Le più curiose leggende di Ravenna

Le più curiose leggende di Ravenna

Se siete appassionati di misteri, storielle popolari e curiosità, questo post fa al caso vostro! Oggi vi raccontiamo la storia di alcune interessanti leggende di Ravenna che vi sorprenderanno, sia che conosciate già bene la città, sia che stiate organizzando una prima visita. Un pizzico di mistero vi farà vedere vedere la città con nuovi occhi!

Ecco alcune delle più curiose leggende di Ravenna:

La leggenda del sandalo di San Giovanni Evangelista

L’origine della Basilica di San Giovanni Evangelista è legata alla figura di Galla Placidia: l’imperatrice la fece edificare per rispetto del voto espresso durante la terribile tempesta in mare che nel 424 d.C. incontrò durante il viaggio di ritorno da Costantinopoli a Ravenna.

La sera prima della consacrazione, Galla Placidia si rivolse a padre Barbaziano, disperata, perché non erano in possesso di reliquie del santo. Insieme al suo confessore si mise a pregare, chiedendo a Dio che mostrasse loro dove poterle trovare. Durante le orazioni notturne, i due videro apparire una figura luminosa, dalle sembianze angeliche, che con un turibolo andava incensando la chiesa. San Giovanni Evangelista aveva ascoltato i loro desideri! Galla Placidia si prostrò ai suoi piedi e, quando l’immagine evanescente scomparì, all’Imperatrice restò in mano il sandalo del santo.

L’episodio è raffigurato sul portale medievale in stile gotico, risalente al XIV secolo, antistante la Chiesa di San Giovanni Evangelista.

Il Portale di San Giovanni Evangelista (Ravenna) | © edificistoriciravenna.it

Il Portale di San Giovanni Evangelista (Ravenna) | © edificistoriciravenna.it


La Mariola e il Cavaliere

Espressioni come “Maria si va cercando per Ravenna…” o “cercando Mariola per Ravenna” sono nate in città, ma sono conosciute anche altrove. Basti pensare che quest’espressione è citata anche nel Don Chisciotte, dove uno stanco Sancho Panza esclama:

Y màs que asì serà buscar a Dulcinea por el Toboso como a Marica per Ravena o al Bachiller en Salamanca!

Conoscete l’origine di questo detto? Nella Torre Civica in via Ponte Marino, dove una volta scorreva il Padenna, ci sono incastonate due figure marmoree che dal XV secolo hanno animato le storie e le leggende da cui il proverbio ha avuto origine. Un bassorilievo romano (III sec.) raffigurante un cavaliere è affiancato ad un volto scolpito ormai rovinatissimo, del quale non sono più riconoscibili i connotati. Non è difficile lasciarsi trasportare dalla fantasia e immaginare che l’uomo a cavallo sia alla ricerca della sua amata perduta che, ironia della sorte, si trova proprio al suo fianco.

Il significato del proverbio quindi vuole descrivere la ricerca incessante di qualcosa che si trova proprio sotto il nostro naso. Oggi, purtroppo, queste due sculture non sono più visibili a causa della struttura in legno che ricopre la parte inferiore della torre.

La Mariola e il cavaliere nella Torre Civica di Ravenna | © arte.it

La Mariola e il cavaliere nella Torre Civica di Ravenna | © arte.it


La leggenda della lastra sepolcrale di Guidarello Guidarelli

Il cavaliere Guidarello Guidarelli (di cui qui abbiamo raccontato la storia) è il soggetto di una delle più famose leggende di Ravenna. La sua lastra tombale, un’opera cinquecentesca oggi custodita presso il MAR – Museo d’Arte della città di Ravenna, è sempre stata oggetto di ammirazione per la bellezza del giovane viso scolpito nel marmo.

Negli anni Trenta del secolo scorso, le attenzioni diventarono davvero troppe: iniziò infatti a circolare la diceria che se una donna avesse baciato le fredde labbra di Guidarello si sarebbe sposata entro l’anno, mentre quelle già sposate avrebbero partorito un bambino. Oggi forse sembra incredibile, ma a causa della gran quantità di donne che si recarono alla Pinacoteca Comunale, per un periodo la lastra originale dovette essere nascosta e ne venne esposta una copia. Oggi, manco a dirlo, è severamente vietato avvicinarsi alla lastra, ma il fascino della leggenda è ancora vivo.

Se volete scoprire il motivo della nascita di questa leggenda, andate a leggere questo vecchio post 😉

La lastra tombale di Guidarello Guidarelli | © Wikimedia


La storia della Madonna del Sudore

Lungo la navata laterale destra del Duomo di Ravenna c’è una piccola cappella dedicata alla cosiddetta Madonna del Sudore, il cui nome ha origine in un’antica leggenda cittadina. La tradizione vuole che l’immagine un tempo si trovasse in una piccola nicchia all’interno di una bettola di Ravenna. Una notte, un soldato la pugnalò, perda di uno scatto d’ira dovuto alla perdita di un’ingente quantità di denaro al gioco dei dadi, e il ritratto della Madonna “sudò” sangue.

Si narra che l’episodio si ripeté altre due volte: durante il sacco della sanguinosa Battaglia di Ravenna, nel 1512, e nel 1630, quando i cittadini, spaventati dal morbo della peste, fecero voto alla Madonna.


Se queste storie vi sono piaciute, vi consigliamo di recuperare la lettura del post sul mostro di Ravenna e sulle leggende che circondano la morte di Teodorico, re dei Goti.

Conoscete altre leggende di Ravenna? Raccontatecele tramite TELL YOUR STORY!

Storia e leggenda di Teodorico, re dei Goti

Storia e leggenda di Teodorico, re dei Goti

La storia di Teodorico, re dei Goti, è un capitolo molto importante per la città di Ravenna. L’ascesa e la caduta del re barbaro raccontano molto, infatti, di alcuni dei monumenti più visitati della nostra città: conoscerle significa scoprire il significato profondo di alcuni di essi. Aldilà dei fatti storici, interessante è anche tutto ciò che riguarda la sua morte, ammantata di mistero: la leggenda di Teodorico è, in realtà, un incredibile groviglio di fantasie diverse, una più sorprendente dell’altra. Favola e realtà si intrecciano, come spesso accade, nel racconto della storia di Ravenna.

Le origini e la giovinezza

Teodorico nacque nel 454 d.C. in Pannonia, una zona che oggi si trova tra l’Austria e l’Ungheria. Essendo figlio dal Re degli Ostrogoti Teodemiro, a soli 8 anni venne mandato come ostaggio alla corte dell’Imperatore di Costantinopoli Leone I, dove visse per dieci anni come pegno di garanzia della pace tra Ostrogoti e Bizantini. Costantinopoli era la città più colta e illuminata del suo tempo, e qui fu istruito dai migliori maestri, anche se non si dedicò mai allo studio con grande interesse (pare fosse rimasto quasi analfabeta). Sembra che fosse convinto del fatto che l’utilizzo della penna lo rendesse più debole nell’esercizio con la spada.

Alla morte del padre, nel 474, gli successe al trono. Continuò la politica di alleanza con l’Impero bizantino, appoggiando il nuovo imperatore Zenone nelle sue campagne militari. L’Imperatore lo insignì del titolo di patrizio, ma cominciò a preoccuparsi della sempre maggiore popolarità che il giovane re ostrogoto stava cominciando a guadagnarsi. Affinché si allontanasse dalla sua corte, acconsentì che Teodorico partisse per l’Italia, dove aveva intenzione di conquistare il regno erulo di Odoacre.

Teodorico re dei Goti e il Palazzo di Teodorico nella Basilica di Sant'Apollinare Nuovo

Una moneta raffigurante Teodorico re dei Goti e il Palazzo di Teodorico nella Basilica di Sant’Apollinare Nuovo

Alla conquista dell’italia

Nel 488 Teodorico partì tutto il suo popolo e un forte esercito (parliamo di oltre un centinaio di migliaia di persone!). L’impresa non fu affatto semplice: nel 489, al momento di valicare le Alpi, dovettero affrontare un inverno rigidissimo. Giunto in Italia, Teodorico riuscì a sconfiggere in più battaglie le truppe di Odoacre, grazie anche al sostegno dei Visigoti galli di re Alarico II.

Odoacre fu costretto a ritirarsi a Ravenna, dove si sentiva protetto dai paesaggi lacustri che la circondavano. Dopo tre lunghi anni di assedio, i barbari di Teodorico, negli accampamenti, erano vessati dalla malaria:le perdite erano state enormi.  La vittoria di Teodorico arrivò nel 493, dopo la presa di Rimini: Odoacre e il suo popolo si trovavano ormai “chiusi” a Ravenna, dove si moriva di stenti ed epidemie. Il 27 febbraio 493 si firmò il trattato di pace ma, durante un banchetto celebrativo, Teodorico fece uccidere Odoacre e tutte le persone a lui più fedeli perché sembrava intenzionato ad organizzare un colpo di stato.

Re Teodorico e Ravenna capitale

Divenuto padrone d’Italia, Teodorico governò con l’obiettivo di far convivere pacificamente le due anime del suo regno, ossia quella gota e quella romana: se ai primi vennero lasciate tutte le cariche militari, ai secondi vennero dati quasi tutti gli incarichi civili. Allo stesso modo, Teodorico non impose il suo credo religioso, l’arianesimo, ai cattolici. Anzi, si infastidiva quando qualcuno si convertiva pensando di fargli piacere: chi non è fedele al suo dio, come potrà essere fedele al suo re?

La città di Ravenna tornò a risplendere. La produzione agricola e la costruzione edilizia ebbero una nuova fioritura, in città come nel resto del regno. Benché Teodorico non fosse molto interessato alla cultura, capiva perfettamente l’importanza di finanziare lo sviluppo delle arti. Forse era stato Severino Boezio, il grande filosofo che ebbe modo di conoscere a Roma, a fargliene cogliere il grande valore. Per questo, se a Roma fece restaurare antichi monumenti, a Ravenna ne fece costruire di nuovi.

Si devono a Teodorico il Battistero degli Ariani, la Chiesa dello Spirito Santo, la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo e il Mausoleo che Teodorico fece costruire per la sua sepoltura. Ben tre degli otto monumenti del nostro sito Unesco!  Purtroppo è andato perduto il suo Palazzo in stile imperiale, costruito nei pressi di Sant’Apollinare Nuovo (da non confondere con il cosiddetto Palazzo di Teodorico, di cui non si conosce la vera origine).

Gli ultimi anni

Purtroppo, benché per molti anni Teodorico abbia governato in pace, gli ultimi anni furono del tutto diversi. Se era stato un sovrano illuminato, alla fine dei suoi giorni divenne invece cupo, diffidente, paranoico. Vedeva nemici e complotti ovunque, e si spezzò quel clima di armonia che aveva contraddistinto il suo regno.

La sua reputazione cominciò ad incrinarsi con la condanna a morte di Albino, console romano accusato di aver ordito una congiura, e di Boezio, che era stato un suo grande amico, e Simmaco, il suocero, che avevano tentato di opporsi a questa decisione ingiusta. A peggiorare la situazione, Il nuovo Imperatore bizantino, Giustino I, iniziò un’aspra campagna contro l’arianesimo. Il re goto, nel tentativo di arginare il problema, inviò lo stesso papa Giovanni perché convincesse l’Imperatore a ritirare gli editti emanati contro il suo credo religioso. Ma, essendo tornato in Italia senza aver ottenuto risultati, nel 526 Teodorico lo punì richiudendolo in prigione e lasciandolo morire in miseria.

Le tante leggende sulla morte di Teodorico

Teodorico esalò l’ultimo respiro il 30 agosto 526, nel suo Palazzo a Ravenna. Si era guadagnato un bel numero di nemici, e molte sono le leggende che si raccontano sul suo trapasso. C’è chi crede che, sul punto di spirare, preso dai sensi di colpa vide il fantasma del filosofo Boezio, antico amico che tradì mandando a morte. I cattolici, invece, diffusero la credenza che la sua morte fosse avvenuta per volere divino, poiché il re, eretico, aveva mandato a morte il Papa. Altri non si sentirono di escludere l’avvelenamento.

Dario Fo, che si interessò ai racconti popolari della nostra città, non poteva certo trascurare la leggenda di Teodorico! Ne La vera storia di Ravenna riportò due differenti versioni. La prima, piuttosto nota, rimanda alla credenza che l’Ostrogoto, in groppa al suo cavallo, venne rapito da un demone che si era impossessato dell’animale che lo trascinò con sé nel cratere infuocato di un vulcano. Giosuè Carducci ne raccontò una sua personale versione nella lunga poesia La leggenda di Teodorico.

Un’altra versione, più fantasiosa,  racconta di un Teodorico ormai triste, depresso, roso dai sensi di colpa. I suoi cuochi cercavano sempre di tirarlo su con deliziosi manicaretti, finché…

Steso su un vassoio molto grande viene portato in sala da pranzo un grosso pesce rosato pronto per essere servito a tavola. La bocca del pesce si spalanca  e fra i suoi denti appare la testa di un uomo: è quella del senatore Simmaco! Il re, qualche giorno prima, aveva ordinato che gli fosse mozzato il capo, e quindi gettato a mare.
A Teodorico sfugge un urlo di raccapriccio, trema, poi spalanca gli occhi e la bocca in una terrificante smorfia. Si rovescia in avanti verso il pesce e si ritrova faccia a faccia con il capo mozzo del senatore. Entrambi morti stecchiti.

Ancora più suggestiva è l’ultima leggenda che vogliamo raccontarvi. Questa versione narra che Teodorico, terrorizzato dai fulmini da quando un’oscura profezia gli aveva predetto che uno gli avrebbe dato la morte, fece costruire il suo Mausoleo proprio per ripararsi durante i temporali. Ma la grande cupola monolitica in pietra d’Istria non bastò a proteggerlo dal suo destino e, un giorno, un fulmine la crepò arrivando a colpire il re dei Goti.

Il Mausoleo di Teodorico a Ravenna | Wikimedia

Il Mausoleo di Teodorico a Ravenna | Wikimedia

Le numerose leggende che si raccontano di Teodorico arricchiscono di fantasia la storia della città e dei nostri monumenti Unesco. Quale è la vostra preferita? 😉

La morte di Anita Garibaldi, eroina dei due mondi

La morte di Anita Garibaldi, eroina dei due mondi

La morte di Anita Garibaldi, avvenuta a Mandriole, a pochi chilometri da Ravenna, è uno di quegli episodi che fanno grande ed eroica la storia del Risorgimento italiano. La bella rivoluzionaria brasiliana non era meno coraggiosa e determinata del marito Giuseppe Garibaldi, e il racconto di come si spensero i suoi giorni lo dimostra inequivocabilmente.

Fin da quando era bambina, sembrava che ad Ana Maria (questo il suo nome di battesimo) scorresse sangue rivoluzionario nelle vene: a quattordici anni rimase profondamente colpita dalla rivolta degli straccioni e dai riottosi, che guardava con ammirazione. Conobbe l’eroe dei due mondi nel 1839: Giuseppe Garibaldi si trovava in Brasile perché, in seguito al fallimento dell’insurrezione mazziniana del 1834, aveva riparato in Sud America.

Fu subito un colpo di fulmine. Nei suoi diari, Garibaldi ricorda di come, appena conosciutala, le disse, in italiano: «tu devi essere mia». Lei abbandonò il vecchio marito che era stata costretta a sposare da ragazzina, e si mise al seguito del rivoluzionario italiano. Pare che fu Anita, praticamente un’amazzone, ad insegnare a Garibaldi a cavalcare, mentre lui le insegnò i rudimenti dell’arte militare: condividevano gli ideali repubblicani e tornarono in Italia insieme per fare la rivoluzione.

La sua vita fu costellata di avventure: basti pensare a quando, partorito il primo figlio Menotti da appena dodici giorni, fu costretta ad una rocambolesca fuga per salvarsi dai soldati imperiali che la stavano cercando. Calatasi dalla finestra della casa dove si era nascosta, salì a cavallo con il neonato in braccio e cavalcò fino al cuore di un bosco, dove trovò rifugio. Rimase diversi giorni sola con il bambino, senza viveri, finché finalmente non riuscì a ricongiungersi con Garibaldi e i rivoluzionari.

Anita Garibaldi | © ravennatoday.it

Anita Garibaldi in fuga con il figlio | © ravennatoday.it

Anche alla sua morte si trovava in fuga. Il 4 luglio 1849, dopo il fallimento della Repubblica Romana, i repubblicani dichiararono la resa. Garibaldi decise di spostarsi con chi ancora credeva nella causa verso Venezia, che ancora resisteva agli austriaci. Anita era incinta di quattro mesi ma, ovviamente, non aveva abbandonato il fianco del suo amato. Quando però arrivarono nei pressi di San Marino, la donna era febbricitante.

Decisa a non arrendersi, proseguì la rotta verso Venezia. A Cesenatico si imbarcarono diretti verso la loro meta, ma all’altezza di Punta di Goro le navi austriache gli impedirono di proseguire: sbarcati, Anita e Giuseppe cercarono di seminare i loro inseguitori. Lo stato di salute di Anita peggiorava durante il viaggio, e nelle valli di Comacchio perdette conoscenza: venne infine portata al riparo alla fattoria Guiccioli a Mandriole, vicino Ravenna. Da quelle mura non uscirà mai più: morì il 4 agosto 1849, inseguendo il suo sogno fino alla fine.

Garibaldi e il maggiore Leggero trasportano Anita morente, Pietro Bouvier | © Museo del Risorgimento di Milano

Garibaldi e il maggiore Leggero trasportano Anita morente, Pietro Bouvier | © Museo del Risorgimento di Milano

Data la situazione di allarme e l’urgenza della fuga, non ci fu la possibilità di seppellirla con gli onori che avrebbe meritato, e così fu interrata dal mugnaio della fattoria e da un garzone ad un chilometro di distanza dalla casa, in una brughiera sabbiosa.

Pochi giorni dopo, il 10 agosto, il suo cadavere fu scoperto da un gruppo di ragazzini della zona, probabilmente perché era stato parzialmente dissotterrato da animali selvatici. Si aprì un caso: il corpo sembrava aver subito delle percosse e che la giovane donna incinta fosse stata vittima di strangolamento. Anita venne riconosciuta, e queste dicerie probabilmente vennero alimentate anche per tentare di mettere in cattiva luce il marito: il rivoluzionario doveva sembrare tanto spietato da poter arrivare al punto di uccidere la moglie incinta perché non lo intralciasse nella sua missione.

Vennero accusati e interrogati anche i membri della famiglia Ravaglia, presso cui Anita era stata ospitata quando morì, ma in breve tempo fu decretato che la vera causa della morte furono le “febbri perniciose”. I segni che erano stati trovati sul corpo di Anita erano infatti dovuti al momento del trasporto del cadavere, e non ad altre cause.

Oggi la Fattoria Guiccioli a Mandriole è diventata un piccolo Museo, dedicato alla figure di Anita e alla trafila garibaldina. Ogni anno, in occasione dell’anniversario della sua morte, qui si tiene una piccola commemorazione. Nel 2018, è venuta anche una delegazione dal Brasile per commemorare la rivoluzionaria, e la banda ha suonato inni in suo onore.


La storia di Ravenna è davvero ricca di donne gloriose e di guerrieri, di leggende, di grandi sogni e ospita sepolture davvero degne di nota… Ma credo che Anita faccia caso a sé, non trovate?

Le Caterine: storia e ricetta dei biscotti tradizionali di Ravenna

Le Caterine: storia e ricetta dei biscotti tradizionali di Ravenna

Come da tradizione, ogni anno a Ravenna il giorno di Santa Caterina (25 novembre) vengono preparati dei biscotti buonissimi. Sono le Caterine, piccole prelibatezze a forma di bambolina, gallina o gallo, molto amate da grandi e piccini per la loro dolcezza e la simpatica forma.

Ricoperti di cioccolato e decorati con zuccherini e glassa, vengono tradizionalmente regalati ai più piccoli. Se il biscotto a forma di donnina è un omaggio alla Santa; le galline, invece, vogliono essere di buon auspicio per una vita florida mentre i galli essere simbolo di rinascita e nuovo inizio.

La tradizione riguarda solo il centro della città e la sua origine è alquanto incerta. D’altronde, come spesso accade nella storia di Ravenna, anche dei semplici biscotti come le Caterine hanno una leggenda.
Si narra, infatti, che un pasticcere e una giovane sarta innamorati, fossero ostacolati nei loro incontri dalla famiglia di lei. Fu così che lui, per trovare il modo di ricordarle i sentimenti che provava nei suoi confronti, ideò un biscotto a forma di bambola per sorprenderla e rincuorarla.

Ma c’è molto di più…
Santa Caterina d’Alessandria d’Egitto, a cui i biscotti sono dedicati, è patrona delle sarte, degli studenti, dei filosofi, dei mugnai, dei ceramisti e dei lavoratori dell’industria cartaia… Praticamente di una città intera!
Il 25 novembre si ricorda il suo tremendo martirio ma, dal 1999, è diventato grazie all’ONU un giorno ancora più importante. Lo stesso giorno infatti viene commemorato anche come La Giornata Internazionale Contro La Violenza Sulle Donne.

Le caterine | © fabievale.blogspot.com

Le Caterine | © fabievale.blogspot.com

La ricetta dei biscotti è molto semplice. Ecco gli ingredienti che servono per preparare 6 porzioni :

• 500 gr. di farina bianca
• 100 gr. di burro fuso
• 200 gr. di zucchero
• 2 uova intere
• 1 bustina di lievito per dolci
• scorza di limone grattugiata
• granella di zucchero, palline colorate e d’argento, cioccolatini colorati, glassa per dolci.

Preparazione:

Amalgamate bene lo zucchero e le uova, dopodiché aggiungete il burro fuso e la scorza grattugiata del limone e procedete nell’impasto. Unite la farina e il lievito setacciati e amalgamate il tutto sino a ottenere un composto liscio e omogeneo. 
Coprite l’impasto e lasciate riposare per una 20 minuti in frigorifero, mentre preriscaldate il forno a 180 C°.
Stendete l’impasto con il matterello sino a ottenere la pasta di uno spessore di circa 1 cm. Da questo ricavate le figure desiderate con un coltello o, se le avete, con delle formine.
Coprite una teglia coperta con carta da forno e disponete le figurine. Procedete decorandole a piacimento con glassa, granella di zucchero, piccoli cioccolatini colorati o perline commestibili.
Infornate e fate cuocere per circa 10- 12 minuti sino a raggiungere la doratura. Lasciate raffreddare i biscotti prima di consumarli.

Lo staff di Ravenna Tourism spera che vi divertiate a cucinare e a decorare le vostre Caterine, ma soprattutto vi augura di condividerle con chi più amate!

Il mostro di Ravenna: una storia da brividi

Il mostro di Ravenna: una storia da brividi

La storia di Ravenna è costellata di racconti popolari e leggende, e alcuni sono più misteriosi di altri. La storia che vi vogliamo raccontare oggi inizia l’8 marzo 1512. Da una monaca e da un frate nasce una creatura mostruosa: frutto di un amore illecito e presagio di cattiva sorte.

Una testimonianza dell’epoca dipinge un “quadretto” a dir poco raccapricciante: pare che il cosiddetto mostro di Ravenna avesse la testa enorme, un corno in fronte e una bocca esagerata. Una delle due gambe, quella dall’aspetto più “umano”, aveva un occhio nel ginocchio, mentre quella più bestiale era pelosa come la zampa del diavolo. Sul petto, tre lettere: Y X V. «Mai homo se recorda simile cosa».

Si riferì la notizia al Papa Giulio II, che ordinò che venisse subito abbandonato nel bosco: ne facesse Dio quello che riteneva più giusto. Intanto, però, la notizia dilagò: tutti ne parlavano, tutti ne volevano sapere qualcosa. La storia si arricchì di dettagli: il mostro di Ravenna sembrava sempre più spaventoso.

Nel XVI secolo le persone erano molto superstiziose, e questa nascita venne interpretata come una punizione divina, nonché come segno di un’imminente disgrazia.

Il mostro di Ravenna | © diravenna.it

Il mostro di Ravenna | © diravenna.it

La tragedia non tardò ad arrivare: l’11 aprile del 1512 Gaston de Foix, alla guida dell’esercito francese e degli estensi, attaccò le truppe della Lega Santa nei pressi della nostra città. Questa terribile giornata è ricordata come la battaglia di Ravenna, una delle più sanguinose della Guerra della Lega di Cambrai, ricordata anche da Ludovico Ariosto per i suoi effetti devastanti. Viene ancora oggi ricordata perché fu una delle prime occasioni in cui vennero utilizzati gli efficaci e terribili cannoni di Alfonso d’Este: era l’inizio di una svolta epocale che segnò per sempre la storia della guerra e dell’uomo.

Ravenna dichiarò la resa senza condizioni ai francesi e agli Este, che vinsero la battaglia, ma fu comunque brutalmente saccheggiata e depredata. La leggenda si insinua anche in questa triste pagina della nostra storia: sembra che, per le strade della città ferita, il mostro di Ravenna si aggirasse ridendo sguaiatamente… La mefistofelica creatura godeva della sofferenza della città che l’aveva mandata a morire!