Ravenna in Sette Delitti

Ravenna in Sette Delitti

Ogni città ha ombre che si riflettono sulle pieghe della sua storia, vicende che seppur di lieve entità hanno rappresentato momenti cruciali nelle vicende umane della società.

Come nelle migliori pagine di un romanzo noir, anche Ravenna non è esente da tutto ciò. Città di imperatori, anti-papi, briganti, nobili, anarchici, guerrieri e martiri, l’ex capitale bizantina è stata segnata nel corso del tempo da alcuni fatti di sangue e misteri che, tralasciando gli aspetti più cruenti, rivelano interessanti storie da conoscere, di delitti, di vendette e abili raggiri.

Apollinare, il martirio del primo vescovo

Cupola Basilica di Sant'Apollinare in Class

Cupola Basilica di Sant’Apollinare in Classe | Foto © Archivio Fotografico Comune di Ravenna

Il patrono di Ravenna è Sant’Apollinare, protovescovo della città, originario di Antiochia e ritenuto il fondatore della Chiesa di Ravenna. Spinto da un proverbiale zelo, pare che Apollinare predicasse con successo e avesse convertito molti pagani della città, attirando ben presto le ire dei pagani romani. Gli venne intimato di andarsene o di sacrificare ali antichi dei, ma egli rifiutò e per questo venne percosso, quasi a morte.

Affidato a una vedova, si riebbe dopo alcuni mesi e riprese la propria missione di evangelizzazione. Battuto nuovamente e esiliato, non lasciò mai la città poiché una tempesta impedì alla sua nave di allontanarsi dalle coste. Di nuovo minacciato, Apollinare rifiutò ancora il culto pagano, venne nuovamente battuto e infine morì per le ferite riportate. Sebbene la datazione di tali eventi sia incerta (23 luglio 74 d.C. o molto più probabilmente la fine del II secolo d.C: ), forse manipolata allo scopo di promuovere l’apostolato e quindi l’autonomia della Chiesa ravennate, resta una certezza la sua fine atroce in nome della fede.

Stilicone, il generale decapitato

Dittico di Stilicone (Cattedrale di Monza)

Dittico di Stilicone (Cattedrale di Monza) | Ph. Wikipedia, CC BY 3.0 IT

Alla morte dell’Imperatore Teodosio (395 d.C.), spetta al figlio Onorio l’Impero Romano d’Oriente con capitale Ravenna. Il suo tutore, affidatogli dallo stesso padre, è Stilicone, generale vandalo di comprovata lealtà. Ma la presenza del comandante barbaro è invisa ai maggiorenti romani, che temono la forza delle sue truppe ausiliarie barbariche: chi può controllare i barbari, domani potrebbe aizzarli contro l’Impero e proclamarsi, egli stesso, imperatore.

L’occasione si presenta durante una sollevazione delle truppe ausiliare, stanchi delle vessazioni romane. Stilicone tenta di mediare e sedare la rivolta ma il dignitario Olimpio lo accusa invece di essere stato lui stesso l’istigatore della protesta. Stilicone fugge nella cattedrale, invocando asilo, ma in vano. Catturato, rifiuta stoicamente la difesa dei suoi soldati e si lascia giustiziare. Condannato per tradimento, viene decapitato dalle guardie di Olimpio, probabilmente nella piazza antistante all’attuale Duomo di Ravenna.

Odoacre e Teodorico

Mausoleo di Teodorico | Foto © Luca Camillo via Wiki Loves Monuments 2012 (dati da Photo Emilia Romagna)

Mausoleo di Teodorico | Foto © Luca Camillo via Wiki Loves Monuments 2012 (dati da Photo Emilia Romagna)

Una vicenda degna di Shakespeare è quella che coinvolge Teodorico e Odocare sul finire del V secolo d.C. Il primo è l’astuto re degli Ostrogoti, formatosi alla corte bizantina, che sta guadagnando sempre più potere, imperversando nell’Europa orientale. L’imperatore di Bisanzio, Zenone, di cui è formalmente alleato, preoccupato dalla sua ascesa, decide di inviarlo a Ravenna per contrastare Odoacre, da una quindicina d’anni Re illegittimo d’Italia, per aver deposto l’ultimo imperatore d’occidente, il giovane Romolo Augusto.

Dopo tre anni di assedio Ravenna si arrende e grazie all’intervento del vescovo Giovanni, i due sovrani stabiliscono di spartirsi il regno a metà. Invitato a banchetto da Teodorico presso il palazzo imperiale “del Laureto” (l’edificio sorgeva in corrispondenza dell’attuale via di Roma nell’area nei pressi di via Alberoni) , Odoacre si presenta in pace con il suo Stato Maggiore. Ma il re goto lo attende a palazzo per assassinarlo, di propria mano. Nel frattempo in città scatta il repulisti delle truppe e delle loro famiglie, distratte dalle gozzoviglie per la fine delle ostilità. Era il 5 marzo 494.

Da Polenta, delitti tra le mura

Dante Alighieri (1265-1321) legge la Divina Commedia a Guido Da Polenta (1850)

Dante Alighieri (1265-1321) legge la Divina Commedia a Guido Da Polenta (1850) | Dipinto di Andrea Pierini (1798-1858), Palazzo Pitti, Firenze

Protagonista di questa vicenda è Ostasio I Da Polenta, rampollo della casata che di fatto comanderà a Ravenna tra il 1300 e il 1500. Ostasio è cugino di Guido Novello, colui che ospiterà in città Dante Alighieri durante il suo esilio e capo-clan dei Da Polenta. Guido è un notevole anfitrione ma si rivela un capo di poca tenuta e mentre è a Bologna, in qualità di capitano reggente, Ostasio ne usurpa il ruolo, facendo uccidere l’arcivescovo Rinaldo, suo cugino e fratello di Guido Novello. Guido si trova pertanto esule a Bologna, non potendo rientrare a Ravenna, in mancanza di alleati e temendo per la propria vita.

Ma Ostasio non è soddisfatto e architetta un altro piano crudele. Favorisce il rientro a Cervia di un fuoriuscito, affinché alimenti una rivolta. Durante i tumulti lo zio Bannino e il cugino Guido, reggenti della cittadina, riparano a Ravenna. Ostasio li attende per ucciderli e prendere il controllo anche del territorio cervese. Anche il figlio, Bernardino, non è da meno. Avido quanto il padre, farà morire in prigione i fratelli Pandolfo e Lamberto. Stessa sorte toccherà a suo figlio Guido l’Ultimo, a opera dei suo setti figli uno dei quali, Obizzo, che sarà responsabile della definitiva cessione della signoria di Ravenna ai Veneziani, a metà del XV secolo.

Guidarello Guidarelli, la morte e poi un bacio

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli, Museo MAR di Ravenna (1525 d.C.)

Lastra tombale di Guidarello Guidarelli, Museo MAR di Ravenna (1525 d.C.) | Foto © Archivio Comune di Ravenna

Della leggenda di Guidarello Guidarelli e in particolare delle tribolate vicende della sua lastra funebre e del bacio abbiamo già disquisito. Ma come venne ucciso e perché?
Nato nella Ravenna veneziana da famiglia fiorentina, il primogenito dei Guidarelli è uomo d’arme e condottiero del Sacro Romano Impero, dunque a favore del Papa, tra le fila di Cesare Borgia. Ma non soltanto. Combatte anche per la Serenissima, contro i fiorentini e gli ottomani, e rimarrà per sempre legato a Venezia, probabilmente anche come informatore.

Questa doppia veste non piacerà a Cesare Borgia il quale, secondo una prima versione dei fatti, durante uno dei suoi rinomati balli in maschera lo farà assassinare. Una ricostruzione più accurata, alla luce di alcuni documenti esaminati attorno agli anni ’30 del secolo scorso, propone invece la morte avvenuta per la conseguenza delle ferite riportate durante una disputa armata, nata dalla mancata riconsegna di una veste prestata per una festa in maschera.  Quello che è certo è che Guidarello, in fin di vita, ebbe modo di lasciare istruzioni affinché il suo corpo venisse tumulato a Ravenna, dove ancora oggi riposa, sotto la sua celeberrima immagine.

La strage dei francesi

La morte di Gaston De Foix

La morte di Gaston De Foix

Gastone di Foix è nipote del re di Francia, nonché comandante dell’esercito francese, impegnato in Italia nel 1512 al fianco degli Este, contro il Papa, i veneziani e gli spagnoli. Nella battaglia di Ravenna (la prima sul territorio italiano a impegnare in maniera strategica batterie di cannoni) ha la meglio sugli spagnoli che sono costretti a ritirarsi, anche senza disfatta.
A Gastone, però, questa vittoria va stretta. Si lancia all’inseguimento del nemico, cercando di colpirlo alle spalle. Circondato da un drappello di cavalleggeri preso il fiume Ronco, viene isolato e colpito a morte. Nei pressi del luogo dell’agguato ancora oggi resiste una cippo monumentale che ricorda la sua morte e quella di molti altri soldati, forse ventimila, macabri protagonisti di una vera strage.
A quel punto i ferraresi e i francesi eluderanno la tregua e i patti di resa, irrompendo in città per saccheggiarla. Ventiquattro guasconi, rei di aver violato un convento di suore, saranno impiccati alla cancellata dal famoso generale Jacques de La Palice.

Stefano Pelloni, detto Il Passatore

Il Passatore, pseudonimo di Stefano Pelloni (1824 - 1851)

Il Passatore, pseudonimo di Stefano Pelloni (1824 – 1851)

Di Stefano Pelloni, detto Il Passatore, e delle sue gesta ha cantato, con una discreta dose di romanticismo e magnanimità, persino Giovanni Pascoli. Ma il brigante di Romagna, seppur a volte capace di gesti galanti e generosi, di cortese aveva ben poco. Con la sua banda si è macchiato di numerosi ammazzamenti, sanguinose rapine, smembramenti ed esecuzioni. Sarà per questo che dopo che venne braccato e ucciso dai gendarmi pontifici, nel marzo del 1851, la sua salma fu esposta in molte piazze della Romagna, come monito e trofeo. Fu il legato di Bologna, all’appropinquarsi della primavera, a mettere fine a questo lugubre rituale, e con la scusa del caldo che poteva accelerarne la decomposizione, ne impose finalmente la sepoltura.