoniano la sua permanenza nel nostro territorio. Di Ravenna, in una lettera del 1819, scriveva:

Ravenna conserva forse del vecchio stile italiano più di qualsiasi altra città. Resta fuori dai tragitti dei viaggiatori e dei soldati e quindi quello stile si è mantenuto originale. La gente fa molto l’amore e assassina ogni tanto. Governa il dipartimento un cardinal legato […] al quale sono stato presentato e che mi ha raccontato qualche aneddoto curioso del passato, su Alfieri e su altri.

Teresa Gamba Guiccioli ritratta da Giuseppe Fagnani (dettaglio) | © finestresullarte.it

Teresa Gamba Guiccioli ritratta da Giuseppe Fagnani (dettaglio) | © finestresullarte.it


Se volete ripercorrere le sue tracce, ecco qui qualche consiglio per andare alla riscoperta dei luoghi di Lord Byron a Ravenna: da quelli che ha vissuto e frequentato, a quelli che hanno ispirato i suoi componimenti.

La Biblioteca Oriani e Palazzo Guiccioli

Se volete visitare i luoghi dove soggiornò Lord Byron a Ravenna, potete partire dalla Biblioteca Oriani. Anche se oggi Casa Rizzetti non esiste più, è qui che sorgeva l’Albergo Imperiale dove il poeta soggiornò durante la sua prima visita a Ravenna nel 1819. Si trovava nel vero cuore della città: a due passi da Piazza San Francesco e dalla Tomba di Dante, dove passava ogni giorno in cerca di ispirazione poetica.

Palazzo Guiccioli (via Conte di Cavour 54) dimora di Alessandro Guiccioli e Teresa Gamba, divenne presto anche la casa ravennate di Lord Byron. Al poeta, una volta divenuto amante ufficiale della contessa, vennero affittati gli appartamenti del primo piano di quel prestigioso palazzo. Questo edificio, quando saranno finiti i lavori di ristrutturazione tuttora in corso, diventerà sede della Byron Society e verrà allestito un Museo in sua memoria, dove sarà possibile ammirare preziosi cimeli del poeta.

I busti di Teresa Gamba Guiccioli e Lord Byron, oggi alla Biblioteca Classense | © finestresullarte.it

I busti di Teresa Gamba Guiccioli e Lord Byron, oggi alla Biblioteca Classense | © finestresullarte.it


Le Pinete di San Vitale e di Classe

Negli anni che trascorse qui, Lord Byron amava trascorrere molto tempo negli affascinanti paesaggi naturali nei dintorni di Ravenna. Soprattutto, frequentemente si dedicava ad escursioni a cavallo nella Pineta di Classe e in quella di San Vitale, che gli ispirarono più di un pensiero poetico:

… Dolce ora del crepuscolo!…nella solitudine della Pineta…
sulle rive silenziose cui circoscrive l’immemorabile foresta di
Ravenna che copre quel suolo dove un tempo ruggirono le
onde dell’Adriatico, fino ai luoghi in cui sorgeva l’ultima
fortezza dei Cesari; foresta sempre verde che rendono sacre per
me le pagine di Boccaccio e i canti di Dryden, oh! quanto io
ho amato l’ora del crepuscolo e te!

La Pineta di Classe (Ravenna)

La Pineta di Classe


Palazzo Cavalli

In via Salara 40, dimora del Conte Cavalli, nel 1820 si tenne una delle feste a cui Byron non mancava mai di farsi notare. Grande conoscitore delle raffinatezze della mondanità, sapeva sempre come attirare l’attenzione. Quell’occasione passò alla storia perché, quando fu introdotto come il cavalier servente della bella Teresa Gamba, il poeta fece il suo ingresso accompagnato da sette domestici, nove cavalli, tre pavoni, due gatti, un mastino e un’oca.


La Tomba di Dante

Come poteva, un poeta della sua levatura, non lasciarsi affascinare dalla presenza della sepoltura dantesca? Byron si lasciò ispirare dal ricordo del Sommo Poeta italiano, a cui dedicò molte riflessioni. Nel 1820 si cimentò anche nella traduzione dell’episodio infernale di Paolo e Francesca, forse la coppia di amanti più celebre dell’intera Commedia, la cui storia è profondamente legata al territorio romagnolo.

Questo passo testimonia la devozione che la Tomba di Dante suscitava in Byron, ogni volta che vi passava davanti:

Io passo ogni giorno dove giacciono le ossa di Dante: una
piccola cupola più forbuta che solenne protegge le sue ceneri,
ma è la tomba del bardo, non la colonna del guerriero che quivi
è venerata: tempo verrà in cui, subendo entrambe la stessa

sorte, il trofeo del conquistatore e il volume del poeta
scompariranno nella notte che copre i canti e le guerre anteriori alla
morte del Pelide e alla nascita di Omero.