La Ravenna di Lord Byron, il più eccentrico degli inglesi

La Ravenna di Lord Byron, il più eccentrico degli inglesi

Per gli appassionati di letteratura e storia che, quando viaggiano, amano ripercorrere le tracce dei più grandi poeti e scrittori, Ravenna offre diverse possibilità. Oggi è soprattutto nota per essere una delle “capitali” dantesche, ma la città si presta anche a chi vuole avvicinarsi al poeta più eccentrico della letteratura inglese, che soggiornò a lungo tra queste mura. Avete capito chi sarà il protagonista di questo post? Ecco la storia di Lord Byron a Ravenna!

George Gordon Noel Byron (1788 – 1824) ebbe una vita molto avventurosa. Nato a Londra da una famiglia nobile, ebbe modo di viaggiare fin da giovanissimo: il suo animo irrequieto e la sua curiosità lo portarono alla scoperta dell’Europa. Ahhh, i bei tempi del grand tour!
Per la prima volta arrivò in Italia nel 1816, dove si creò la fama di essere un grande amatore. Delle tante donne che frequentò, quella che ebbe più a cuore fu la bella ravennate Teresa Gamba Guiccioli. Si conobbero nel 1819 a Venezia, in primavera, nel salotto della Contessa Benzoni. Fu amore a prima vista. Teresa era già sposata con Alessandro Guiccioli, un conte di oltre quarant’anni più vecchio, ma questo matrimonio combinato non impedì i due giovani innamorati di lasciarsi andare al sentimento. Il 9 giugno 1819 fu la prima volta di Lord Byron a Ravenna, dove si recò per poter stare vicino alla sua amata Teresa.

Lord Byron | © Wikimedia

Lord Byron | © Wikimedia

A Ravenna, dove ormai era diventato l’amante ufficiale e riconosciuto della contessina, Byron trascorse alcuni anni felici. L’influenza di Teresa rese questo soggiorno tra i periodi più sereni della sua vita, anche se non mancò l’avventura. Qui infatti, grazie alla conoscenza di Pietro Gamba, fratello dell’amata, si avvicinò alla setta dei Carbonari, di cui sposò la causa. Quando nel 1821 Guiccioli, il marito di Teresa, lo denunciò, dovette lasciare velocemente Ravenna per raggiungere prima Pisa e poi Livorno, fintantoché, nel 1823, Byron lasciò definitivamente l’Italia (e Teresa). Andò in Grecia per prendere parte alla guerra d’indipendenza dove, l’anno successivo, trovò la morte.

In due anni di permanenza a Ravenna Byron compose quattro grandi opere drammaturgiche: Caino, Marin Faliero, Sardanapalo e I due Foscari, più alcuni brani del Don Giovanni, la Profezia di Dante e il Lamento del Tasso. Oltre a questi, molti frammenti e poesie testimoniano la sua permanenza nel nostro territorio. Di Ravenna, in una lettera del 1819, scriveva:

Ravenna conserva forse del vecchio stile italiano più di qualsiasi altra città. Resta fuori dai tragitti dei viaggiatori e dei soldati e quindi quello stile si è mantenuto originale. La gente fa molto l’amore e assassina ogni tanto. Governa il dipartimento un cardinal legato […] al quale sono stato presentato e che mi ha raccontato qualche aneddoto curioso del passato, su Alfieri e su altri.

Teresa Gamba Guiccioli ritratta da Giuseppe Fagnani (dettaglio) | © finestresullarte.it

Teresa Gamba Guiccioli ritratta da Giuseppe Fagnani (dettaglio) | © finestresullarte.it


Se volete ripercorrere le sue tracce, ecco qui qualche consiglio per andare alla riscoperta dei luoghi di Lord Byron a Ravenna: da quelli che ha vissuto e frequentato, a quelli che hanno ispirato i suoi componimenti.

La Biblioteca Oriani e Palazzo Guiccioli

Se volete visitare i luoghi dove soggiornò Lord Byron a Ravenna, potete partire dalla Biblioteca Oriani. Anche se oggi Casa Rizzetti non esiste più, è qui che sorgeva l’Albergo Imperiale dove il poeta soggiornò durante la sua prima visita a Ravenna nel 1819. Si trovava nel vero cuore della città: a due passi da Piazza San Francesco e dalla Tomba di Dante, dove passava ogni giorno in cerca di ispirazione poetica.

Palazzo Guiccioli (via Conte di Cavour 54) dimora di Alessandro Guiccioli e Teresa Gamba, divenne presto anche la casa ravennate di Lord Byron. Al poeta, una volta divenuto amante ufficiale della contessa, vennero affittati gli appartamenti del primo piano di quel prestigioso palazzo. Questo edificio, quando saranno finiti i lavori di ristrutturazione tuttora in corso, diventerà sede della Byron Society e verrà allestito un Museo in sua memoria, dove sarà possibile ammirare preziosi cimeli del poeta.

I busti di Teresa Gamba Guiccioli e Lord Byron, oggi alla Biblioteca Classense | © finestresullarte.it

I busti di Teresa Gamba Guiccioli e Lord Byron, oggi alla Biblioteca Classense | © finestresullarte.it


Le Pinete di San Vitale e di Classe

Negli anni che trascorse qui, Lord Byron amava trascorrere molto tempo negli affascinanti paesaggi naturali nei dintorni di Ravenna. Soprattutto, frequentemente si dedicava ad escursioni a cavallo nella Pineta di Classe e in quella di San Vitale, che gli ispirarono più di un pensiero poetico:

… Dolce ora del crepuscolo!…nella solitudine della Pineta…
sulle rive silenziose cui circoscrive l’immemorabile foresta di
Ravenna che copre quel suolo dove un tempo ruggirono le
onde dell’Adriatico, fino ai luoghi in cui sorgeva l’ultima
fortezza dei Cesari; foresta sempre verde che rendono sacre per
me le pagine di Boccaccio e i canti di Dryden, oh! quanto io
ho amato l’ora del crepuscolo e te!

La Pineta di Classe (Ravenna)

La Pineta di Classe


Palazzo Cavalli

In via Salara 40, dimora del Conte Cavalli, nel 1820 si tenne una delle feste a cui Byron non mancava mai di farsi notare. Grande conoscitore delle raffinatezze della mondanità, sapeva sempre come attirare l’attenzione. Quell’occasione passò alla storia perché, quando fu introdotto come il cavalier servente della bella Teresa Gamba, il poeta fece il suo ingresso accompagnato da sette domestici, nove cavalli, tre pavoni, due gatti, un mastino e un’oca.


La Tomba di Dante

Come poteva, un poeta della sua levatura, non lasciarsi affascinare dalla presenza della sepoltura dantesca? Byron si lasciò ispirare dal ricordo del Sommo Poeta italiano, a cui dedicò molte riflessioni. Nel 1820 si cimentò anche nella traduzione dell’episodio infernale di Paolo e Francesca, forse la coppia di amanti più celebre dell’intera Commedia, la cui storia è profondamente legata al territorio romagnolo.

Questo passo testimonia la devozione che la Tomba di Dante suscitava in Byron, ogni volta che vi passava davanti:

Io passo ogni giorno dove giacciono le ossa di Dante: una
piccola cupola più forbuta che solenne protegge le sue ceneri,
ma è la tomba del bardo, non la colonna del guerriero che quivi
è venerata: tempo verrà in cui, subendo entrambe la stessa

sorte, il trofeo del conquistatore e il volume del poeta
scompariranno nella notte che copre i canti e le guerre anteriori alla
morte del Pelide e alla nascita di Omero.

RavennaTourism è l’ente ufficiale di promozione turistica del Comune di Ravenna. Ogni giorno la nostra redazione racconta attraverso immagini e contributi di vario tipo la città al di fuori dei luoghi comuni, in un percorso in bilico tra arte, cultura, mare e natura.

Mito e storia di Stefano Pelloni, il “Passator Cortese” di Romagna

Mito e storia di Stefano Pelloni, il “Passator Cortese” di Romagna

Tra le tante leggende del territorio di Ravenna, sicuramente quella del “Robin Hood” di Romagna ha il suo gran fascino. Il mito del Passator Cortese è stato raccontato da numerosi libri, canzoni popolari, persino dal poeta Giovanni Pascoli, da un film e da una serie televisiva. Dietro alla figura di questo personaggio romanzesco, però, si nasconde la storia di un temibile brigante, che si macchiò dei più efferati crimini.

Stefano Pelloni nacque nel 1824 al Boncellino, una frazione di Bagnacavallo. Il suo singolare pseudonimo ha origine nel mestiere che la sua famiglia faceva da generazioni, ossia quello di traghettare le persone da una parte all’altra del fiume Lamone. Pare che la predisposizione ad una vita violenta l’avesse già nel DNA: viso truce, sguardo arcigno, si avviò alla carriera criminale fin da giovanissimo. Il primo colpo lo fece a soli 18 anni, quando rubò alcuni fucili a danno di braccianti. Prese parte alle ruberie che alcune squadre di malviventi organizzavano nelle campagne di Ravenna, Lugo, Faenza, dove estorcevano sotto minaccia denari e beni alimentari. Venne arrestato per la prima volta il 10 ottobre 1843 a Russi, ma riuscì ad evadere in un solo mese (cosa che, successivamente, avvenne senza difficoltà altre volte).

Viveva in clandestinità e aveva una banda tutta sua, con la quale si dava a furti e omicidi. Fra il 1847 e il 1851 si affiancarono e avvicendarono nella squadra del Passatore una settantina di scagnozzi, che lo accompagnavano nelle sue missioni criminali. Oltre alle rapine di strada, aveva un modus operandi tutto suo: entrando in un paese, per prima cosa si preoccupavano di mettere fuori gioco i rappresentanti della giustizia. Dopodiché, si recavano nei caffè, nei teatri, nei ristoranti o nelle sale da ballo, ossia nei luoghi dove si riunivano le persone più facoltose della zona. Sequestrati i signorotti, si facevano accompagnare presso le loro abitazioni, dove la squadraccia dava il via alle danze. Quando non era rimasto più niente di valore, i briganti si disperdevano con il loro bottino, pronti a prendere di mira una nuova cittadina. Il suo agire era spinto soprattutto dal desiderio di rivalsa nei confronti dei benestanti e dal proposito di vendicarsi di chi collaborava con la giustizia per acciuffarlo.

Un fotogramma del film Il Passatore (1947), regia di Duilio Coletti | © ffdl.it

Un fotogramma del film Il Passatore (1947), regia di Duilio Coletti | © ffdl.it

Come nacque i mito del Passator Cortese

Il Passatore fu ucciso il 23 marzo 1851, ancora molto giovane, nei pressi di Russi. Era insieme al suo compagno Giazzolo, quando un gruppo di guardie armate riuscì a scovarli nascosti in un capanno, dove si erano fermati a riposare. Si racconta che il suo corpo esangue venne fatto sfilare per i paesi che aveva messo a ferro e fuoco, in un macabro festeggiamento della sua morte. Oggi, la domanda sorge spontanea: se, in fin dei conti, Stefano Pelloni era uno spietato criminale, come mai nacque il mito del Passator Cortese? Ad aver alimentato la leggenda del “ladro gentiluomo” furono sicuramente i romanzi a lui dedicati, che all’indomani della sua morte proliferarono numerosi. Ce ne furono almeno una trentina, senza tener conto delle ristampe. Tra questi, l’anonima Rapsodia o storia di Stefano Pelloni, detto il Passatore in versi del 1862 lo volle addirittura figlio naturale di Papa Pio IX, corrotto dalla malizia di un prete e innamorato di Carmela che, ingannato, gli viene sottratta.

Il mito si creò grazie ad un’interpretazione romanzesca della sua vicenda biografica. Pare che quando era ancora adolescente, venne mandato dalla madre alle Terme di Riolo perché il soggiorno potesse giovare alla sua salute. Il centro termale era frequentato soprattutto da persone facoltose, e la disparità economica e sociale tra la sua condizione e quella degli aristocratici che conobbe in quell’occasione sembra essere all’origine del suo desiderio di rivalersi sui più ricchi. La leggenda del “Passator Cortese” come Robin Hood di Romagna nacque sulla falsa idea che il Pelloni ridistribuisse ai poveri ciò che rubava ai benestanti. In realtà, il Pelloni era grato solo a chi, per salvarsi la pelle, cedeva ai suoi ricatti e lo aiutava a nascondersi dalla giustizia!

La sua storia venne resa celebre da Il Passatore, film del 1947 girato da Duilio Coletti a cui partecipò come sceneggiatore anche il cineasta romagnolo Federico Fellini. Il Pelloni era interpretato dell’affascinante Rossano Brazzi, mentre un giovanissimo Alberto Sordi era nei panni di uno dei briganti. La trama del film ha poco a che vedere con la realtà storica: il Passator Cortese, innamorato della bella Barbara, viene ostacolato nel coronamento del suo amore e si vendica brutalmente della felicità che gli è stata negata. Ecco il fotogramma all’inizio del film che vi invitiamo a vedere, se siete curiosi di approfondire questa storia popolare romagnola 😉

Un fotogramma del film Il Passatore (1947), regia di Duilio Coletti | © Wikimedia

Un fotogramma del film Il Passatore (1947), regia di Duilio Coletti | © Wikimedia

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Le più curiose leggende di Ravenna

Le più curiose leggende di Ravenna

Se siete appassionati di misteri, storielle popolari e curiosità, questo post fa al caso vostro! Oggi vi raccontiamo la storia di alcune interessanti leggende di Ravenna che vi sorprenderanno, sia che conosciate già bene la città, sia che stiate organizzando una prima visita. Un pizzico di mistero vi farà vedere vedere la città con nuovi occhi!

Ecco alcune delle più curiose leggende di Ravenna:

La leggenda del sandalo di San Giovanni Evangelista

L’origine della Basilica di San Giovanni Evangelista è legata alla figura di Galla Placidia: l’imperatrice la fece edificare per rispetto del voto espresso durante la terribile tempesta in mare che nel 424 d.C. incontrò durante il viaggio di ritorno da Costantinopoli a Ravenna.

La sera prima della consacrazione, Galla Placidia si rivolse a padre Barbaziano, disperata, perché non erano in possesso di reliquie del santo. Insieme al suo confessore si mise a pregare, chiedendo a Dio che mostrasse loro dove poterle trovare. Durante le orazioni notturne, i due videro apparire una figura luminosa, dalle sembianze angeliche, che con un turibolo andava incensando la chiesa. San Giovanni Evangelista aveva ascoltato i loro desideri! Galla Placidia si prostrò ai suoi piedi e, quando l’immagine evanescente scomparì, all’Imperatrice restò in mano il sandalo del santo.

L’episodio è raffigurato sul portale medievale in stile gotico, risalente al XIV secolo, antistante la Chiesa di San Giovanni Evangelista.

Il Portale di San Giovanni Evangelista (Ravenna) | © edificistoriciravenna.it

Il Portale di San Giovanni Evangelista (Ravenna) | © edificistoriciravenna.it


La Mariola e il Cavaliere

Espressioni come “Maria si va cercando per Ravenna…” o “cercando Mariola per Ravenna” sono nate in città, ma sono conosciute anche altrove. Basti pensare che quest’espressione è citata anche nel Don Chisciotte, dove uno stanco Sancho Panza esclama:

Y màs que asì serà buscar a Dulcinea por el Toboso como a Marica per Ravena o al Bachiller en Salamanca!

Conoscete l’origine di questo detto? Nella Torre Civica in via Ponte Marino, dove una volta scorreva il Padenna, ci sono incastonate due figure marmoree che dal XV secolo hanno animato le storie e le leggende da cui il proverbio ha avuto origine. Un bassorilievo romano (III sec.) raffigurante un cavaliere è affiancato ad un volto scolpito ormai rovinatissimo, del quale non sono più riconoscibili i connotati. Non è difficile lasciarsi trasportare dalla fantasia e immaginare che l’uomo a cavallo sia alla ricerca della sua amata perduta che, ironia della sorte, si trova proprio al suo fianco.

Il significato del proverbio quindi vuole descrivere la ricerca incessante di qualcosa che si trova proprio sotto il nostro naso. Oggi, purtroppo, queste due sculture non sono più visibili a causa della struttura in legno che ricopre la parte inferiore della torre.

La Mariola e il cavaliere nella Torre Civica di Ravenna | © arte.it

La Mariola e il cavaliere nella Torre Civica di Ravenna | © arte.it


La leggenda della lastra sepolcrale di Guidarello Guidarelli

Il cavaliere Guidarello Guidarelli (di cui qui abbiamo raccontato la storia) è il soggetto di una delle più famose leggende di Ravenna. La sua lastra tombale, un’opera cinquecentesca oggi custodita presso il MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna, è sempre stata oggetto di ammirazione per la bellezza del giovane viso scolpito nel marmo.

Negli anni Trenta del secolo scorso, le attenzioni diventarono davvero troppe: iniziò infatti a circolare la diceria che se una donna avesse baciato le fredde labbra di Guidarello si sarebbe sposata entro l’anno, mentre quelle già sposate avrebbero partorito un bambino. Oggi forse sembra incredibile, ma a causa della gran quantità di donne che si recarono alla Pinacoteca Comunale, per un periodo la lastra originale dovette essere nascosta e ne venne esposta una copia. Oggi, manco a dirlo, è severamente vietato avvicinarsi alla lastra, ma il fascino della leggenda è ancora vivo.

Se volete scoprire il motivo della nascita di questa leggenda, andate a leggere questo vecchio post 😉

La lastra tombale di Guidarello Guidarelli | © Wikimedia


La storia della Madonna del Sudore

Lungo la navata laterale destra del Duomo di Ravenna c’è una piccola cappella dedicata alla cosiddetta Madonna del Sudore, il cui nome ha origine in un’antica leggenda cittadina. La tradizione vuole che l’immagine un tempo si trovasse in una piccola nicchia all’interno di una bettola di Ravenna. Una notte, un soldato la pugnalò, perda di uno scatto d’ira dovuto alla perdita di un’ingente quantità di denaro al gioco dei dadi, e il ritratto della Madonna “sudò” sangue.

Si narra che l’episodio si ripeté altre due volte: durante il sacco della sanguinosa Battaglia di Ravenna, nel 1512, e nel 1630, quando i cittadini, spaventati dal morbo della peste, fecero voto alla Madonna.


Se queste storie vi sono piaciute, vi consigliamo di recuperare la lettura del post sul mostro di Ravenna e sulle leggende che circondano la morte di Teodorico, re dei Goti.

Conoscete altre leggende di Ravenna? Raccontatecele tramite TELL YOUR STORY!

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Storia e leggenda di Teodorico, re dei Goti

Storia e leggenda di Teodorico, re dei Goti

La storia di Teodorico, re dei Goti, è un capitolo molto importante per la città di Ravenna. L’ascesa e la caduta del re barbaro raccontano molto, infatti, di alcuni dei monumenti più visitati della nostra città: conoscerle significa scoprire il significato profondo di alcuni di essi. Aldilà dei fatti storici, interessante è anche tutto ciò che riguarda la sua morte, ammantata di mistero: la leggenda di Teodorico è, in realtà, un incredibile groviglio di fantasie diverse, una più sorprendente dell’altra. Favola e realtà si intrecciano, come spesso accade, nel racconto della storia di Ravenna.

Le origini e la giovinezza

Teodorico nacque nel 454 d.C. in Pannonia, una zona che oggi si trova tra l’Austria e l’Ungheria. Essendo figlio dal Re degli Ostrogoti Teodemiro, a soli 8 anni venne mandato come ostaggio alla corte dell’Imperatore di Costantinopoli Leone I, dove visse per dieci anni come pegno di garanzia della pace tra Ostrogoti e Bizantini. Costantinopoli era la città più colta e illuminata del suo tempo, e qui fu istruito dai migliori maestri, anche se non si dedicò mai allo studio con grande interesse (pare fosse rimasto quasi analfabeta). Sembra che fosse convinto del fatto che l’utilizzo della penna lo rendesse più debole nell’esercizio con la spada.

Alla morte del padre, nel 474, gli successe al trono. Continuò la politica di alleanza con l’Impero bizantino, appoggiando il nuovo imperatore Zenone nelle sue campagne militari. L’Imperatore lo insignì del titolo di patrizio, ma cominciò a preoccuparsi della sempre maggiore popolarità che il giovane re ostrogoto stava cominciando a guadagnarsi. Affinché si allontanasse dalla sua corte, acconsentì che Teodorico partisse per l’Italia, dove aveva intenzione di conquistare il regno erulo di Odoacre.

Teodorico re dei Goti e il Palazzo di Teodorico nella Basilica di Sant'Apollinare Nuovo

Una moneta raffigurante Teodorico re dei Goti e il Palazzo di Teodorico nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo

Alla conquista dell’Italia

Nel 488 Teodorico partì tutto il suo popolo e un forte esercito (parliamo di oltre un centinaio di migliaia di persone!). L’impresa non fu affatto semplice: nel 489, al momento di valicare le Alpi, dovettero affrontare un inverno rigidissimo. Giunto in Italia, Teodorico riuscì a sconfiggere in più battaglie le truppe di Odoacre, grazie anche al sostegno dei Visigoti galli di re Alarico II.

Odoacre fu costretto a ritirarsi a Ravenna, dove si sentiva protetto dai paesaggi lacustri che la circondavano. Dopo tre lunghi anni di assedio, i barbari di Teodorico, negli accampamenti, erano vessati dalla malaria:le perdite erano state enormi.  La vittoria di Teodorico arrivò nel 493, dopo la presa di Rimini: Odoacre e il suo popolo si trovavano ormai “chiusi” a Ravenna, dove si moriva di stenti ed epidemie. Il 27 febbraio 493 si firmò il trattato di pace ma, durante un banchetto celebrativo, Teodorico fece uccidere Odoacre e tutte le persone a lui più fedeli perché sembrava intenzionato ad organizzare un colpo di stato.

Re Teodorico e Ravenna capitale

Divenuto padrone d’Italia, Teodorico governò con l’obiettivo di far convivere pacificamente le due anime del suo regno, ossia quella gota e quella romana: se ai primi vennero lasciate tutte le cariche militari, ai secondi vennero dati quasi tutti gli incarichi civili. Allo stesso modo, Teodorico non impose il suo credo religioso, l’arianesimo, ai cattolici. Anzi, si infastidiva quando qualcuno si convertiva pensando di fargli piacere: chi non è fedele al suo dio, come potrà essere fedele al suo re?

La città di Ravenna tornò a risplendere. La produzione agricola e la costruzione edilizia ebbero una nuova fioritura, in città come nel resto del regno. Benché Teodorico non fosse molto interessato alla cultura, capiva perfettamente l’importanza di finanziare lo sviluppo delle arti. Forse era stato Severino Boezio, il grande filosofo che ebbe modo di conoscere a Roma, a fargliene cogliere il grande valore. Per questo, se a Roma fece restaurare antichi monumenti, a Ravenna ne fece costruire di nuovi.

Si devono a Teodorico il Battistero degli Ariani, la Chiesa dello Spirito Santo, la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo e il Mausoleo che Teodorico fece costruire per la sua sepoltura. Ben tre degli otto monumenti del nostro sito Unesco!  Purtroppo è andato perduto il suo Palazzo in stile imperiale, costruito nei pressi di Sant’Apollinare Nuovo (da non confondere con il cosiddetto Palazzo di Teodorico, di cui non si conosce la vera origine).

Gli ultimi anni

Purtroppo, benché per molti anni Teodorico abbia governato in pace, gli ultimi anni furono del tutto diversi. Se era stato un sovrano illuminato, alla fine dei suoi giorni divenne invece cupo, diffidente, paranoico. Vedeva nemici e complotti ovunque, e si spezzò quel clima di armonia che aveva contraddistinto il suo regno.

La sua reputazione cominciò ad incrinarsi con la condanna a morte di Albino, console romano accusato di aver ordito una congiura, e di Boezio, che era stato un suo grande amico, e Simmaco, il suocero, che avevano tentato di opporsi a questa decisione ingiusta. A peggiorare la situazione, Il nuovo Imperatore bizantino, Giustino I, iniziò un’aspra campagna contro l’arianesimo. Il re goto, nel tentativo di arginare il problema, inviò lo stesso papa Giovanni perché convincesse l’Imperatore a ritirare gli editti emanati contro il suo credo religioso. Ma, essendo tornato in Italia senza aver ottenuto risultati, nel 526 Teodorico lo punì richiudendolo in prigione e lasciandolo morire in miseria.

Le tante leggende sulla morte di Teodorico

Teodorico esalò l’ultimo respiro il 30 agosto 526, nel suo Palazzo a Ravenna. Si era guadagnato un bel numero di nemici, e molte sono le leggende che si raccontano sul suo trapasso. C’è chi crede che, sul punto di spirare, preso dai sensi di colpa vide il fantasma del filosofo Boezio, antico amico che tradì mandando a morte. I cattolici, invece, diffusero la credenza che la sua morte fosse avvenuta per volere divino, poiché il re, eretico, aveva mandato a morte il Papa. Altri non si sentirono di escludere l’avvelenamento.

Dario Fo, che si interessò ai racconti popolari della nostra città, non poteva certo trascurare la leggenda di Teodorico! Ne La vera storia di Ravenna riportò due differenti versioni. La prima, piuttosto nota, rimanda alla credenza che l’Ostrogoto, in groppa al suo cavallo, venne rapito da un demone che si era impossessato dell’animale che lo trascinò con sé nel cratere infuocato di un vulcano. Giosuè Carducci ne raccontò una sua personale versione nella lunga poesia La leggenda di Teodorico.

Un’altra versione, più fantasiosa,  racconta di un Teodorico ormai triste, depresso, roso dai sensi di colpa. I suoi cuochi cercavano sempre di tirarlo su con deliziosi manicaretti, finché…

Steso su un vassoio molto grande viene portato in sala da pranzo un grosso pesce rosato pronto per essere servito a tavola. La bocca del pesce si spalanca  e fra i suoi denti appare la testa di un uomo: è quella del senatore Simmaco! Il re, qualche giorno prima, aveva ordinato che gli fosse mozzato il capo, e quindi gettato a mare.
A Teodorico sfugge un urlo di raccapriccio, trema, poi spalanca gli occhi e la bocca in una terrificante smorfia. Si rovescia in avanti verso il pesce e si ritrova faccia a faccia con il capo mozzo del senatore. Entrambi morti stecchiti.

Ancora più suggestiva è l’ultima leggenda che vogliamo raccontarvi. Questa versione narra che Teodorico, terrorizzato dai fulmini da quando un’oscura profezia gli aveva predetto che uno gli avrebbe dato la morte, fece costruire il suo Mausoleo proprio per ripararsi durante i temporali. Ma la grande cupola monolitica in pietra d’Istria non bastò a proteggerlo dal suo destino e, un giorno, un fulmine la crepò arrivando a colpire il re dei Goti.

Il Mausoleo di Teodorico a Ravenna | Wikimedia

Il Mausoleo di Teodorico a Ravenna | Wikimedia

Le numerose leggende che si raccontano di Teodorico arricchiscono di fantasia la storia della città e dei nostri monumenti Unesco. Quale è la vostra preferita? 😉

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La morte di Anita Garibaldi, eroina dei due mondi

La morte di Anita Garibaldi, eroina dei due mondi

La morte di Anita Garibaldi, avvenuta a Mandriole, a pochi chilometri da Ravenna, è uno di quegli episodi che fanno grande ed eroica la storia del Risorgimento italiano. La bella rivoluzionaria brasiliana non era meno coraggiosa e determinata del marito Giuseppe Garibaldi, e il racconto di come si spensero i suoi giorni lo dimostra inequivocabilmente.

Fin da quando era bambina, sembrava che ad Ana Maria (questo il suo nome di battesimo) scorresse sangue rivoluzionario nelle vene: a quattordici anni rimase profondamente colpita dalla rivolta degli straccioni e dai riottosi, che guardava con ammirazione. Conobbe l’eroe dei due mondi nel 1839: Giuseppe Garibaldi si trovava in Brasile perché, in seguito al fallimento dell’insurrezione mazziniana del 1834, aveva riparato in Sud America.

Fu subito un colpo di fulmine. Nei suoi diari, Garibaldi ricorda di come, appena conosciutala, le disse, in italiano: «tu devi essere mia». Lei abbandonò il vecchio marito che era stata costretta a sposare da ragazzina, e si mise al seguito del rivoluzionario italiano. Pare che fu Anita, praticamente un’amazzone, ad insegnare a Garibaldi a cavalcare, mentre lui le insegnò i rudimenti dell’arte militare: condividevano gli ideali repubblicani e tornarono in Italia insieme per fare la rivoluzione.

La sua vita fu costellata di avventure: basti pensare a quando, partorito il primo figlio Menotti da appena dodici giorni, fu costretta ad una rocambolesca fuga per salvarsi dai soldati imperiali che la stavano cercando. Calatasi dalla finestra della casa dove si era nascosta, salì a cavallo con il neonato in braccio e cavalcò fino al cuore di un bosco, dove trovò rifugio. Rimase diversi giorni sola con il bambino, senza viveri, finché finalmente non riuscì a ricongiungersi con Garibaldi e i rivoluzionari.

Anita Garibaldi | © ravennatoday.it

Anita Garibaldi in fuga con il figlio | © ravennatoday.it

Anche alla sua morte si trovava in fuga. Il 4 luglio 1849, dopo il fallimento della Repubblica Romana, i repubblicani dichiararono la resa. Garibaldi decise di spostarsi con chi ancora credeva nella causa verso Venezia, che ancora resisteva agli austriaci. Anita era incinta di quattro mesi ma, ovviamente, non aveva abbandonato il fianco del suo amato. Quando però arrivarono nei pressi di San Marino, la donna era febbricitante.

Decisa a non arrendersi, proseguì la rotta verso Venezia. A Cesenatico si imbarcarono diretti verso la loro meta, ma all’altezza di Punta di Goro le navi austriache gli impedirono di proseguire: sbarcati, Anita e Giuseppe cercarono di seminare i loro inseguitori. Lo stato di salute di Anita peggiorava durante il viaggio, e nelle valli di Comacchio perdette conoscenza: venne infine portata al riparo alla fattoria Guiccioli a Mandriole, vicino Ravenna. Da quelle mura non uscirà mai più: morì il 4 agosto 1849, inseguendo il suo sogno fino alla fine.

Garibaldi e il maggiore Leggero trasportano Anita morente, Pietro Bouvier | © Museo del Risorgimento di Milano

Garibaldi e il maggiore Leggero trasportano Anita morente, Pietro Bouvier | © Museo del Risorgimento di Milano

Data la situazione di allarme e l’urgenza della fuga, non ci fu la possibilità di seppellirla con gli onori che avrebbe meritato, e così fu interrata dal mugnaio della fattoria e da un garzone ad un chilometro di distanza dalla casa, in una brughiera sabbiosa.

Pochi giorni dopo, il 10 agosto, il suo cadavere fu scoperto da un gruppo di ragazzini della zona, probabilmente perché era stato parzialmente dissotterrato da animali selvatici. Si aprì un caso: il corpo sembrava aver subito delle percosse e che la giovane donna incinta fosse stata vittima di strangolamento. Anita venne riconosciuta, e queste dicerie probabilmente vennero alimentate anche per tentare di mettere in cattiva luce il marito: il rivoluzionario doveva sembrare tanto spietato da poter arrivare al punto di uccidere la moglie incinta perché non lo intralciasse nella sua missione.

Vennero accusati e interrogati anche i membri della famiglia Ravaglia, presso cui Anita era stata ospitata quando morì, ma in breve tempo fu decretato che la vera causa della morte furono le “febbri perniciose”. I segni che erano stati trovati sul corpo di Anita erano infatti dovuti al momento del trasporto del cadavere, e non ad altre cause.

Oggi la Fattoria Guiccioli a Mandriole è diventata un piccolo Museo, dedicato alla figure di Anita e alla trafila garibaldina. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della sua morte, qui si tiene una piccola commemorazione. Nel 2018, è venuta anche una delegazione dal Brasile per commemorare la rivoluzionaria, e la banda ha suonato inni in suo onore.


La storia di Ravenna è davvero ricca di donne gloriose e di guerrieri, di leggende, di grandi sogni e ospita sepolture davvero degne di nota… Ma credo che Anita faccia caso a sé, non trovate?

Il viaggio è la mia dimensione, l’amore per la scoperta una delle sue forme.