La Piadina a Ravenna

La Piadina a Ravenna

«Che ne sai della Romagna, che ne sai della piadina
non c’è solo l’acqua, non c’è solo la farina»
(R. Casadei)

E in effetti nel cibo di Romagna c’è molto di più! Non solo, ovviamente, altri ingredienti (strutto oppure olio, lievito o bicarbonato, sale o a volte anche latte…) ma soprattutto mare, sole (nebbia!), fisarmoniche, racchettoni, mosaici, bicicletta… E una serie di curiosità. Noi ve ne diciamo alcune. Per tutto il resto c’è il Consorzio di tutela e promozione Piadina Romagnola.

La piadina fatta a mano

La piadina fatta a mano

STORIA E FUTURO

La Piadina arriva probabilmente dalla tradizione gastronomica etrusca, circa 1200 anni prima di Cristo, e attraverso l’Impero Romano e i barbari giunge alla sua prima nomina in un documento della fine del 1300, nel quale si parla della Piada in merito ad alcuni tributi da pagare in natura. Ma è nel XX secolo che ha il suo grande rilancio, grazie a nuove farine che la rendono sempre più facile ed economica da preparare. Nel Dopoguerra diventa definitivamente un punto di riferimento gastronomico, che distingue la Romagna e conquista i turisti. È proprio in questi anni che spuntano i primi mitici chioschi, elemento oramai distintivo del paesaggio nostrano, ponte semplice e colorato verso il mondo e la nuova carica dello street food.

Un tipico chiosco di piadina

Un tipico chiosco di piadina

NOMI E DIMENSIONI

Nelle zone limitrofe (Cesena, Forlì, Rimini) si può chiamare Piê, Pièda, Pìda, Pjida, ma a Ravenna è proprio “Piadina”, come cantava il mitico Raul Casadei.
Farcita con salumi, formaggi, verdure, squacquerone e fichi caramellati, carne o creme dolci, è comunque la più “alta” e la più corposa della Romagna. Spessa circa un dito e dalla consistenza “tamugna” (ovvero densa), è buona anche da sola, “vuota”, o magari con un po’ di olive o di rosmarino nell’impasto. Esiste anche la versione “chiusa”, ovvero il crescione. Di solito bollente e grondante goduria.

La piadina di Ravenna

La piadina di Ravenna

QUELLE MACCHIE SCURE

Sapete come si riconosce una piadina fatta con strutto da una fatta con l’olio?
Avete presente le numerose “macchie” che si vedono sulla piada? Bene, se sono più scure significa che è stato usato lo strutto, mentre se sono più chiare, ca va sans dire, nell’impasto c’è invece l’olio. Vegetariani e non, sapevatelo!

PASCOLI E MORETTI

Ecco fatto, – disse infine la Menghinina e parve più vecchia, perché un altro po’ di bianco le s’era posato sui capelli, sul corpetto, fin sulle ciglia.
Prima d’impastare, pensò al fuoco.
Per cuocere la piada occorre la fiamma, la bella fiamma caduca, la vampata, il falò.
Il grande testo rotondo, grande quanto lo staccio, deve riscaldarsi così prima che vi si adagi la pasta…

Il resto del racconto di Marino Moretti, ruspante e sanguigno, lo potete leggere qui.

Lasciamo invece semplicemente la parola al grande poeta, Giovanni Pascoli.

«…» Ma tu, Maria, con le tue mani blande domi la pasta e poi l’allarghi e spiani;
ed ecco è liscia come un foglio, e grande come la luna;
e sulle aperte mani tu me l’arrechi,
e me l’adagi molle sul testo caldo, e quindi t’allontani.
Io, la giro, e le attizzo con le molle il fuoco sotto,
fin che stride invasa dal calor mite, e si rigonfia in bolle:
e l’odore del pane empie la casa. «…»

(Tratto da “La Piada”, G. Pascoli. 1909. Nuovi Pometti)

SUL WEB (TRA MUSICA, TRASH E COMICITÀ)

Anche in rete la piadina ha guadagnato un posto di tutto rispetto. Vagando un po’ per il web è possibile trovare il Valzer della Piadina (qui in versione ballo estivo, grazie a Divertiballi), un Magna la Piadina di Alberto Pazzaglia alias Betobahia (sì, quello di Ciapa la Galeina), l’imolese Rosy Velasco con La Piadina, ma anche Luca e Paolo con l’episodio di Camera Café del 2017, “Progetto Piadina“, e a salire “Freak” di Samuele Bersani (“Hai più pensato a quel progetto di esportare la piadina romagnola?!” ). E chiudiamo come abbiamo iniziato, con una rarissima versione hip hop. Il ritornello è di Raoul Casadei, le rappate di Gam Gam. Buon appetito con la “Hip Hop Pida” e le ricette del Consorzio.

Hip Hop Pida

Hip Hop Pida

L‘Isola degli Spinaroni, fra storia e suggestioni ambientali

L‘Isola degli Spinaroni, fra storia e suggestioni ambientali

Fra le tante suggestioni – ambientali, turistiche, enogastronomiche – che caratterizzano la zona dei lidi a nord di Ravenna, un richiamo realmente fantastico e forse impareggiabile è quello che viene dall’Isola degli Spinaroni.

Nel cuore delle zone umide a nord di Ravenna sopravvive, infatti, una piccola isola dotata di alto valore ambientale ma soprattutto di interesse storico, che rende una qualunque escursione a questo piccolo lembo di terra posto all’interno della Piallassa della Baiona un’esperienza davvero straordinaria.

Piallassa della Baiona (Ravenna)

Piallassa della Baiona (Ravenna)

Legata alla battaglia per la liberazione della città, combattuta alla fine del 1944, allorché il movimento partigiano decise di costituire qui una base clandestina permanente, l’Isola degli Spinaroni può essere raggiunta facilmente grazie a una motobarca attraccata all’entrata della località di Porto Corsini (circa 15 minuti).

Fra capanni da pesca, aironi e garzette, e placido sciabordio delle onde, trascorrere una giornata in questi luoghi può servire per staccare dalla quotidianità e immergersi in un’atmosfera davvero fuori dal mondo.

Isola degli Spinaroni (Ravenna)

Isola degli Spinaroni (Ravenna) | Foto © resistenzamappe.it

Una volta sbarcati sull’isola, e al netto dei racconti che ricordano le gesta partigiane, il visitatore può percorrere gli spazi selvaggi accanto al capanno dell’ANPI e scoprire non solo gli “spinaroni” (ovvero una particolare varietà di arbusti tipica di queste zone), ma anche imbattersi in aironi, garzette, padelloni, silenzi, odori e profumi di valle, mediamente sconosciuti ai più.

Insomma, la visita agli Spinaroni diventa davvero una gita allettante e comoda per qualsiasi turista si trovi a transitare lungo la nostra Riviera.

Visite Guidate Isola degli Spinaroni

Ricco di sapore e di storia: il castrato di Romagna

Ricco di sapore e di storia: il castrato di Romagna

Tenero, saporito e inconfondibile, il castrato di Romagna è tra le carni più tipiche della nostra terra e fa parte dell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali. Il nome, in dialetto romagnolo “e Castrè”, indica la carne fresca ottenuta da ovini maschi con 5-9 mesi di età e un peso tra 40 e 80 kg sottoposti al processo di castrazione.

L’origine di questa tradizione risale al tempo dei Romani. Nonostante la diffusione dei suini nella Pianura Padana, infatti, i concittadini di Giulio Cesare mantennero la tradizione mediterranea dell’allevamento ovino durante la loro permanenza in questa regione. La netta separazione tra usi alimentari introdotte dai Romani e quelli delle popolazioni padane divenne ancora più marcata nel Medio Evo con l’arrivo dei Longobardi, che si fermarono a Bologna. La Romagna, il cui nome fu coniato proprio in questo periodo, rimase all’interno dei territori bizantini: qui, a differenza dell’Emilia, le carni di maiale hanno continuato da allora ad accompagnarsi a quelle di pecora e, in particolare, quelle del castrato.

Il castrato di Romagna | © baciamiancora.com

La presenza di agnelli al pascolo sul territorio ravennate tra l’inizio del XIV secolo e la fine del XVI è documentata negli Statuti di Ravenna: un soldo di Ravenna era la tassa da pagare al Massaro del Comune “per ogni pecora, montone, capra, becco e castrato” che entrasse nel territorio da settembre a febbraio. In questo periodo il “castrone” era tra le carni utilizzate per la preparazione di banchetti e pranzi di rappresentanza, come riporta nel suo libro di cucina Messisbugo (1559). In Bassa Romagna l’uso della carne ovina si è mantenuto anche successivamente poiché le aree di pianura erano la meta invernale dei pastori appenninici che trasferivano lì le loro greggi e spesso compensavano l’ospitalità delle famiglie locali cedendo uno o più agnelli. Nel corso del Novecento però la diffusione del Castrato è a poco a poco diminuita. Se l’almanacco ravennate del 1956 testimonia la presenza di ben 16.000 capi ovini nel territorio provinciale, già all’inizio degli anni ’70 il numero si era ridotto a 6.000 capi.

A tavola il castrato esprime il meglio di sé in diverse preparazioni: tra le ricette pubblicate da Pellegrino Artusi nel libro La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene spiccano quelle del cosciotto o della spalla di Castrato in casseruola (due varianti) e della lombata di Castrato ripiena. Le braciole di Castrato ai ferri rimangono però ancora oggi la preparazione più diffusa e amata in Romagna. Un’occasione speciale per gustare questa carne morbida e succulenta lungo la Strada della Romagna è la Sagra del Castrato di Fossolo a Faenza, nata nel 1973 come Festa del Passatore prima di prendere l’attuale nome. L’ultima edizione si è tenuta dal 16 al 20 maggio, mentre a Bagnara di Romagna un analogo appuntamento si è tenuto alla fine di aprile.

Cosa abbinare nel calice a un buon castrato di Romagna alla griglia? Una bottiglia di Romagna Doc Sangiovese Superiore è sicuramente un’ottima scelta. Il suggerimento di giornata è il Centurione della cantina Stefano Ferrucci di Castel Bolognese: un Sangiovese dai profumi intensi e persistenti di marasca e viola e con un sapore pieno e asciutto che ben si accompagna al sapore e alla morbidezza del Castrato.


Se volete conoscere alcuni dei prodotti più tipici di Ravenna, continuate la lettura su questo post!

Un piccolo tesoro di mare e di terra: il pinolo mediterraneo delle pinete di Ravenna

Un piccolo tesoro di mare e di terra: il pinolo mediterraneo delle pinete di Ravenna

Piccolo, profumato, goloso: il pinolo, in dialetto romagnolo pignôl, è protagonista di un’interessante sagra ospitata ogni anno a Fosso Ghiaia tra fine aprile e inizio maggio.

Un tempo, in questi giorni, migliaia e migliaia di pigne raccolte in autunno venivano distese sulle aie per essere battute con le mazze al fine di aprirle e lasciarne uscire i prelibati frutti tra freschi profumi di resina.

Se oggi le pinete storiche rimaste nel Ravennate sono solo due, quelle di San Vitale e di Classe per un totale di circa 2.030 ettari (a cui si aggiungono altri 600 ettari di pineta demaniale piantati tra fine Ottocento e inizio Novecento lungo la costa), in passato la loro superficie era molto più estesa. I documenti storici datano l’origine delle pinete di pino domestico a Ravenna nel XII secolo.

All’epoca i pinoli delle pinete di Ravenna non erano l’unico tesoro che queste aree verdi offrivano. Dai pini venivano estratti anche la resina, il fumo di resina e la pece greca, usata dagli stampatori per produrre l’inchiostro. Il pinolo, tuttavia, era il frutto più pregiato della pineta in virtù delle sue proprietà salutistiche: considerato un vero elisir per polmoni, reni e vescica, nel Seicento se ne faceva largo uso alimentare e gastronomico.

Pineta di San Vitale a Ravenna | © turismo.ra.it

Pineta di San Vitale a Ravenna | © turismo.ra.it

Per comprendere la sua importanza basti sapere che esisteva una rigida regolamentazione sui tempi di accesso alle pinete e di raccolta del legno e dei frutti spontanei. Nel XVI e XVII secolo, quando i boschi appartenevano alle abbazie ravennati, il popolo aveva solo il diritto di pascolo, oltre a quello di caccia e pesca; lo sfruttamento economico vero e proprio delle pinete era appannaggio esclusivo dei monaci.

I pinoli romagnoli erano considerati già a quei tempi i migliori d’Italia ed erano al centro di un fiorente commercio. L’estensione delle pinete ravennati a fine Settecento era di circa 7.000 ettari. Successivamente, a partire dalla soppressione degli ordini religiosi seguita alla Rivoluzione francese e con l’avanzare di superfici agricole meno dispendiose, c’è stata una riduzione continua della loro superficie.

Ricco di proteine e impreziosito dalle brezze marine, il pinolo è un prodotto che si conserva molto bene e può essere gustato durante tutto l’anno. In cucina i suoi utilizzi sono davvero infiniti. Se già nel Seicento veniva utilizzato per la preparazione di pasticci, polpette e minestre, in primavera il pinolo è un ottimo ingrediente per accompagnare le erbe di campo in golose insalate.

I Pinoli di Ravenna | © romagna.com

I Pinoli di Ravenna | © romagna.com

La torta di pinoli dell’Artusi

Tra le ricette più note a base di questo frutto prelibato c’è la torta con i pinoli di cui Pellegrino Artusi svela la ricetta nel suo libro La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene (ricetta n. 582). “Una torta che alcuni pasticceri vendono a ruba – scrive l’Artusi – e che chi non è pratico di queste cose penserà che l’abbia inventata un dottore della Sorbona”.

Nella ricetta i pinoli sono l’ingrediente essenziale che va ad arricchire un impasto a base di semolino, latte, uova, burro e zucchero. Il risultato è una torta soffice e golosa in cui i pinoli regalano un tocco di rinfrescante aromaticità. Un dessert ideale per un pranzo di primavera che trova un connubio enologico perfetto nei profumi suadenti del Famoso. Il vino suggerito per accompagnarla è lo Strafamoso della Cantina Randi, dove uve stramature di Famoso danno vita a un vino dorato dai profumi fruttati leggermente caramellati e dal sapore dolce e fresco.


La Sagra del Pinolo 2019 del Parco 1° maggio della Pineta di Classe, in via Fosso Ghiaia 1 (RA),  quest’anno si terrà nei giorni 25 aprile, 28 aprile e 1° maggio 2019. A questo link potete trovare maggiori informazioni sull’evento!

Castagnole, sfrappole e tagliatelle: i dolci di Carnevale da gustare a Ravenna

Castagnole, sfrappole e tagliatelle: i dolci di Carnevale da gustare a Ravenna

Mancano ancora alcuni giorni a Carnevale, ma a Ravenna la voglia di far festa è già nell’aria. Se dovete ancora aspettare un po’ prima di sfoggiare costumi, maschere e accessori fantasiosi per festeggiare, potete invece già gustare i dolci tipici che a Ravenna si cucinano in questo periodo dell’anno. Quali sono i vostri preferiti? Ecco i dolci più amati della tradizione: le castagnole, le sfrappole e le tagliatelle fritte!


Le Castagnole

Questo piatto particolare alle Romagne, specialmente di carnevale, è a dir vero, di genere non troppo fine ma può piacere.

Così raccontava Pellegrino Artusi nella “bibbia” dei manuali di cucina: La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene (1891), una delle prime raccolte di ricette ad essersi diffusa in tutta Italia. Le Castagnole sono uno dei dolci prediletti da gustare a Carnevale, e oggi se ne possono trovare diverse varianti. Sono piuttosto semplici da preparare: la ricetta tradizionale prevede la preparazione di piccole palline di pasta composte da farina, uova, zucchero e burro, a cui si va ad aggiungere la scorza grattugiata di un limone. L’impasto, una volta fritto, viene ricoperto da abbondante zucchero a velo. Sono molto comuni (e molto belle!) quelle rosse, decorate e insaporite con l’Alchermes. Negli anni sono state inventate numerose altre varianti: si possono cucinare le castagnole al forno invece che fritte, oppure alla ricotta, ripiene di cioccolato, crema o zabaione. Piccole, soffici e deliziose: una tira l’altra!

Le castagnole rosse | © fornopasticceriaferroni.it DOLCI DI CARNEVALE DI RAVENNA

Le castagnole rosse | © fornopasticceriaferroni.it


Le Sfrappole

Le Sfrappole sono un grande classico di Carnevale e si trovano un po’ in tutta Italia, ma con nomi diversi: altrove vengono dette chiacchiere, frappe, fiocchetti, e la ricetta può cambiare leggermente. A Ravenna sono molto diffuse e amate: la ricetta è molto semplice, e cucinarle sarà un gioco da ragazzi anche per i cuochi più inesperti. Dopo aver impastato bene farina e uova e aver fatto riposare il composto, si stende la sfoglia e la si taglia con la tipica rotella dentellata a forma di rombo o di rettangolo. Si immergono in abbondante olio caldo di semi e si lasciano finché non raggiungono la giusta doratura. Una volta che si sono raffreddate, possono essere cosparse di abbondante zucchero a vero. Leggere e croccanti, sono il vero must di Carnevale.

i dolci di carnevale di ravenna Le Sfrappole | © Wikipedia

Le Sfrappole | © Wikipedia


Le tagliatelle fritte

Nate dalle semplici tradizioni contadine, le tagliatelle fritte sono tanto belle quanto buone. Si tratta davvero di una ricetta facilissima da seguire, e il risultato è garantito: una sfoglia composta da farina, uova e zucchero, aromatizzata con succo di arancia e limone viene stesa e arrotolata come per la preparazione delle tagliatelle classiche. Dal rotolo di pasta si devono ricavare sezioni di circa 1 o 2 cm che, così arrotolate, verranno fritte in abbondante olio di arachidi. Una volta freddate, possono essere spolverate con l’immancabile zucchero a velo.

Non sono bellissime?

I dolci di Carnevale di Ravenna Le tagliatelle fritte di Carnevale | © emiliaromagnaturismo.it

Le tagliatelle fritte di Carnevale | © emiliaromagnaturismo.it


Se volete scoprire tutte le iniziative, le feste e le sfilate di Carnevale che sono state organizzate a Ravenna e dintorni, a questo link troverete tutte le informazioni che vi servono!